Le app vengono usate in media quasi cinque ore al giorno

Il report 2021 elaborato dalla piattaforma di analisi App Annie ha analizzato le applicazioni più scaricate e il comportamento degli utenti di smartphone e tablet. E dalla ricerca emerge che le app segnano un nuovo record di utilizzo: in tutto il mondo in media vengono utilizzate 4 ore e 48 minuti al giorno, di più in Corea del Sud e Brasile, per una spesa negli ultimi 12 mesi pari a 320.000 dollari al minuto. Il tempo di utilizzo viene destinato per il 42% alle applicazioni social e di comunicazione. Ma in Italia le più scaricate sono le app legate all’emergenza Covid-19, come PosteID, IO, Verifcac19, e Immuni.

TikTok, Instagram, Facebook e WhatsApp le più scaricate

In pratica, passiamo sempre più tempo della nostra giornata davanti al display dei dispositivi mobili e sulle app, in crescita rispetto alle 4,2 ore del rapporto precedente. Il tempo viene speso prevalentemente sui social (42%) e sulle app di foto e video (25%). L’8% viene dedicato ai giochi, e il 3% all’intrattenimento. Anche quest’anno l’app più scaricata globalmente è stata TikTok, seguita da Instagram, Facebook e WhatsApp. Ma nella top 10 c’è posto anche per Zoom e CapCut per il video editing. I giochi con più utenti mensili nel mondo sono stati invece PUBG Mobile, Roblox e Candy Crush Saga, e ancora in classifica, Pokemon GO.

Si spende di più per Dazn, Disney+, Google One, Tinder e Netflix

In Italia, invece, nel 2021 le applicazioni più scaricate sono state quelle collegate alla pandemia: PosteID, IO, Verifcac19, Immuni, e Vinted, l’app per comprare e vendere vestiti usati anche firmati. Sempre nel nostro paese, in termini di utenti attivi mensili, in testa si trovano  WhatsApp, Facebook, Instagram e Messenger. Ma tra le prime dieci anche Amazon, Spotify e Netflix. La classifica delle app con le quali si spende di più vede invece in testa Dazn, Disney+, Google One, Tinder e Netflix. E tra i giochi, il più scaricato è stato Count Masters.

Nel 2021 sono state pubblicate 2 milioni di app inedite

In termini mondiali, parallelamente alla domanda cresce anche l’offerta, con 2 milioni di app inedite pubblicate nel 2021, di cui il 77% sullo store di Google, riferisce Ansa.
Sommando App Store e Play Store, sono 21 milioni le applicazioni pubblicate fino a oggi. Sempre nel 2021, 233 app e giochi hanno generato più di 100 milioni di dollari, e 13 di queste hanno generato oltre 1 miliardo. Nel corso degli ultimi 12 mesi gli utenti hanno speso una media di 320.000 dollari al minuto, il 19% in più su base annua, per una cifra complessiva di 170 miliardi di dollari. Sono inoltre sostanziali, riporta Ansa, le differenze nel download delle app e negli acquisti a seconda delle generazioni. La Generazione Z (i nati tra 1997-2010) preferiscono le app social e video, i Millennial (i nati dal 1981 al 1996) le app di messaggistica, mentre la Gen X (1965-1980) non sembra focalizzarsi su una categoria specifica.

Donne medico, in Italia esiste ancora un gender gap?

Esiste un gender gap nella professione medica? Pare proprio di sì, anche se il numero di dottoresse – peraltro molto capaci – sia in costante aumento nel nostro paese. Eppure, stando alle dirette interessate, continua a esistere una disparità di genere tra i professionisti sanitari in termini di opportunità di carriera, di trattamento ricevuto sul luogo di lavoro e di credibilità agli occhi dei pazienti. Questo è quanto emerge dalla ricerca condotta da Univadis Medscape Italia – il portale di informazione per i professionisti della salute con notizie, strumenti, aggiornamenti e formazione continua per la classe medica – che ha indagato a che punto siamo nel nostro Paese in tema di gender equity in medicina.

