La Corte di giustizia europea invalida il Privacy Shield

La Corte Ue ha invalidato il Privacy Shield. La Corte di Giustizia Ue ha infatti dichiarato invalida la decisione della Commissione sull’adeguatezza della protezione offerta dal regime dello scudo Ue-Usa per la privacy. Questo, a causa del rischio rappresentato dai programmi di sorveglianza americani sulla protezione dei dati. Il caso trae origine dalla denuncia di un cittadino austriaco, i cui dati furono trasferiti, in tutto o in parte, da Facebook Ireland verso server appartenenti a Facebook Inc., situati nel territorio degli Stati Uniti, ove sono oggetto di trattamento.

Delusione da parte degli Usa

Gli Usa si sono dichiarati “profondamente delusi” per la decisione della Corte Ue, riporta Ansa. “Stiamo studiando la decisione per comprenderne appieno l’impatto pratico – ha commentato il segretario Usa al Commercio Wilbur Ross -. Speriamo di limitare le conseguenze negative per le relazioni economiche transatlantiche, pari a 7,1 trilioni di dollari, che sono così vitali per i nostri rispettivi cittadini, aziende e governi. I flussi di dati sono essenziali non solo per le aziende tecnologiche, ma anche per le aziende di ogni dimensione in ogni settore – ha aggiunto Ross -. Man mano che le nostre economie continuano il loro recupero post-Covid-19, è fondamentale che le aziende, inclusi gli oltre 5.300 attuali partecipanti allo scudo per la privacy, siano in grado di trasferire i dati senza interruzione, coerentemente con le forti protezioni offerte dal Privacy Shield”.

Una vittoria per gli attivisti della privacy 

Una sentenza, quella dell’istanza con sede a Lussemburgo, arrivata a sorpresa e che di fatto annulla un accordo di trasferimento dati ampiamente utilizzato dall’Ue e dagli Stati Uniti. Secondo la Corte Ue, “ai sensi del regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) il trasferimento dei suddetti dati verso un Paese terzo può avvenire, in linea di principio, solo se il Paese terzo considerato garantisce a tali dati un adeguato livello di protezione”, si legge nella decisione dei giudici. L’annullamento del Privacy Shield però è una vittoria per gli attivisti della privacy, che da tempo accusano gli Stati Uniti di pratiche invasive di sorveglianza inammissibili da applicare anche sui cittadini europei. 

Un duro colpo al business delle grandi aziende tecnologiche

La decisione dei giudici potrebbe creare diversi problemi alle multinazionali americane ed europee, soprattutto tecnologiche, che proprio sul trasferimento di questi dati, e sul loro utilizzo, fondano buona parte del loro business, riporta Agi. La sentenza, ad esempio, potrebbe costringere società come Facebook, Apple o Google a dover ripensare la propria strategia industriale, o ad affrontare costi notevoli per la creazione di centri per la raccolta dati in Europa. 

Italia leader per green jobs, Milano nella top 10 mondiale

Milano non è solo la capitale italiana della moda e del design ma, forse un po’ a sorpresa, lo è anche per quanto riguarda i cosiddetti green jobs, ovvero tutte le professioni legate alla sostenibilità. Un bel primato per il capoluogo lombardo, che si piazza al settimo posto nella Top 10 mondiale delle città con la più alta concentrazione di lavoratori nell’ambito della sostenibilità. Lo rilevano i nuovi dati di LinkedIn secondo i quali il numero di professionisti nel campo della sostenibilità aumenta anche in Europa con un +13% nell’ultimo anno, registrando un incremento maggiore della media globale del 7,5%. E anche la domanda di green jobs è cresciuta, con un aumento dei posti di lavoro legati alla sostenibilità in Europa pari al 49%.

L’analisi effettuata monitorando gli annunci di lavoro

Per arrivare a questi dati, LinkedIn – il principale social network professionale globale – ha analizzato il numero di annunci di lavoro legati alla sostenibilità sulla sua piattaforma, nonché i membri che hanno incluso in qualche modo la parola sostenibilità nella descrizione del loro ruolo aziendale. Da questa analisi sono emerse così le capitali delle professioni sostenibili, ovvero quelle con la più alta concentrazione di richieste e offerte di specialisti di questo specifico settore. Le 10 città più votate ai green jobs sono pertanto, nell’ordine: Stoccolma, Helsinki, Amsterdam, Zurigo, Vancouver, Londra, Milano, Auckland, Melbourne, Australia e Washington. Un bel successo per il nostro Paese.

