Prestiti, le famiglie italiane sono tornate a chiederli

Il 2021 ha visto una crescita del 7,1% per le richieste di prestiti personali da parte delle famiglie italiane, e del 36,1% per i prestiti finalizzati all’acquisto di beni e servizi, che hanno registrato volumi decisamente superiori anche a quelli pre-crisi: la variazione rispetto al 2019 è infatti del +18,7%.
È quanto emerge dal Barometro del Credito alle Famiglie (fonte: Eurisc, il Sistema di Informazioni Creditizie gestito da Crif), che segnala una crescita complessiva del 24% nelle richieste di finanziamento rispetto al 2020, pesantemente condizionato dai lockdown e da un clima di fiducia poco favorevole.

Prestiti finalizzati e personali seguono dinamiche opposte

Per il secondo anno consecutivo l’importo medio dei finanziamenti richiesti, nell’aggregato di prestiti personali e finalizzati, segna una flessione e si attesta a 8.651 euro (contro i 9.124 euro del 2020 e i 9.512 euro del 2019). Crif fa notare che tuttavia occorre distinguere tra due dinamiche opposte. Per quanto riguarda i prestiti finalizzati, nel 2021 il valore medio richiesto è in calo a 6.249 euro (-6,8% rispetto al 2020), a conferma della tendenza a richiedere un finanziamento anche per acquisti di valore contenuto grazie a condizioni di offerta appetibili, mentre cresce a 12.909 euro quello relativo ai prestiti personali (+3,3%).

La distribuzione per fascia di importo

Relativamente alla distribuzione dei prestiti per fascia di importo, i dati confermano la preferenza degli italiani per valori inferiori ai 5.000 euro (53,5% del totale), seguiti dalle richieste comprese tra 10.001 e 20.000 euro (18,6%) e da quelle tra 5.001 e 10.000 euro (16,2%). Quanto alla tipologia di finanziamento, le richieste di prestiti finalizzati vedono concentrare il 66,2% delle interrogazioni nella fascia al di sotto dei 5.000 euro. Per i prestiti personali, invece, si rileva una distribuzione più uniforme tra le diverse classi di importo fino a 20.000 euro, con il 31% del totale che si concentra nella classe al di sotto dei 5.000 euro, il 25,7% in quella compresa tra 5.001 e 10.000 euro, e il 25,3% in quella tra 10.001 e 20.000 euro.

La richieste in relazione all’età del richiedente

Osservando la distribuzione delle richieste di prestiti (personali e finalizzati) in relazione all’età del richiedente, il Barometro Crif evidenzia come nel 2021 la fascia compresa tra i 45 e i 54 anni sia stata quella maggioritaria, con una quota pari al 25,2% del totale, seguita da quella tra i 35 e i 44 anni, con il 21,3%. Nel complesso, riferisce Agi, si conferma in crescita il peso dei giovani al di sotto dei 24 anni, che assorbono il 5,9% delle richieste totali contro il 5,6% dell’anno precedente, con un’accentuazione ancora maggiore nel caso dei prestiti finalizzati, per i quali l’incidenza arriva al 6,3% del totale.

Cybersecurity, nel 2021 in Italia sono stati violati 11 milioni di account

Brutte notizie per la cybersecurity. Solo nel 2021 sono stati 11,11 milioni gli italiani vittime di furto di dati e credenziali dai propri account internet.
Questo significa che circa un quinto dei navigatori con almeno una identità digitale si è visto sottrarre dai cybercriminali informazioni strettamente personali.
Si tratta di un numero enorme, per quanto in netto ribasso rispetto allo scorso anno, quando gli account violati risultavano il 38,6% in più.
In ogni caso, la sicurezza sul web non sembra essere una nostra prerogativa. Il dato infatti è preoccupante: l’Italia è al dodicesimo posto tra i paesi del mondo per numero di account violati. A rilevarlo è uno studio effettuato da Surfshark, azienda operante nel settore della sicurezza online con sede nei Paesi Bassi, che all’interno del suo database Alert ha raccolto informazioni pubbliche sui cosiddetti ‘data breach’, le fughe di dati.