Meno carriera per le quote rosa

Questa differenza di percezione trattamento tra medici uomo e medici donna emerge proprio dal sondaggio condotto  online su 1.779 intervistati (di cui 999 maschi e 780 femmine): dalle risposte fornite si scopre che la progressione della carriera riscuote un interesse paragonabile tra i due sessi. Però, ancora oggi, il genere pare giocare un ruolo importante, tanto che il 44% delle donne si sente penalizzata contro il solo 10% degli uomini. A rimarcare maggiormente la differenza di genere è il dato che sottolinea come i rappresentanti maschili del campione siano divisi quasi a metà tra chi ha un ruolo direttivo e chi no, fatto che non vale per il sesso femminile: solo 1 donna su 3 ricopre un ruolo apicale, mentre circa il 48% riferisce di aver personalmente subito un trattamento diverso sul luogo di lavoro perché donna. Questo sentimento risulta preponderante nella generazione X (nate tra 1981 e il 2000), forse perchè più consapevoli dei propri diritti rispetto alle donne che le hanno precedute. Le dottoresse si sentono svantaggiate anche in ambiti in cui teoricamente la qualità scientifica dovrebbe essere l’unico metro di giudizio: oltre 1 su 5 trova ingiustificate difficoltà a pubblicare nella letteratura scientifica e 1 su 3 a essere invitata a presentare le proprie ricerche in un consesso di colleghi. Ma sono pure i pazienti a creare disparità di genere: le donne medico vengono spesso confuse con altri professionisti sanitari – come ad esempio gli infermieri – e hanno una minore credibilità agli occhi del malato, del loro accompagnatore e a volte dei colleghi uomini. 

Il difficile bilanciamento lavoro-vita privata

Ma in cima alle preoccupazioni dei medici italiani, a prescindere dal genere, c’è la ricerca di un difficile equilibrio volto a conciliare vita privata e professionale – indicata dal 40% dei maschi intervistati e dal 33% delle femmine, con una differenza modesta tra chi ha figli e chi non ne ha. In questo contesto la pandemia ha aumentato la pressione associata a questo lavoro influendo sul modo in cui i medici vedono la propria professione, con 1 donna su 2 che è stata spinta a rimettere in discussione la propria carriera di medico per motivazioni quali l’eccessiva richiesta di sacrifici senza riscontro economico, l’elevato livello di rischi e la necessità di dare priorità alla famiglia e ai propri affetti. Insomma, la strada per la parità è ancora lunga, anche in corsia. 

Consumi in crescita: gli italiani hanno voglia di shopping (in negozio)

Finite, o quantomeno molto allentate, tutte le limitazioni legate all’emergenza sanitaria, gli italiani hanno di nuovo voglia di uscire e di spendere. Tanto che nel 2021 ci si attende un vero e proprio rimbalzo delle spese. Alla fine dell’anno, rivela il 2° Rapporto Censis-Confimprese, l’associazione che raggruppa gli operatori del retail, la spesa per consumi delle famiglie sfonderà il muro dei 1.000 miliardi di euro. Nel secondo trimestre del 2021 i consumi degli italiani si sono già ripresi del 14,2% rispetto allo stesso periodo del 2020 (33 miliardi in più), con una netta inversione di tendenza rispetto al -5,4% registrato nel primo trimestre dell’anno. L’incremento a consuntivo d’anno ammonterà a 60 miliardi in più rispetto all’anno scorso, un tesoretto prezioso per rivitalizzare l’economia reale. Complessivamente la pandemia ha bruciato dieci anni di crescita dei consumi. Ma, se non ci saranno nuovi stop sanitari, a Natale si prevedono almeno 9 miliardi di spesa in più rispetto alle passate festività. 

Desiderio di fare acquisti nei canali fisici del commercio

Se i vari lockdown hanno costretto gli italiani a stare non solo in casa, ma in qualche modo a spostare i loro soldi dalle spese ai risparmi, ora si assiste a una tendenza inversa. Sono 4,5 milioni i nostri connazionali che, forti di redditi rimasti intatti e di risparmi forzosi dovuti all’impossibilità di poterli utilizzare durante la pandemia, ora sono pronti a spendere per i consumi più di quanto facessero nel periodo pre-Covid. Ma come? In negozio: il 64% degli italiani ha nostalgia degli acquisti nei punti vendita fisici, nei centri commerciali, nelle piazze dello shopping, anche riducendo il ricorso all’e-commerce. Lo dicono di più le donne (67,6%) e le persone benestanti (69,8%). La normalità per gli italiani è fatta anche di shopping fisico, da cui traggono emozioni e benessere.