Un effetto positivo della crisi sanitaria

Commentato l’ottima performance di Milano, Mariano Mamertino, Senior Economist di LinkedIn ha detto: “Guardando al futuro, una delle poche conseguenze positive legate all’attuale crisi sanitaria è da riscontrarsi nel settore della sostenibilità. La crisi ha contribuito a ridurre l’inquinamento, e ciò potrebbe dare una certa carica a iniziative relative alla sostenibilità ambientale, che erano necessarie da tempo. E da questo punto di vista, le amministrazioni locali di città come Milano, Manchester o Liverpool hanno già annunciato dei piani volti a ripensare le modalità con le quali queste città possono essere più rispettose dell’ambiente”. Per quanto riguarda invece l’analisi dei dati, Mamertino osserva che “abbiamo registrato un aumento del 13% del numero di professionisti della sostenibilità in tutta Europa, così come un +49% della domanda di lavori verdi nell’ultimo anno. Aldilà dei nostri dati, le iniziative recentemente annunciate da diverse amministrazioni pubbliche ci danno prova del peso e della particolare attenzione che ci aspettiamo sarà data al tema della sostenibilità anche in futuro”.

File malevoli per il mobile banking, il livello più alto degli ultimi 18 mesi

Nel primo trimestre del 2020 è stato rilevato un forte aumento nel volume di software malevoli che hanno come obiettivo il furto di credenziali e denaro dagli account bancari online degli utenti. Da gennaio a marzo 2020 sono stati infatti trovati 42.115 file di questo tipo di malware. Secondo il report Kaspersky’s IT threat evolution in Q1 2020, dedicato all’evoluzione delle minacce informatiche nel primo trimestre dell’anno, si tratta di un numero superiore più di due volte e mezzo rispetto a quello registrato nel quarto trimestre del 2019. In particolare, i trojan che operano nel mondo del mobile banking, detti anche banker, sono una minaccia ben nota nella cyber-community, e la motivazione che spinge questo tipo di attività è evidente.

Oltre 42.000 modifiche di varie famiglie di trojan bancari

I banker spesso vengono utilizzati per rubare fondi direttamente dagli account di mobile banking degli utenti. Questi programmi malevoli, di solito, hanno l’aspetto di applicazioni legittime, ma quando una vittima cerca di accedere alla propria app bancaria e di inserire le proprie credenziali di sicurezza gli aggressori riescono a ottenere l’accesso a questo tipo di informazioni private. Nel primo trimestre di quest’anno Kaspersky ha rilevato oltre 42.000 modifiche di varie famiglie di trojan bancari, il numero più alto mai registrato negli ultimi 18 mesi.

Italia al terzo posto dei Paesi più attaccati

“Nell’era del distanziamento sociale e dell’isolamento, utilizziamo sempre più spesso i nostri dispositivi mobili per accedere ai servizi finanziari, per comunicazioni da remoto, per effettuare pagamenti o per procedere con le transazioni”, spiega Victor Chebyshev, esperto di sicurezza di Kaspersky. Pertanto, secondo il report di Kaspersky anche il numero di banker presenti nel panorama di tutte le minacce mobile è aumentato nel corso del trimestre, arrivando al 3,65% e registrando una crescita del 2,1% rispetto a quanto rilevato nell’ultimo trimestre del 2019. Come dimostra il numero di utenti attaccati da trojan del mobile banking, il Paese più colpito al mondo è stato il Giappone (0,57%), seguito dalla Spagna (0,48%). L’Italia si posiziona al terzo posto (0,26%).

Come difendere il cellulare dall’attacco dei cybercriminali

I dispositivi mobile sono diventati uno dei principali strumenti a nostra disposizione, e “non dovremmo permettere ai cybercriminali di trarre alcun vantaggio dalla fiducia che riponiamo in loro”, aggiunge Chebyshev.

Ma come difendersi dall’attacco dei cybercriminali? Per ridurre il rischio che i dispositivi mobili vengano infettati dai trojan bancari, Kaspersky consiglia agli utenti di procedere con l’installazione delle app solo se provengono da fonti affidabili, come ad esempio l’app store ufficiale Google Play. Inoltre è sempre bene utilizzare una soluzione di sicurezza solida, ma soprattutto non eseguire mai la procedura di rooting, perché potrebbe fornire ai criminali informatici possibilità illimitate nell’eventuale sfruttamento di un dispositivo.