Fuga di dati sensibili e informazioni in lieve peggioramento rispetto al 2020

In termini di casi di fuga di dati sensibili e informazioni protette o confidenziali l’analisi del database di Surfshark Alert riporta un lieve peggioramento rispetto al 2020. Infatti, nei primi 11 mesi dell’anno in corso a livello globale gli account violati hanno superato il numero di 950 milioni. Guardando a livello internazionale, sono 4,66 miliardi le persone al mondo che utilizzano quotidianamente internet, e il report di Surfshark evidenzia che i primi cinque paesi con il maggior numero di violazioni di dati rappresentano più della metà di tutte le perdite avvenute nel 2021.

Stati Uniti in testa, con 214,4 milioni di utenti violati, seguiti da Iran e India,

In testa a questa ‘classifica’ si posizionano gli Stati Uniti, con un totale di 214,4 milioni di utenti violati. L’Iran è al secondo posto, con 156,1 milioni, seguito da India, con 86,6 milioni, Russia, 27 milioni, e Francia, con 24,6 milioni di utenti violati. A precedere l’Italia nella classifica delle violazioni ci sono Brasile, Regno Unito, Iraq, Corea del Sud, Cina e Canada.

Un ingente danno reputazionale e finanziario

“La crescita degli utenti violati è allarmante, considerando il danno reputazionale e finanziario che ne deriva – commentano da Surfshark -. I criminali possono usare le informazioni in varie attività illegali, come email di phishing, false chiamate bancarie e persino furto di identità. Pertanto, tutti gli utenti dovrebbero informarsi bene sulla privacy online e prendere misure preventive per proteggersi”.

Solo l’11% delle organizzazioni sanitarie italiane utilizza dispositivi aggiornati

Secondo il report Healthcare 2021 di Kaspersky, il sondaggio globale condotto tra i fornitori di servizi sanitari, solo l’11% delle organizzazioni sanitarie italiane utilizza dispositivi medici che eseguono software aggiornati. Le innovazioni tecnologiche giocano da sempre un ruolo fondamentale in campo medico, e durante la pandemia il settore sanitario è stato costretto ad accelerare significativamente l’implementazione di queste innovazioni. Un fenomeno confermato da un recente report di Accenture, che evidenzia l’implementazione di innovazioni tecnologiche da parte dell’81% dei dirigenti di organizzazioni sanitarie.
La maggior parte delle organizzazioni sanitarie italiane utilizzano però sistemi operativi legacy (OS), ormai obsoleti, che le espongono a maggiori vulnerabilità e rischi informatici.

L’utilizzo di dispositivi obsoleti può provocare incidenti informatici

L’utilizzo di dispositivi medici con un sistema operativo legacy è dovuto principalmente a causa di problemi di compatibilità, costi elevati degli aggiornamenti, o per mancanza di conoscenze interne su come eseguire gli aggiornamenti. Utilizzare dispositivi obsoleti però può provocare incidenti informatici: quando gli sviluppatori di software smettono di supportare un sistema interrompono anche il rilascio di eventuali aggiornamenti, che spesso includono patch di sicurezza per le nuove vulnerabilità. Se lasciate senza patch, le vulnerabilità possono diventare un vettore iniziale di attacco per penetrare nell’infrastruttura dell’azienda, di cui anche gli attaccanti non specializzati possono servirsi.

I dati sensibili archiviati sono un obiettivo redditizio

Le organizzazioni sanitarie archiviano un volume notevole di dati sensibili e preziosi che le rendono uno degli obiettivi più redditizi, e i dispositivi senza patch possono facilitare il lavoro degli attaccanti. Interrogati sulle loro capacità di reazione in materia di cybersecurity, solo il 20% degli operatori sanitari italiani crede che la loro organizzazione sia in grado di bloccare efficacemente tutti gli attacchi alla sicurezza o le violazioni del perimetro. La stessa percentuale è certa che la loro organizzazione disponga di una protezione di sicurezza IT hardware e software aggiornata e adeguata. Tuttavia, in Italia il 50% degli intervistati ha ammesso che la loro organizzazione ha già sperimentato incidenti che hanno causato una fuga di dati, il 40% un attacco DDoS mentre il 30% un attacco ransomware.