Mix di canali fisici ed e-commerce

Utilizzare ogni tipo di informazione disponibile per decidere cosa acquistare e dove farlo: ecco il potere rinforzato del consumatore con cui il retail dovrà misurarsi. Il 64,9% degli utenti di internet cerca informazioni su aziende, prodotti e servizi. Il 53,4% confronta i prezzi dei prodotti e servizi per valutare le diverse opzioni. È questo l’importante contributo del digitale: i consumatori sono diventati più forti grazie ai flussi informativi facilmente accessibili a chiunque e ovunque per giudicare, scegliere, acquistare. L’e-commerce è ormai una realtà consolidata: il 51,6% degli internauti (il 62,3% delle persone più istruite, il 64,6% dei 30-44enni) ha effettuato almeno un acquisto online nell’ultimo mese. Dopo la pandemia ogni consumatore costruirà la sua spesa personale combinando canali fisici del retail e e-commerce.

Regione Lombardia e Unioncamere sostengono le PMI con FaiCredito Rilancio

Le micro, piccole e medie imprese lombarde hanno a disposizione uno strumento in più per restare sane e competitive sul mercato. Si tratta della misura FaiCredito Rilancio, messa in campo da Regione Lombardia e Camere di Commercio lombarde con un fondo a disposizione 13 milioni e 560 mila euro. Come si nelle in una nota di Unioncamere, la misura “E’ finalizzata a migliorare le condizioni di accesso al credito da parte delle MPMI intervenendo con contributi a fondo perduto per l’abbattimento tassi sia su finanziamenti per la liquidità, sia su finanziamenti per investimenti così da supportare le imprese a superare questa fase di difficoltà e a investire per il rilancio del business”.

Chi può beneficiarne e caratteristiche del finanziamento

Possono beneficiarne le micro, piccole e medie imprese di tutti i settori economici aventi sede operativa e/o legale in Lombardia e che stipulino un contratto di finanziamento con un istituto di credito (banche) e/o un Confidi di un importo minimo pari a 10.000 euro. 
“Il finanziamento che può essere destinato alla liquidità ovvero alla copertura di investimenti” spiega ancora la nota “è agevolabile nei limiti di 150.000 euro e per una durata da 12 a 72 mesi (compreso un preammortamento di 24 mesi). Sono ammissibili al contributo in conto interessi i contratti di finanziamento stipulati a decorrere dall’1 gennaio 2021. Il Sistema camerale lombardo e Regione Lombardia intervengono per l’abbattimento degli interessi fino al 3% (TAEG) e il contributo massimo è di 10.000 euro. È altresì riconosciuta una copertura del 50% dei costi di garanzia fino ad un valore massimo di 1.000 euro”. 

Come presentare le domande 

Le domande di contributo possono essere presentate a partire dal 19 luglio fino al 12 novembre 2021, direttamente dall’impresa o attraverso un Confidi. Il bando completo di modulistica e le informazioni dettagliate sono pubblicate sul sito di Unioncamere Lombardia. 

“Favorire la ripresa del tessuto produttivo”

“Abbiamo sostenuto le imprese nel periodo più difficile della pandemia per garantire la continuità aziendale ed è giunto ora il momento di favorire la ripresa del nostro tessuto produttivo” ha detto Gian DomenicoAuricchio, presidente Unioncamere Lombardia. “La disponibilità di liquidità e di risorse per investimenti è fondamentale per consentire alle imprese lombarde di rilanciarsi sul mercato, guardando con maggiore fiducia al futuro e investendo nella propria attività ed è a questo che mira questa nuova iniziativa promossa dal Sistema camerale lombardo e da Regione Lombardia”.

Qual è lo “smartphone ideale” per gli italiani?

In un anno caratterizzato dall’andamento altalenante del mercato degli smartphone, l’interesse online in Italia ha mostrato invece una decisa crescita, chiudendo il 2020 con +60,6% di intenzioni d’acquisto rispetto al 2019. Sulla base dei filtri di ricerca più utilizzati sul proprio portale, Idealo ha delineato le caratteristiche dello smartphone ideale per gli italiani.  Secondo i dati emersi dalle ricerche online sul portale, l’utente medio italiano che vuole acquistare un nuovo smartphone ha chiaro in mente il tipo e le caratteristiche del prodotto desiderato, soprattutto iPhone 11 (8,1%), iPhone 12 (4,0%), Xiaomi Redmi Note 9 Pro (3,3%), Apple iPhone 12 Pro (2,8%), Samsung Galaxy A71(2,8%) e Apple iPhone SE 2020 (2,7%). 