L’effetto smart working sull’ambiente urbano

Oltre ai benefici in termini di tempo personale liberato lo smart working libera anche l’ambiente urbano. Meno mobilità si traduce infatti in un taglio di emissioni, e a livello economico 4 milioni di euro risparmiati per il mancato acquisto di carburante. Lo dimostra l’indagine nazionale Il tempo dello Smart Working. La PA tra conciliazione, valorizzazione del lavoro e dell’ambiente, realizzata da Enea nel triennio 2015-2018. All’indagine hanno aderito 29 amministrazioni pubbliche e oltre 5.500 persone, di cui il 60% ha risposto a un sondaggio. Lo studio, spiega Enea in una nota, “evidenzia che esistono i presupposti per modifiche di comportamento stabili, su larga scala, in grado di incidere su livelli di congestione e di inquinamento e che è possibile impostare con successo policy urbane integrate, aprendo a una maggiore flessibilità nella scelta di luoghi e tempi di lavoro”.

46 milioni di km evitati e -8mila tonnellate di CO2 nell’aria

Sotto il profilo ambientale emerge che lo smart working ha ridotto la mobilità quotidiana di circa un’ora e mezza in media a persona, per un totale di 46 milioni di km evitati, pari a un risparmio di 4 milioni di euro di mancato acquisto di carburante, riporta Adnkronos. Da qui il duplice beneficio di tempo personale liberato e di traffico urbano evitato, con un taglio di emissioni e inquinanti che Enea stima in 8mila tonnellate di CO2, 1,75 di PM10 e 17,9 di ossidi di azoto. “I risultati assumono un particolare significato in questi giorni in cui circa il 75% dei dipendenti pubblici lavora in modalità smart working”, spiega Marina Penna, ricercatrice Enea.

Post Covid-19, il rimbalzo sui consumi di carburanti e sulle emissioni

“L’emergenza ci ha di fatto costretti a mettere in atto tali modifiche straordinarie e oggi siamo in grado di misurarne gli effetti – continua Penna -. Dal momento che il calo di emissioni non è strutturale, ma si lega a condizioni di emergenza il timore è l’effetto rimbalzo sui consumi di carburanti e sulle relative emissioni. Le conseguenze sarebbero pesanti sia per l’avvio di una fase di crescita, che allontanerà l’Italia sempre più dai target dell’accordo di Parigi sia per il repentino incremento dei costi dei carburanti, che aprirebbe il fianco a speculazioni estremamente penalizzanti per la nostra economia”.

Coordinare la domanda di spostamenti casa-lavoro con il trasporto pubblico locale

Per uscire da questa emergenza sanitaria lo smart working andrà mantenuto, potenziato e reso più efficace. “Soprattutto nelle grandi città, in assenza di misure si prospetta un massiccio ricorso al mezzo privato che offre una percezione di sicurezza dal contagio – osserva Penna -. Opportunamente governato a livello territoriale, il ricorso allo smart working consentirebbe infatti di moderare e modulare la domanda di spostamenti casa-lavoro in modo coordinato con la programmazione del trasporto pubblico locale, operazione particolarmente utile nella fase 2 dell’emergenza Covid-19, in cui dovremo trovare gli adattamenti per convivere con il coronavirus”.

Smart working, non è fare a distanza ciò che si fa in ufficio

In Italia si usa la definizione smart working per identificare concetti molto diversi tra loro, come telelavoro, lavoro in mobilità, lavoro agile e lavoro flessibile. In questi giorni, il termine smart working sale alla ribalta, e la confusione aumenta. Secondo Francesco Frugiuele, fondatore e Ceo di Kopernicana, società di consulenza specializzata nel settore, lo smart working non è fare a distanza le stesse cose nello stesso modo. Occorre sviluppare schemi di lavoro, routine giornaliere, modalità di comunicazione e interazione e pianificazione molto diversi da quelli utilizzati in un ambiente lavorativo tradizionale. Insomma, lo smart working non è la replica di un ufficio con lavoratori remoti.

“Inizia quando il lavoratore può iniziare a decidere quando e come lavora”

La prima credenza errata sullo smart working è che renda meno produttivi rispetto al lavoro in ufficio. Al contrario. “Se supportati da un po’ di disciplina e da adeguati modelli di gestione del lavoro per obiettivi da casa si è straordinariamente più efficaci – spiega Frugiuele all’Adnkronos -. Per non parlare del tempo di spostamento che viene azzerato”.