Aumentare il livello di sicurezza per facilitare il progresso del settore sanitario

“Il settore sanitario si sta evolvendo verso l’adozione di dispositivi connessi in grado di soddisfare la domanda di maggiore accessibilità alle cure – dichiara Cesare D’Angelo, General Manager Italy di Kaspersky -. Questo comporta anche alcune sfide di cybersecurity tipiche dei sistemi embedded. Il nostro report conferma che molte organizzazioni utilizzano ancora dispositivi medici che eseguono vecchi sistemi operativi e si scontrano con alcuni ostacoli che impediscono l’esecuzione degli aggiornamenti necessari. A oggi, esistono soluzioni e misure disponibili che possono aiutare a minimizzare i rischi di una strategia di modernizzazione nella sanità. Queste misure, insieme alla formazione del personale medico, possono aumentare significativamente il livello di sicurezza e facilitare il progresso del settore sanitario”. 

Donne medico, in Italia esiste ancora un gender gap?

Esiste un gender gap nella professione medica? Pare proprio di sì, anche se il numero di dottoresse – peraltro molto capaci – sia in costante aumento nel nostro paese. Eppure, stando alle dirette interessate, continua a esistere una disparità di genere tra i professionisti sanitari in termini di opportunità di carriera, di trattamento ricevuto sul luogo di lavoro e di credibilità agli occhi dei pazienti. Questo è quanto emerge dalla ricerca condotta da Univadis Medscape Italia – il portale di informazione per i professionisti della salute con notizie, strumenti, aggiornamenti e formazione continua per la classe medica – che ha indagato a che punto siamo nel nostro Paese in tema di gender equity in medicina.

Meno carriera per le quote rosa

Questa differenza di percezione trattamento tra medici uomo e medici donna emerge proprio dal sondaggio condotto  online su 1.779 intervistati (di cui 999 maschi e 780 femmine): dalle risposte fornite si scopre che la progressione della carriera riscuote un interesse paragonabile tra i due sessi. Però, ancora oggi, il genere pare giocare un ruolo importante, tanto che il 44% delle donne si sente penalizzata contro il solo 10% degli uomini. A rimarcare maggiormente la differenza di genere è il dato che sottolinea come i rappresentanti maschili del campione siano divisi quasi a metà tra chi ha un ruolo direttivo e chi no, fatto che non vale per il sesso femminile: solo 1 donna su 3 ricopre un ruolo apicale, mentre circa il 48% riferisce di aver personalmente subito un trattamento diverso sul luogo di lavoro perché donna. Questo sentimento risulta preponderante nella generazione X (nate tra 1981 e il 2000), forse perchè più consapevoli dei propri diritti rispetto alle donne che le hanno precedute. Le dottoresse si sentono svantaggiate anche in ambiti in cui teoricamente la qualità scientifica dovrebbe essere l’unico metro di giudizio: oltre 1 su 5 trova ingiustificate difficoltà a pubblicare nella letteratura scientifica e 1 su 3 a essere invitata a presentare le proprie ricerche in un consesso di colleghi. Ma sono pure i pazienti a creare disparità di genere: le donne medico vengono spesso confuse con altri professionisti sanitari – come ad esempio gli infermieri – e hanno una minore credibilità agli occhi del malato, del loro accompagnatore e a volte dei colleghi uomini. 

Il difficile bilanciamento lavoro-vita privata

Ma in cima alle preoccupazioni dei medici italiani, a prescindere dal genere, c’è la ricerca di un difficile equilibrio volto a conciliare vita privata e professionale – indicata dal 40% dei maschi intervistati e dal 33% delle femmine, con una differenza modesta tra chi ha figli e chi non ne ha. In questo contesto la pandemia ha aumentato la pressione associata a questo lavoro influendo sul modo in cui i medici vedono la propria professione, con 1 donna su 2 che è stata spinta a rimettere in discussione la propria carriera di medico per motivazioni quali l’eccessiva richiesta di sacrifici senza riscontro economico, l’elevato livello di rischi e la necessità di dare priorità alla famiglia e ai propri affetti. Insomma, la strada per la parità è ancora lunga, anche in corsia. 

Economia circolare: le imprese devono impegnarsi di più

Contrariamente al modello economico lineare l’economia circolare è rigenerativa, e mira a separare gradualmente la crescita dal consumo di risorse finite. Per i consumatori questo significa comprare prodotti durevoli, riciclabili o fatti con materiali riciclati, e utilizzarli a lungo attraverso manutenzioni e riparazioni efficaci. Per le aziende significa invece sviluppare prodotti e modelli di business che non producano rifiuti, ridurre l’uso di materie prime e prevedere la restituzione o il recupero di prodotti e imballaggi. Insomma, le aziende devono adottare modelli di economia circolare per soddisfare le richieste dei consumatori e mitigare i rischi futuri legati alla supply chain.