Brand, caratteristiche tecniche e dimensioni dello schermo

La base di partenza di coloro che si apprestano ad acquistare uno smartphone online è il nome del produttore, e le ricerche in base al brand puntano ad Apple (31,9%), Samsung (24,5%), Xiaomi (19,1%), Huawei (7,7%) e OPPO (4,2%).Gli altri filtri di ricerca più utilizzati dagli utenti online riguardano le caratteristiche tecniche. Su 100 e-shopper, infatti, quasi 44 sono interessati al tipo di prodotto, e,tra i risultati le preferenze sono soprattutto per gli Smartphone 5G. Quasi 17 utenti poi sono interessati alle dimensioni dello schermo, con preferenza per gli smartphone da 5,5”, 9 utenti sono interessati alla memoria interna, con preferenza per gli smartphone da 128 GB e 4 utenti alla quantità di RAM, con preferenza per gli smartphone con RAM da 4GB.

Prezzo e colore della scocca 

Su 100 utenti online, inoltre, circa 7 e-shopper utilizzano il filtro “prezzo” nelle ricerche, e quasi la metà imposta un range tra i 100 e i 300 euro, concentrandosi su modelli non più vecchi di due anni e sfruttando il naturale deprezzamento registrato dai cellulari dopo il loro lancio. La scelta del colore della scocca dello smartphone segue un po’ i gusti, la moda, il genere e l’età dell’acquirente. Se bianco è il colore molto probabilmente più trendy per gli utenti più giovani, il nero è il primo colore scelto da Apple per le sue linee di telefoni; rappresenta una scelta classica e decisamente professionale.

Sono più gli uomini a cercare il cellulare dei sogni online

Nelle ricerche online le preferenze sono indirizzate senza dubbio verso i modelli color nero da 128 GB, riporta Italpress. Al secondo posto tra le preferenze di colore si posizionano a parimerito le ricerche con filtro nero/64GB e bianco/128GB. A seguire, tra i colori preferiti, troviamo il grigio, il blu, il rosso, il viola e l’argento. Sono d’altronde prevalentemente gli uomini a effettuare ricerche online nella categoria smartphone (67,1%) anche se, nell’ultimo anno, le donne sono aumentate più degli uomini, crescendo del +64,3% contro il +59,4% degli uomini.

Quali sono le app più utilizzate dai più giovani? YouTube, WhatsApp e TikTok

Per comprendere come sono cambiati gli interessi e le esigenze dei bambini nell’ultimo anno, Kaspersky ha condotto lo studio dal titolo Safe Kidsm, che ha preso in esame le query di ricerca, le applicazioni Android più popolari e le categorie di siti web più ricercate dagli utenti più giovani. E YouTube, WhatsApp e TikTok risultano le app più utilizzate,da questa categoria di utenti, con TikTok che nell’ultimo anno ha addirittura raggiunto il doppio della popolarità di Instagram.
Nella top 10 di Kaspersky si trovano anche quattro videogiochi per pc, Brawl Stars, Roblox, Among US e Minecraft.
E tra le categorie più ricercate, al primo posto “software, audio e video” (44%), seguito da “mezzi di comunicazione online” (22%) e “giochi per computer” (14%).

YouTube in testa con un ampio margine

Tra le applicazioni più popolari, YouTube è in testa con un ampio margine e continua a essere il servizio di video streaming più utilizzato tra i ragazzi di tutto il mondo. Al secondo posto si piazza l’app di messaggistica istantanea WhatsApp, seguita dal noto social TikTok. Quanto a YouTube, il 17% delle ricerche totali fatte da ragazzi e bambini riguarda i video musicali. Anche la categoria “tendenze” riscuote un discreto successo, con i video su “pop it and simple dimple” e “ASMR” che rappresentano il 4% delle query. Per quanto riguarda i gusti musicali, oltre alle band di K-POP tra cui BTS e BLACKPINK e i cantanti Ariana Grande, Billie Eilish e Travis Scott, è stato individuato un nuovo trend musicale, il ‘phonk’.

Nella top 10 anche quattro videogiochi per pc

Se guardiamo ai videogiochi, quelli più popolari tra ragazzi e bambini sono gli ormai noti Minecraft (23%), Fortnite (7%) Among Us (4%), a cui si aggiungono Brawl Stars (6%) e il tanto amato Roblox (4%).  Quest’ultimo è presente nella top 10 dei giochi più apprezzati dai ragazzi in quasi tutti i Paesi presi in esame. Tra tutte le aree geografiche, il Kazakistan con il 26% è quello in cui si registra una maggiore tendenza a visitare siti dedicati ai giochi per pc, seguito dal Regno Unito con il 19%. La situazione cambia se si guarda ai dati dell’India, dove i bambini non hanno quasi mai visitato siti dedicati ai videogiochi (solo il 5%).