La seconda è che lo smart working riguardi sostanzialmente gli strumenti tecnologici. “Lo smart working è sicuramente dipendente da tecnologie e strumenti, ma ancora di più dipende dalla capacità di riorganizzarsi su due dimensioni, personale e aziendale – continua l’esperto -. Lo smart working inizia quando il lavoratore può iniziare a decidere quando e come lavora”.

Non basta dare un portatile e una connessione Internet ai dipendenti

Non è sufficiente, quindi, “dare un portatile e una connessione Internet ai nostri dipendenti – sottolinea – Frugiuele -. Ci sono organizzazioni che stanno sperimentando soluzioni di smart working a una dimensione mai provata prima. Pubbliche amministrazioni, grandi e piccole organizzazioni nel giro di 2 settimane hanno dato strumenti e possibilità a migliaia di dipendenti per attivarsi come smart workers. Questo pone, presto o tardi, tutti nelle condizioni di farsi la domanda ‘come possiamo fare in modo che i team di lavoratori distribuiti collaborino efficacemente? O come possiamo controllare la produttività?” Una prima risposta è: iniziando a fidarsi di loro. “I nostri collaboratori sono adulti – commenta Frugiuele – smettiamo di trattarli come se fossero bambini”.

Il cambiamento sarà permanente

Un terzo punto fondamentale è che il cambiamento sarà permanente. “Questa epidemia ci sta costringendo a una trasformazione che assomiglia moltissimo a un ‘aggiornamento di sistema’- continua Frugiuele -. Non sarà né semplice né saggio provare a tornare indietro, anche quando crederemo che questo sia possibile”.

Per ognuno lavorare smart richiede disciplina, ordine, iniziativa, capacità di separare i tempi privati da quelli lavorativi. “Stiamo già migliorando noi stessi e le nostre organizzazioni – afferma ancora il Ceo di Kopernicana -. Le condizioni imposte dal distanziamento sociale necessario per uscire dalla crisi attuale stanno già producendo dei cambiamenti, in meglio. Dal punto di vista di chi, come me, studia le dinamiche organizzative, questa situazione critica sta agendo come fattore evolutivo per le organizzazioni”.

Il cybercrime si organizza in multinazionali, e fattura miliardi

Una lotta senza esclusione di colpi, che prende di mira infrastrutture, reti, server e client, ma anche smartphone, oggetti connessi a internet, social e app per chattare. Ma la minaccia non arriva più dai classici hacker, e nemmeno da gruppetti di “artigiani” del cybercrime. Ora gli attacchi arrivano da decine e decine di gruppi criminali organizzati transnazionali che fatturano miliardi. In pratica, multinazionali con mezzi illimitati, Stati nazionali con i relativi apparati militari e di intelligence, fornitori e contractors, gruppi civili o paramilitari e unità di mercenari. A tracciare il quadro è l’ultimo rapporto del Clusit, l’Associazione italiana per la sicurezza informatica. Secondo il quale nel corso del 2019 gli attacchi informatici gravi di cui si è venuti a conoscenza sono stati nel mondo 1.670, il 7,6% in più dell’anno precedente. E rispetto al 2014 (873 casi), il numero è quasi raddoppiato.

“Una situazione di inaudita gravità”

Si tratta di “una situazione di inaudita gravità – spiega l’esperto Andrea Zapparoli Manzoni, del comitato direttivo Clusit – che mette in discussione e a repentaglio tutti i presupposti sui quali si basa il buon funzionamento dell’Internet commerciale e di tutti i servizi, online e offline, che su di essa fanno affidamento”.

Il grosso degli attacchi (1.383, pari all’83%), rientra nella categoria del cybercrime, che cresce del 13,6%). Stabili risultano i casi di spionaggio e sabotaggio, a quota 204, mentre sono in diminuzione gli attacchi riconducibili ad attività di guerra cibernetica, a quota 35, riporta Ansa.

Una media di 139 attacchi registrati mensilmente

Si parla quindi di una media pari a 139 attacchi registrati mensilmente contro una media nel quinquennio 2014-2018 di 94 attacchi, con una variazione nel 2019 del +47,8%.

Il Clusit, tuttavia, fa notare che il dato non rappresenta affatto la situazione reale, visto che non tiene conto di tutti gli attacchi non andati a buon fine, bensì soltanto di quelli che sono andati a segno.