I consumatori vorrebbero adottare pratiche virtuose

Con l’aumento della consapevolezza sul tema dei rifiuti e dell’esaurimento delle risorse cresce il desiderio da parte dei consumatori di adottare pratiche di consumo consapevole. Secondo il del Capgemini Research Institute, ‘Circular economy for a sustainable future: How organizations can empower consumers and transition to a circular economy’, il 54% dei consumatori vuole adottare pratiche come ridurre i consumi complessivi, acquistare prodotti più durevoli (72%) e conservare e riparare i prodotti per aumentarne la durata (70%).  Tuttavia, quasi il 50% è convinto che le organizzazioni non stiano facendo abbastanza, mentre il 67% si aspetta che le organizzazioni siano maggiormente responsabili quando pubblicizzano i prodotti, senza incoraggiarne un consumo eccessivo.

Le scelte sono limitate da praticità, accessibilità e costo

Le organizzazioni faticano però a intraprendere azioni concrete legate a pratiche di economia circolare, malgrado i consumatori si rivolgano sempre di più a quelle che lo fanno. Questo accade in particolare in ambiti dove la consapevolezza dei consumatori è maggiore, come i rifiuti alimentari e quelli di plastica. Il 44% dei consumatori ha infatti aumentato la propria spesa negli ultimi 12 mesi verso aziende alimentari che si impegnano nel riciclo, nel riutilizzo e nella riduzione dei rifiuti, ma in generale i consumatori sono limitati nelle loro scelte da questioni di praticità, accessibilità e costo.

L’e-commerce non è ‘circolare’

Tra i motivi che impediscono di intraprendere azioni circolari positive il 60% dei consumatori cita la mancanza di informazioni sufficienti sulle etichette dei prodotti, per il 55% i costi elevati sono un ostacolo alla riparazione dei prodotti, e il 53% non vuole scendere a compromessi sulla comodità. Questa, riporta Adnkronos, è una conseguenza del boom dell’e-commerce degli ultimi 10 anni, che ha alzato gli standard offrendo servizi convenienti a basso costo, come la consegna il giorno successivo o addirittura il giorno stesso. Nonostante gli sforzi normativi per estendere la durata di vita dei prodotti, attualmente gli approcci di consumo circolare si concentrano principalmente sulla fase post-utilizzo, con il 58% dei consumatori che dichiara di separare e smaltire i rifiuti alimentari dopo l’uso, ma solo il 41% di comprare cibo con un imballaggio minimo, sottolineando la scarsità di opzioni disponibili.

Fatture elettroniche: prorogata al 31 dicembre 2021 la consultazione

Il 1° gennaio 2019 segna la data di avvio dell’obbligo generalizzato di fatturazione elettronica. Ma il 30 settembre scorso è scaduto il termine per l’adesione al servizio di consultazione e acquisizione delle e-fatture. Sarebbe quindi terminato il periodo ‘transitorio’ durante il quale gli operatori economici e i loro intermediari delegati hanno potuto consultare, anche in assenza di adesione allo specifico servizio, la totalità delle fatture elettroniche trasmesse al Sistema di Interscambio a decorrere dal 1° gennaio 2019. Un provvedimento firmato dal direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, proroga però dal 30 settembre al 31 dicembre 2021 la deadline per operare la scelta di adesione al servizio di consultazione e acquisizione delle e-fatture.

Operatori Iva e consumatori finali potranno ancora aderire al servizio

Restano quindi ancora due mesi per scegliere il servizio di consultazione delle e-fatture. Gli operatori Iva e i consumatori finali, infatti, potranno aderire al servizio di consultazione e acquisizione delle proprie fatture elettroniche, continuando così a poter consultare le fatture emesse e ricevute dal 1° gennaio 2019 fino al 31 dicembre 2021.

È possibile accedere a tutte le fatture emesse e ricevute dal 1° gennaio 2019

Per andare incontro alle richieste di operatori economici, associazioni di categoria e ordini professionali, che hanno segnalato le criticità legate all’impossibilità di accedere alle fatture ‘pregresse’, il provvedimento porta quindi dal 30 settembre al 31 dicembre 2021 la deadline per operare la scelta. Inoltre, il provvedimento prevede la possibilità, per chi ha effettuato o effettuerà l’adesione entro il 31 dicembre 2021, di accedere a tutte le fatture emesse e ricevute trasmesse al Sistema di interscambio a partire dal 1° gennaio 2019, e non solo a quelle trasmesse dal giorno successivo all’adesione. Gli operatori Iva possono comunicare l’adesione anche tramite un intermediario appositamente delegato.