TikTok rimane il principale trendsetter musicale per i bambini

I bambini in questo ultimo anno hanno sfruttato il web anche per imparare. Nello specifico, è stata rilevata una crescita di interesse verso i video “creativi” come i beat e le lezioni di musica, e TikTok rimane il principale trendsetter musicale per i bambini. Per quanto riguarda i video più ricercati, riporta Askanews, con il 50% si confermano in cima alla classifica i cartoni animati, mentre al secondo posto gli show televisivi, con The Voice Kids al primo posto delle ricerche più frequenti in lingua inglese. Per film e serie TV, i trailer più popolari sono stati Godzilla vs Kong, Justice League di Zach Snyder e la miniserie Disney+ WandaVision. Anche Netflix continua ad attirare l’attenzione di molti bambini, soprattutto per Cobra Kai e Stranger Things.

Il digitale mette il turbo alle PMI, ma la strada è ancora lunga

Il 2020 è stato l’anno in cui le aziende, anche quelle piccole e medie, si sono dovute reinventare per poter sopravvivere alle tante limitazioni imposte dal Covid-19. Si tratta di un numero importante di attività, dato che le circa 220 mila PMI (imprese con un numero di addetti compreso tra 10 e 249, con meno di 50 milioni di euro di fatturato) costituiscono un pilastro del tessuto imprenditoriale italiano, rappresentando il 41% del fatturato nazionale, il 38% del valore aggiunto ed il 33% degli occupati. Durante la pandemia, il digitale è stato una vera e propria ancora di salvezza per queste realtà, spingendo forzatamente le PMI verso le tecnologie digitali. Come ha spiegato Andrea Rangone, Responsabile Scientifico degli Osservatori Digital Innovation “Nella sua drammaticità, la pandemia ha costretto le PMI a riflettere sulla loro visione di futuro, portandole sempre più ad abbracciare il digitale come strumento di sviluppo. Sul campione analizzato, le PMI più mature digitalmente mostrano una più elevata resilienza e produttività: risultano avere in media prestazioni economiche migliori rispetto alle altre in termini di utile netto (+28%), margine di profitto (+18%), valore aggiunto (+11%), ed EBITDA (+11%), oltre ad avere riscontrato minori rallentamenti operativi quando si è verificata l’emergenza da Covid-19”.

La spinta dovuta alla crisi

“Nell’ultimo anno, infatti, la crisi ha rappresentato per le PMI una spinta obbligata verso quegli strumenti digitali che aiutassero da un lato a portare avanti l’operatività aziendale e, dall’altro, a sostenere i fatturati in forte contrazione” emerge dalla survey realizzata in collaborazione con Capterra. Le piccole e medie imprese che si sono attivate nel commercio elettronico sono storicamente rimaste indietro rispetto alle grandi aziende e alle controparti europee, ma negli ultimi mesi sono aumentate di oltre il 50% rispetto al periodo precedente al Covid: tale incremento è dovuto principalmente alla maggiore presenza sulle piattaforme e-commerce di terze parti, alle quali le PMI si sono rivolte per la possibilità di attirare nuovi clienti durante la chiusura obbligatoria dei canali fisici.

E-commerce al centro degli investimenti

Per 4 PMI su 20, inoltre, il commercio elettronico sarà al centro degli investimenti nel 2021. La diffusione dello smartworking, del lavoro a distanza, la pratica della rotazione dei dipendenti e la necessità di isolamento sociale hanno portato a un aumento del tasso di adozione di soluzioni digitali per lo scambio di dati e informazioni aziendali. Ancora, nove PMI su dieci gestiscono elettronicamente i loro documenti aziendali, però nell’ultimo periodo è cresciuto esponenzialmente  l’utilizzo dei servizi in Cloud.