Una situazione in rapida evoluzione sul fronte della geopolitica internazionale, quindi, e che riguarda ormai interi Stati.

In Italia gli “attacchi gravi” sono il 54% del totale

E in Italia? Gli “attacchi gravi” rappresentano il 54% del totale (suddivisi in 28% con rischio Alto e 26% con rischio Critico). Nell’83% dei casi la causa dell’attacco è il Cybercrime, ovvero l’estorsione di denaro, che nell’ultimo anno è cresciuto del 12,3% rispetto al 2018 e del 162% rispetto al 2014, riporta Dday.it. Per quanto riguarda gli obiettivi, gli attacchi classificati in Attacchi a Obiettivo Multiplo, ovvero che colpiscono indiscriminatamente un ampio gruppo di popolazione con una logica industriale, sono il 24% del totale (+ 29,9% sul 2018). Ma il dato più eclatante riguarda i servizi online (l’11% del totale), cresciuti del 91,5%.

Il Clusit fa inoltre notare come la tendenza sia quella di utilizzare tecniche piuttosto semplici, ma declinate in moltissime varianti.

Influenza e raffreddore, italiani più colpiti di francesi e tedeschi

Malanni di stagione: gli italiano ne soffrono più di francesi e tedeschi. Il 94% degli italiani infatti si ammala di raffreddore e influenza ogni anno, e 4 persone su 5 si ammalano almeno due volte nell’arco dei 12 mesi. Molto più di francesi (81%), e tedeschi (82%), quindi. Ma la buona notizia è che i nostri connazionali guariscono prima. In media in Italia i giorni di malattia sono 4, mentre per i francesi sono 5 e per i tedeschi 5.5. Questo, stando ai risultati di una ricerca condotta da Ipsos per Vicks nel giugno 2016, su un campione statisticamente rappresentativo di 500 uomini e donne dai 16 ai 65 anni per ogni Paese considerato.

Non dormire di notte è la preoccupazione principale

Secondo la ricerca, in caso di raffreddore e influenza, non dormire di notte è la preoccupazione principale per gli italiani. Per il 60%, infatti, i due malanni compromettono la possibilità di dormire bene, con un impatto negativo sulle attività diurne, dal lavoro (45%) alla possibilità di godersi la giornata (33%), riporta Askanews. Non è solo questione di performance. Studi clinici evidenziano come il sonno possa avere un ruolo chiave nel rafforzare le difese immunitarie, aiutando a riprendersi più rapidamente da raffreddore e influenza. Una preoccupazione più che lecita, quindi, quella della mancanza di sonno, dal momento che se il 90% dei malati si sveglia di notte, per il 50% accade una o due volte, principalmente per via della tosse, del naso chiuso o che cola, e del mal di gola.

Il mal di gola è il sintomo più fastidioso

Sia italiani sia francesi sono molto preoccupati anche dall’impatto negativo che raffreddore e influenza possono avere sul sonno, rispettivamente per il 60% e per il 63%, mentre per i tedeschi viene al secondo posto (50%), dopo il lavoro (55%). In particolare, il 97% dei francesi si sveglia a causa di questi malanni, e il 58% almeno un paio di volte a notte. Anche il 52% dei tedeschi si sveglia per una o due volte. Percentuali in linea con quelle degli italiani. I sintomi, poi, raramente si presentano da soli. Circa 2 italiani su 3 dichiarano di soffrire di più di 1 sintomo contemporaneamente, con mal di gola (17%), tosse (16%) e naso che cola (15%), indicati tra i più fastidiosi. Per i francesi è soprattutto quest’ultimo (18%) a infastidire, mentre per i tedeschi è la congestione nasale (24%).

Curarsi con i farmaci da banco

Nel modo di affrontare la giornata in caso di malattia c’è molta differenza tra italiani, francesi e tedeschi. Il 55% degli intervistati in Italia non va al lavoro a causa del raffreddore per in media 2.2 giorni, mentre il 65% dei tedeschi rimane a casa per in media 3.8 giorni. Molto più virtuosi i francesi, con il 37% che non va a lavoro solo per 1.4 giorni. Circa la metà degli italiani e dei tedeschi, poi, per curarsi sceglie farmaci da banco (50% e 55%), seguiti dal 42% dei francesi.

