In Italia si usa la definizione smart working per identificare concetti molto diversi tra loro, come telelavoro, lavoro in mobilità, lavoro agile e lavoro flessibile. In questi giorni, il termine smart working sale alla ribalta, e la confusione aumenta. Secondo Francesco Frugiuele, fondatore e Ceo di Kopernicana, società di consulenza specializzata nel settore, lo smart working non è fare a distanza le stesse cose nello stesso modo. Occorre sviluppare schemi di lavoro, routine giornaliere, modalità di comunicazione e interazione e pianificazione molto diversi da quelli utilizzati in un ambiente lavorativo tradizionale. Insomma, lo smart working non è la replica di un ufficio con lavoratori remoti.

“Inizia quando il lavoratore può iniziare a decidere quando e come lavora”

La prima credenza errata sullo smart working è che renda meno produttivi rispetto al lavoro in ufficio. Al contrario. “Se supportati da un po’ di disciplina e da adeguati modelli di gestione del lavoro per obiettivi da casa si è straordinariamente più efficaci – spiega Frugiuele all’Adnkronos -. Per non parlare del tempo di spostamento che viene azzerato”.

La seconda è che lo smart working riguardi sostanzialmente gli strumenti tecnologici. “Lo smart working è sicuramente dipendente da tecnologie e strumenti, ma ancora di più dipende dalla capacità di riorganizzarsi su due dimensioni, personale e aziendale – continua l’esperto -. Lo smart working inizia quando il lavoratore può iniziare a decidere quando e come lavora”.

Non basta dare un portatile e una connessione Internet ai dipendenti

Non è sufficiente, quindi, “dare un portatile e una connessione Internet ai nostri dipendenti – sottolinea – Frugiuele -. Ci sono organizzazioni che stanno sperimentando soluzioni di smart working a una dimensione mai provata prima. Pubbliche amministrazioni, grandi e piccole organizzazioni nel giro di 2 settimane hanno dato strumenti e possibilità a migliaia di dipendenti per attivarsi come smart workers. Questo pone, presto o tardi, tutti nelle condizioni di farsi la domanda ‘come possiamo fare in modo che i team di lavoratori distribuiti collaborino efficacemente? O come possiamo controllare la produttività?” Una prima risposta è: iniziando a fidarsi di loro. “I nostri collaboratori sono adulti – commenta Frugiuele – smettiamo di trattarli come se fossero bambini”.

Il cambiamento sarà permanente

Un terzo punto fondamentale è che il cambiamento sarà permanente. “Questa epidemia ci sta costringendo a una trasformazione che assomiglia moltissimo a un ‘aggiornamento di sistema’- continua Frugiuele -. Non sarà né semplice né saggio provare a tornare indietro, anche quando crederemo che questo sia possibile”.

Per ognuno lavorare smart richiede disciplina, ordine, iniziativa, capacità di separare i tempi privati da quelli lavorativi. “Stiamo già migliorando noi stessi e le nostre organizzazioni – afferma ancora il Ceo di Kopernicana -. Le condizioni imposte dal distanziamento sociale necessario per uscire dalla crisi attuale stanno già producendo dei cambiamenti, in meglio. Dal punto di vista di chi, come me, studia le dinamiche organizzative, questa situazione critica sta agendo come fattore evolutivo per le organizzazioni”.

Smart working, non è fare a distanza ciò che si fa in ufficio