Italiani e pensione, un desiderio quasi impossibile

Quali sono le opinioni degli italiani riguardo alla pensione? Quali le aspettative e i desideri? A quanto pare i nostri connazionali hanno una fiducia irrealistica sulla pensione, tanto che il 76% vorrebbe poter smettere di lavorare prima dell’età pensionabile e i ventenni vorrebbero avere l’assegno a 55 anni. E se il 30% dei cinquantenni non ci ha mai neanche pensato, tra chi invece lo ha fatto il 29% indica 60 anni. Inoltre, tra coloro che dichiarano di sapere quando andranno in pensione, un terzo afferma 67 anni, e i ventenni vorrebbero poter smettere di lavorare addirittura a 55 anni.

Si tratta di alcune evidenze emerse da una ricerca a cura di Moneyfarm e Progetica.

Aspettative e realtà non coincidono

Secondo la ricerca, se i 70 anni sono indicati come età probabile da un numero piuttosto esiguo di persone, mentre un buon numero (32%) dovrà lavorare fino a 5 anni in più rispetto alle proprie attese, il 26% dovrà lavorare tra 6 e 10 anni in più rispetto alle attese, e il 17% addirittura oltre 10 anni in più. Inoltre, solo per il 18% dei casi il desiderio “quando vorrei smettere di lavorare” e la realtà, “quando potrò davvero andare in pensione”, coincidono. La stragrande maggioranza, il 76%, vorrebbe poter smettere di lavorare prima dell’età della pensione.

Cinque persone su 10 non sanno a quanto ammonterà l’assegno

L’ottimismo si smorza sull’ammontare dell’assegno: solo un 3% pensa che avrà una pensione più alta dei propri desideri, mentre per il 90% la pensione sarà più bassa rispetto ai propri desideri. Il dato allarmante, secondo Moneyfarm, è che 5 persone su 10 non sanno quanto percepiranno di pensione, riporta Adnkronos. Dalla ricerca, “si evince un pericoloso presentismo, che lascia ancora ben poco spazio alla pianificazione – si legge nella ricerca -. Il futuro non è sufficientemente tenuto in considerazione nelle scelte di investimento, e in particolar modo, in quelle legate alla pensione. La mancanza di una cognizione realistica riguardo le tempistiche della pensione porta le persone a fare scelte sbagliate”.

Un ottimismo ingiustificato da parte dei risparmiatori

“Nonostante alcune evidenze siano ormai da anni sulla bocca di tutti e nonostante i numerosi interventi legislativi, da questa ricerca emerge un ottimismo purtroppo ingiustificato da parte dei risparmiatori italiani – spiega Giovanni Daprà, co-fondatore e amministratore delegato di Moneyfarm -. La consapevolezza è il primo passo per fare la scelta giusta: investire. A maggior ragione, quando gli incentivi fiscali destinati a chi decide di investire per la pensione sono così interessanti”.

L’occupazione in Italia, uno studio di Eurispes

Tra il 2010 e il 2020 in Italia sono stati creati 376,91mila nuovi posti di lavoro (+1,67%): un aumento dell’occupazione che però non è stato omogeneo all’interno del Paese. Se infatti il Mezzogiorno ha visto una diminuzione di 105,28mila posti di lavoro (-1,71%) il Centro ha aumentato gli occupati di 168,59mila unità, e il Nord di 313,60mila. Inoltre, se a partire dal 2013 in tutto il Paese si è riscontrata una crescita costante, interrotta nel 2020 a causa dell’emergenza da Covid-19, nel Mezzogiorno tale crescita non è riuscita a compensare il brusco calo avvenuto tra il 2013 e il 2014. Si tratta di alcuni risultati emersi da uno studio Eurispes sull’andamento temporale e territoriale dei dati sull’occupazione.

L’analisi a livello territoriale dal 2010 al 2020

Se si esaminano le dinamiche occupazionali nelle singole regioni emerge un quadro più variegato rispetto alla classica dicotomia Nord-Sud. In base alle caratteristiche dell’andamento temporale degli occupati, si possono catalogare le regioni in 5 gruppi, che risultano essere eterogenei rispetto alla collocazione geografica. Il primo gruppo è quello delle regioni più virtuose, che hanno avuto una crescita costante e lineare per tutto il periodo d’osservazione. Il gruppo è composto da Lombardia, dove i posti di lavoro sono aumentati di 226,78mila (+5,43%), Lazio (+143,11mila posti, +6,52%), Trentino-Alto Adige (+24,77 mila occupati +5,33%), ed Emilia- Romagna (+83,27mila unità, +4,37%).