Nel 2020 i buoni pasto saranno più cari

Approvata lo scorso 24 dicembre, la manovra contenuta nella Legge di Bilancio 2020 favorisce la digitalizzazione e tracciabilità del ticket, per evitare abusi e facilitare i controlli, ma rende i buoni pasto più cari per i dipendenti. Dal primo gennaio 2020 la quota del buono pasto che non concorre alla formazione del reddito da lavoro scende da 5.29 euro a 4 euro. Significa quindi 284 euro di reddito in più all’anno su cui calcolare Irpef, addizionali, e maggiori contributi Inps, considerando una media di 20 buoni incassati al mese per undici mesi di lavoro, ferie escluse.

Il 40% del mercato potrebbe ridursi di un quarto del valore

Le stime di Anseb, l’Associazione nazionale società emettitrici buoni pasto, valutano che il 60% del mercato dei buoni pasto sia già digitalizzato. Quindi c’è la possibilità teorica che il 40% del mercato, a oggi stimato in circa 3 miliardi di euro, tanto è il valore dei buoni pasto emessi ogni anno, finisca per ridursi di un quarto del valore. Ne deriverebbe un calo del 10% del fatturato complessivo del settore. Per questo motivo la “stretta” si accompagna a un contestuale incentivo per i buoni elettronici, il cui valore esentasse sale da 7 a 8 euro, apportando un beneficio fiscale, ovvero meno tasse per i lavoratori, da 18 milioni di euro. Ecco dunque che alla fine il gettito per lo Stato, certificato dalla relazione tecnica alla manovra, arriva a 56 milioni all’anno (74 milioni al netto dei 18), dice Italpress.

Novità per le somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro

La nuova disposizione riscrive l’articolo 51 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR), comma 2, prevedendo che l’importo delle somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro è aumentato a euro 8 nel caso in cui le stesse siano rese in forma elettronica. Le novità riguardano le somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro, nonché quelle in mense organizzate direttamente dal datore di lavoro o gestite da terzi, e le prestazioni sostitutive delle somministrazioni di vitto, fino all’importo complessivo giornaliero di euro 4, aumentato a euro 8 nel caso in cui le stesse siano rese in forma elettronica.

Obiettivo favorire la digitalizzazione dei pagamenti per contrastare l’evasione fiscale

Per le aziende l’Iva al 4% sui ticket restaurant è integralmente detraibile. I titolari d’azienda e soci, e le aziende individuali, possono detrarre integralmente l’Iva sui buoni pasto elettronici al 10%, fino al massimo importo pari al 2% del fatturato, percentuale che comprende anche altri tipi di spese come l’albergo, la trasferta e così via. Per i buoni pasto cartacei, oltre alla ridotta soglia di esenzione, non è prevista nessuna detrazione Iva per le aziende che utilizzano il servizio dei ticket cartacei. L’obiettivo è, come nel caso del denaro contante, favorire la digitalizzazione dei pagamenti rendendoli tracciabili per contrastare l’evasione fiscale.

Italia medaglia di bronzo Ue per riciclo di imballaggi

L’Italia è sul terzo gradino del podio in Europa per il recupero degli imballaggi. Con un tasso di riciclo pari al 67% si posiziona dopo  Germania (71%) e Spagna (70%). Tra le filiere degli imballaggi molte hanno già superato, o sono a un passo dai nuovi obiettivi previsti a livello europeo per il 2025, mentre i Raee crescono più lentamente. Negli ultimi 10 anni in Italia i rifiuti totali prodotti sono passati da 155 a 164 milioni di tonnellate, e ogni anno dal riciclo l’Italia riceve 12 milioni di tonnellate di materie prime per l’industria nazionale.

Questi alcuni dati dello studio annuale L’Italia del Riciclo, promosso e realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e da Fise Uunicircular, l’Unione Imprese Economia Circolare.

Il tasso di riciclo rispetto all’immesso al consumo è arrivato al 67%

In dici anni i rifiuti totali prodotti rifiuti sono cresciuti del +6%, e il riciclo è cresciuto da 76 a 108 milioni di tonnellate (+42%). I rifiuti di imballaggio hanno visto crescere del 27% l’avvio a riciclo, passando da 6,7 a 8,5 milioni di tonnellate, mentre il tasso di riciclo rispetto all’immesso al consumo è aumentato arrivato al 67%, in linea col dato europeo e con i nuovi obiettivi del 65% al 2025 e del 70% al 2030. Le singole filiere dei rifiuti di imballaggio in diversi casi hanno già superato gli obiettivi previsti per il 2025 e in alcuni anche quelli per il 2030. I tassi di riciclo delle singole filiere dei rifiuti d’imballaggio hanno raggiunto livelli di avanguardia: carta (81%, 3° posto in Europa), vetro (76% 3°), plastica (45%, 3°), legno (63%, 2°), alluminio (80%), acciaio (79%).

