Dazi americani in arrivo? Il 70% delle aziende italiane punta alla diversificazione 

Le aziende italiane non aspettano che i blocchi commerciali diventino realtà: sette imprese su dieci hanno già iniziato a pianificare azioni concrete per affrontare eventuali dazi che potrebbero essere imposti dagli Stati Uniti. È quanto emerge da un recente sondaggio condotto da Unioncamere in collaborazione con il Centro Studi Tagliacarne.

Pur rappresentando un mercato fondamentale per l’export tricolore, gli Stati Uniti non sono l’unico sbocco commerciale delle imprese italiane. La capacità di diversificare la clientela all’estero – con una media di 11 mercati serviti da ciascuna azienda – potrebbe infatti ridurre l’impatto economico delle misure protezionistiche.

Le Camere di commercio a supporto delle imprese

Durante l’Assemblea generale tenutasi a Roma, il presidente di Unioncamere Andrea Prete ha sottolineato come le Camere di commercio siano oggi più che mai uno strumento utile per aiutare le aziende a navigare in contesti internazionali complessi.

Secondo un’indagine Ipsos presentata nell’occasione, il 43% degli imprenditori crede che questi enti possano offrire un aiuto concreto per l’accesso ai mercati esteri, mentre il 49% li considera fondamentali per affrontare le trasformazioni future. Prete ha anche evidenziato un dato significativo: oltre 7 miliardi di euro di esportazioni in più potrebbero arrivare proprio dalle micro e piccole imprese, se adeguatamente accompagnate nei processi di internazionalizzazione.

I possibili effetti negativi dei dazi USA

L’eventuale introduzione di nuovi dazi da parte degli Stati Uniti preoccupa soprattutto per un motivo: il 56% delle aziende prevede una riduzione delle esportazioni. Seguono altre conseguenze come l’aumento dei costi delle materie prime (26%) e la contrazione della domanda di componenti intermedi destinati alla produzione di beni esportati in America (22%).

Un ulteriore 19% delle imprese teme un incremento della concorrenza, proveniente da aziende che potrebbero riorientare i propri mercati di sbocco dagli USA all’Europa.

Le contromisure messe in campo dalle aziende

Per far fronte a questi scenari, il 33% delle imprese italiane sta valutando un aumento dei prezzi di vendita. Un quarto delle aziende guarda invece a nuovi mercati all’interno dell’Unione Europea, mentre il 18% esplora opportunità in Paesi extra-UE. Solo una minoranza (3%) prende in considerazione l’ipotesi di produrre direttamente negli Stati Uniti.

Il rapporto Italia-USA nel commercio estero

L’Italia si conferma tra i principali attori europei nel commercio con gli USA. Con il 22,3% delle aziende esportatrici coinvolte, il nostro Paese si colloca subito dopo la Francia (22,6%). A livello di valore, l’export italiano verso gli Stati Uniti ha superato i 65 miliardi di euro nel 2024, rappresentando il 10,8% del totale nazionale.

Ci sono province dove il legame con il mercato americano è ancora più forte: a Trieste, ad esempio, il 36,2% del fatturato aziendale proviene proprio dalle vendite oltreoceano. Altri territori con quote elevate includono L’Aquila (17,6%), Isernia (16%) e Grosseto (12,1%).

La forza della diversificazione

Una delle principali risorse del sistema imprenditoriale italiano è la sua capacità di distribuire il rischio, esportando in più Paesi. Le imprese del Nord-Ovest guidano questa tendenza con una media di 13 mercati esteri per azienda. Seguono il Nord-Est con 11, il Centro con 9 e il Mezzogiorno con 6.

Alcune province spiccano per performance: Reggio Emilia, Vercelli, Bologna e Ravenna vantano imprese che raggiungono fino a 17 mercati ciascuna.