Due servizi distinti: conservazione e consultazione 

L’Agenzia mette a disposizione dei contribuenti due diversi servizi, a cui si può accedere previa, e specifica, adesione. Si tratta di due servizi gratuiti, di cui il primo riguarda la conservazione a norma delle fatture elettroniche, secondo quanto disposto dal decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze del 17 giugno 2014, e il secondo riguarda la consultazione e l’acquisizione delle fatture elettroniche e dei loro duplicati informatici. I due servizi hanno finalità diverse, riporta Adnkronos, e ognuno di essi richiede una specifica adesione. Per evitare di incorrere nelle criticità che sono state rappresentate è fondamentale effettuare l’adesione al servizio di consultazione entro il 31 dicembre 2021. Quanto al periodo di consultazione, quest’ultimo servizio prevede che le fatture elettroniche siano consultabili e scaricabili fino al 31 dicembre del secondo anno successivo a quello di ricezione da parte del Sistema di interscambio.

TV, picco di vendite con lo switch off

Il 20 ottobre è iniziato il processo che in qualche modo cambierà la televisione così come l’abbiamo conosciuta. Ha infatti preso il via il celebre switch off, ovvero il passaggio che prevede che tutti i canali nazionali migrino verso la codifica MPEG4 (ma anche DVBT-2/HEVC). Questa transizione dovrebbe concludersi entro i prossimi sei mesi e, senza un apparecchio o un decoder adeguato, non sarà possibile più vedere diverse trasmissioni. Al momenti i canali coinvolti sono 15, distribuiti fra Rai e Mediaset. 

L’effetto del bonus rottamazione TV

Per far sì che tutti possano disporre di un apparecchio televisivo in grado di ricevere i canali anche dopo i cambiamenti, il Governo ha messo in campo l’ormai famoso Bonus Rottamazione Tv. Si tratta di un incentivo destinato all’acquisto di nuovi apparecchi televisivi e decoder in vista del passaggio ai nuovi standard di trasmissione. In base alle stime, si crede che siano circa 10 milioni le famiglie ad aver necessità di un upgrade ai propri apparecchi. Le facilitazioni sono due: se l’Isee è al di sotto dei 20mila euro sarà possibile avere uno sconto di 30 euro per l’acquisto di un decoder o un televisore; non ci sono invece limiti di reddito in caso di rottamazione, che dà diritto a uno sconto del 20% sul costo del nuovo apparecchio fino a un massimo di 100 euro. Il bonus si può ricevere sino alla fine del 2022 o fino a esaurimento risorse.

Boom delle vendite di TV

Secondo le rilevazioni GfK Market Intelligence  in particolare l’incentivo rottamazione ha avuto un effetto immediato sulle vendite nelle prime settimane di introduzione, un trend che continua ancora. “Nella settimana 41 – quella compresa tra l’11 e il 17 ottobre 2021 – sono stati venduti oltre 217.000 televisori, con una crescita pari al +120% di unità rispetto alla stessa settimana del 2020. Il trend è decisamente positivo anche se si confronta il dato della settimana analizzata con la settimana precedente: in questo caso la crescita è stata pari al +16%” si legge nel report. “Se analizziamo il trend a valore, riscontriamo una crescita ancor più marcata, pari al +152% rispetto alla settimana 41 del 2020. Questo forte incremento è dovuto a due fattori: da un lato la domanda superiore all’offerta – legata anche alle problematiche di approvvigionamento dei produttori – dall’altro l’aumento dei costi delle materie prime e della logistica, che hanno contribuito alla crescita del prezzo medio dei TV rispetto al 2020 (+26% complessivamente da inizio anno)”.