La raccolta degli oli minerali usati è vicina al 100%

In decisa crescita nei dieci anni anche la raccolta degli oli minerali usati, riporta Adnkronos, ormai vicina al 100% dell’olio raccoglibile. Nell’arco di un decennio la raccolta della frazione organica invece è passata da 3,3 milioni di tonnellate del 2008 a oltre 6,6 nel 2017 (+100%). Per quanto riguarda gli pneumatici fuori uso in 10 anni il recupero è passato dal 43% al 58%. Il nostro Paese sconta, invece, ancora un ritardo in termini di raccolta dei Raee (42% contro obiettivo del 65% del 2019) e delle pile (42%, ultimo posto in Europa) e per il reimpiego e riciclo dei veicoli fuori uso, passato solo dall’82% all’83%.

Una migliore prestazione nella lavorazione

La resa media delle attività di riciclo (il rapporto tra la quantità di materiali secondari prodotti e quella di rifiuti recuperati) oggi si attesta al 67%. E anche se i riciclatori trattano quantità più alte di rifiuti, a valle delle attività di riciclo resta una quantità di rifiuti pari a 2,6 milioni di tonnellate, equivalente a quella del 2014. Un dato che mostra una migliore prestazione nella lavorazione, favorita anche da una più elevata qualità della raccolta e della selezione dei rifiuti.

Lo stipendio “emozionale” della flessibilità oraria

Un orario flessibile a volte viene valorizzato più della retribuzione, diventando un vero e proprio stipendio “emozionale” per chi lavora. Le condizioni create da un modello che consente orari flessibili e maggiore libertà da parte del lavoratore assicurano un beneficio sia per i lavoratori stessi sia per l’azienda.

Attualmente la conciliazione familiare e la flessibilità oraria sono temi molto presenti negli uffici delle Risorse Umane, o HR, presenti all’interno delle organizzazioni. E se i lavoratori, e la stessa società di oggi esigono il raggiungimento di queste condizioni, le aziende devono saper rispondere a questa richiesta.

Organizzarsi in funzione degli obiettivi piuttosto che dell’orario

Sebbene in alcuni casi sia impossibile offrire queste condizioni, ad esempio quando si deve rispettare un programma aziendale, esistono poche limitazioni per poterle implementare. La misura, ovviamente, deve essere presa a seguito di un’indagine interna, in modo che si possa optare per la variante più efficace. L’orario, ad esempio, può essere totalmente flessibile, o libero, così che il lavoratore si possa organizzare in funzione degli obiettivi piuttosto che dell’orario.Generalmente il rifiuto verso questo tipo di organizzazione deriva dalla difficoltà di supervisione e gestione da parte delle imprese, finora basate su modelli opposti. Il progresso tecnologico però oggi offre gli strumenti adatti a far funzionare questa misura.

Conciliare lavoro e vita familiare

Sicuramente la ragione principale per cui vengono richieste queste condizioni è il poter conciliare lavoro e vita familiare. I lavoratori delle imprese con questo tipo di giornata lavorativa raggiungono un miglior equilibrio nella vita familiare. Chi ha tempo di assistere agli impegni della vita privata sarà un lavoratore molto più stabile e motivato. Ma a questo sistema viene associato anche un significativo risparmio nella vita domestica. Specialmente per i genitori, che non devono pagare le prestazioni di terzi per prendersi cura dei figli durante le ore di assenza. Inoltre, un lavoratore con la capacità di decidere quando essere presente in ufficio rimane più concentrato e motivato nei momenti in cui si dedica al lavoro. Con un relativo impatto diretto su produttività e qualità nello svolgimento delle mansioni.

Un’arma infallibile per agevolare l’attrazione di nuovo personale

In generale, le persone dovrebbero avere la flessibilità di cui hanno bisogno per superare gli ostacoli e gestire lo stress della vita quotidiana. Ma questa misura risulta un’arma infallibile anche per agevolare l’attrazione di nuovo personale da parte dell’azienda, poiché genera una migliore percezione dell’azienda stessa.

E per le imprese piccole e giovani questa è una buona forma per competere con altre realtà più conosciute e stabili.