Consumi in crescita: gli italiani hanno voglia di shopping (in negozio)

Finite, o quantomeno molto allentate, tutte le limitazioni legate all’emergenza sanitaria, gli italiani hanno di nuovo voglia di uscire e di spendere. Tanto che nel 2021 ci si attende un vero e proprio rimbalzo delle spese. Alla fine dell’anno, rivela il 2° Rapporto Censis-Confimprese, l’associazione che raggruppa gli operatori del retail, la spesa per consumi delle famiglie sfonderà il muro dei 1.000 miliardi di euro. Nel secondo trimestre del 2021 i consumi degli italiani si sono già ripresi del 14,2% rispetto allo stesso periodo del 2020 (33 miliardi in più), con una netta inversione di tendenza rispetto al -5,4% registrato nel primo trimestre dell’anno. L’incremento a consuntivo d’anno ammonterà a 60 miliardi in più rispetto all’anno scorso, un tesoretto prezioso per rivitalizzare l’economia reale. Complessivamente la pandemia ha bruciato dieci anni di crescita dei consumi. Ma, se non ci saranno nuovi stop sanitari, a Natale si prevedono almeno 9 miliardi di spesa in più rispetto alle passate festività. 

Desiderio di fare acquisti nei canali fisici del commercio

Se i vari lockdown hanno costretto gli italiani a stare non solo in casa, ma in qualche modo a spostare i loro soldi dalle spese ai risparmi, ora si assiste a una tendenza inversa. Sono 4,5 milioni i nostri connazionali che, forti di redditi rimasti intatti e di risparmi forzosi dovuti all’impossibilità di poterli utilizzare durante la pandemia, ora sono pronti a spendere per i consumi più di quanto facessero nel periodo pre-Covid. Ma come? In negozio: il 64% degli italiani ha nostalgia degli acquisti nei punti vendita fisici, nei centri commerciali, nelle piazze dello shopping, anche riducendo il ricorso all’e-commerce. Lo dicono di più le donne (67,6%) e le persone benestanti (69,8%). La normalità per gli italiani è fatta anche di shopping fisico, da cui traggono emozioni e benessere.

Mix di canali fisici ed e-commerce

Utilizzare ogni tipo di informazione disponibile per decidere cosa acquistare e dove farlo: ecco il potere rinforzato del consumatore con cui il retail dovrà misurarsi. Il 64,9% degli utenti di internet cerca informazioni su aziende, prodotti e servizi. Il 53,4% confronta i prezzi dei prodotti e servizi per valutare le diverse opzioni. È questo l’importante contributo del digitale: i consumatori sono diventati più forti grazie ai flussi informativi facilmente accessibili a chiunque e ovunque per giudicare, scegliere, acquistare. L’e-commerce è ormai una realtà consolidata: il 51,6% degli internauti (il 62,3% delle persone più istruite, il 64,6% dei 30-44enni) ha effettuato almeno un acquisto online nell’ultimo mese. Dopo la pandemia ogni consumatore costruirà la sua spesa personale combinando canali fisici del retail e e-commerce.

Podcast, il protagonista del mercato dei digital audio

Come è composto il mercato del Digital Audio nel nostro Paese? Quali sono i format preferiti e chi gli utenti? E con quale modalità si ascolta il contenuto prescelto? A queste e a molte altre domande risponde il terzo  Ipsos Digital Audio Survey 2021 condotto dall’omonima società di ricerche di mercato. In prima battuta, ciò che emerge è che anche quest’anno – come nelle precedenti edizioni – è il podcast a rivestire il ruolo da protagonista fra tutti i contenuti audio digitali. Ciò probabilmente perché – e questa è l’informazione più preziosa per gli editori e i produttori di contenuti – offrono un’esperienza di fruizione attenta, coinvolta, immersiva, sicura. Consentono lo sviluppo di audience investite che in prospettiva, se adeguatamente stimolate e soddisfatte, potranno credibilmente diventare oggetto di proposte a pagamento. Insomma, le potenzialità sono immense sia sotto il profilo della diffusione sia del ritorno economico.

Gli ultimi dati sono in crescita

Il dato monitorato dall’indagine, l’ascolto dei podcast nell’ultimo mese, raggiunge nel 2021 quota 31% tra i 16-60enni (circa 9,3 milioni di persone), con una crescita lieve ma che consolida la tendenza positiva registrata lo scorso anno (nel 2020 i podcast avevano visto un balzo di ben 4 punti percentuali, passando dal 26% al 30%): una riprova del fatto che la diffusione del format è un frutto stabile e non transitorio del processo di digitalizzazione avvenuto durante la pandemia. Il format resta marcatamente giovane (44% di under 35), ma nel 2021 crescono anche i target adulti, laureati (27%) e professionisti (13%). 

Dove e come si ascoltano i contenuti

La ricerca evidenzia anche le varie modalità di fruizione e i luoghi in cui si ascoltano maggiormente i podcast. Si scopre così che lo smartphone è il dispositivo più usato per ascoltare podcast (79%), il computer (43%) resta al secondo posto, ma in calo, così come i tablet (26%). Il luogo elettivo di ascolto rimane decisamente la casa (81%), seguita a distanza dalla macchina (29%) e dall’ascolto in strada/camminando (23%), mentre la fruizione sui mezzi di trasporto (19%) è ancora in calo (coinvolgeva il 26% degli utenti nel 2019), probabile frutto dell’impatto della pandemia sulla mobilità. L’80% dei fruitori afferma di sentire i podcast mentre svolge in contemporanea anche un’altra attività (80%), e le piattaforme più utilizzate sono Spotify e Youtube.

Podcast e influencer

La terza edizione della Ipsos Digital Audio Survey indaga il ruolo specifico degli influencer, che risultano avere influenza nel promuovere l’ascolto dei podcast per 2 ascoltatori su 3, con un peso particolarmente forte tra i più giovani (74% degli under 35 vs. 54% dei 45+). Si conferma il forte livello di engagement riscontrato nel 2021, con il 59% degli utenti che ascolta podcast per l’intera durata, e continua a crescere l’ascolto per intero delle serie di podcast (41%).

Moda, sempre più green e sostenibile

La moda diventa sempre più green e sostenibile. Se la pandemia da Covid-19 e la preoccupazione relativa al cambiamento climatico hanno stimolato le aziende italiane del settore a riclassificare le proprie priorità, l’89% delle aziende ora investe in sostenibilità, il 45% in più rispetto al 2020. Anche i consumatori hanno sviluppato maggiore sensibilità al tema della sostenibilità, ad esempio con la domanda di capi second hand, aumentata del 45% nel periodo compreso tra novembre 2019 e febbraio 2020. È quanto emerge dal report su Moda e Sostenibilità di Cikis, società che aiuta le aziende della moda ad attuare strategie e piani operativi sostenibili.

Il mercato richiede investimenti concreti in sostenibilità

Più in particolare, Cikis ha intervistato 47 brand e 53 aziende della filiera. Si tratta di aziende che dichiarano un fatturato superiore a un milione di euro, quelle che più probabilmente dispongono delle risorse economiche necessarie per poter effettuare investimenti concreti in sostenibilità. Di fatto, la crescita degli investimenti nell’ambito della sostenibilità si deve soprattutto all’aumento di richieste da parte del mercato. Benché gli investimenti che denotano maggiore consapevolezza siano ancora pochi, il 53% delle aziende dichiara di investire in sostenibilità per ragioni di competitività, e circa il 20% per rispondere alle richieste dei consumatori.

Aumentano del 150% le aziende che puntano sugli aspetti sociali

“Inoltre, dalla nostra analisi emerge che alcune aziende, circa il 20%, sottovalutano il proprio impegno, mentre altre, il 25%, lo sopravvalutano, rischiando di incorrere nel cosiddetto fenomeno del greenwashing”, continua Moro.
Quello ambientale non è tuttavia l’unico aspetto rilevante. In seguito all’emergenza Covid-19 la tutela delle persone e il welfare aziendale sono diventati requisiti sempre più richiesti da parte dei consumatori. E rispetto all’anno scorso le aziende che stanno lavorando su aspetti sociali sono aumentate del 150%. In ogni caso, le aziende che si avvalgono di un esperto esterno per diventare più sostenibili riescono a raggiungere livelli elevati di sostenibilità con maggiore facilità. E a posteriori, percepiscono meno il problema dei costi.

Non basta cambiare packaging e strategia di comunicazione

Il Report di Cikis evidenzia diversi livelli di impegno in sostenibilità, in base al numero delle pratiche intraprese e alla loro rilevanza.
 “Il cambiamento di packaging e di comunicazione, ad esempio, se non associato ad altre misure, ha scarso peso sull’impatto ambientale complessivo – spiega Serena Moro, Founder di Cikis -. Rispetto al 2020, quando molte aziende citavano come pratica di sostenibilità implementata l’esclusiva sostituzione del packaging con alternative più sostenibili, quest’anno nessuna azienda ha dichiarato di aver implementato esclusivamente questa misura”.