Il Friuli-Venezia Giulia è l’unica regione che non ha visto un calo nel 2020

Nel secondo gruppo ci sono altre regioni che hanno visto un aumento nei posti di lavoro, ma che, a differenza delle prime, hanno iniziato la crescita solo tra il 2013 e il 2015. Sono quindi regioni in espansione, ma meno resilienti rispetto al primo gruppo. Ne fanno parte Toscana (+45,8mila, +2,98%), Veneto (+32,95mila posti, +1,58%), e Friuli-Venezia Giulia (+9,80mila, +1,94%), l’unica regione che non ha visto un calo nell’anno della pandemia. Nel terzo gruppo invece, rientrano le regioni che hanno dimostrato di essere resilienti senza mostrare capacità di crescita, riuscendo a tornare ai livelli precedenti la crisi, ma senza un significativo aumento dei posti di lavoro. Si tratta di Basilicata, Campania, Umbria e Abruzzo.

In Sicilia i livelli occupazionali sono diminuiti in termini assoluti e relativi

Il quarto gruppo riunisce le regioni che non sono state in grado di recuperare i livelli occupazionali precedenti la crisi economica. Sono quindi regioni che rispetto al 2010 hanno perso posti di lavoro piuttosto che crearli, come Puglia (-0,05%), Molise (-0,72%), Sardegna (-3,66%), Piemonte (-2,13%), Marche (-3,22%) e Calabria (-6,14%). Nell’ultimo gruppo ci sono poi le regioni il cui livello occupazionale è rimasto vicino a quello della crisi dei debiti sovrani. Appartengono a questo gruppo le regioni che hanno perso il maggior numero di posti di lavoro negli ultimi 10 anni: Liguria (-3,65%), Valle d’Aosta (-4,56%), e Sicilia, la regione dove i livelli occupazionali sono diminuiti più significativamente, sia in termini assoluti sia in termini relativi (-6,47%).

Non solo smart worker, servono anche smart manager

È da un anno che la maggior parte delle imprese italiane ha imparato a misurarsi con lo smart working. Se all’inizio della pandemia si è trattato di improvvisare con il passare dei mesi, caratterizzati dalle misure messe in atto per contenere il diffondersi del virus, il lavoro a distanza è diventato sempre più un processo regolato e pianificato. Ed è stata propria la ricerca di una maggior efficacia nel lavoro a distanza a sottolineare il fatto che il lavoro da remoto emergenziale in realtà non è vero smart working. Affinché si possa effettivamente parlare di quello che la legge italiana definisce “lavoro agile” è infatti necessario assicurare maggiore libertà al dipendente. Non basta insomma lavorare da casa per fare uno smart worker.

Servono orari flessibili e strumenti digitali avanzati per lavorare da casa

Servono quindi anche orari flessibili e strumenti digitali avanzati per facilitare il compito al di fuori dell’ufficio. Ma non solo, come puntualizza Carola Adami, ceo di Adami & Associati, per rendere davvero possibile ed efficace lo smart working è necessario poter contare su manager altrettanto “smart”. “Durante il lockdown del 2020 abbiamo assistito a un lavoro a distanza imposto, e non liberamente scelto dalle aziende o dai dipendenti – spiega l’head hunter – mentre oggi si parla di un processo più ragionato, in cui è effettivamente possibile ripensare al metodo di lavoro aziendale. I primi a dover cambiare passo da questo punto di vista sono i manager, i quali devono essere in grado di gestire in modo efficace i propri team anche da remoto”.

Allenare la squadra a lavorare per obiettivi e per risultati

“Per raggiungere questo obiettivo il cosiddetto smart manager deve riuscire ad allenare la squadra a lavorare per obiettivi e per risultati – continua Adami – sostituendo i vecchi schemi fatti di orari e di mansioni graniticamente definite”. Il passaggio più delicato, afferma l’head hunter, potrebbe essere “quello di equilibrare in modo corretto il controllo della persona con quello dei risultati, lavorando sul rapporto di fiducia con i sottoposti”. Gestire questo nuovo modello di lavoro, per i manager, significa controllare il proprio team in modo differente, imparare a delegare più di quanto fatto in passato, e impegnarsi a mantenere il contatto continuo con tutta la squadra, attraverso chiamate individuali o meeting di pianificazione, fondamentali in caso di assenza fisica.

Ai manager di oggi sono richieste ulteriori soft skills

“Ai manager, al giorno d’oggi e in un contesto come quello che stiamo imparando a conoscere, sono richieste ulteriori soft skills, e in particolare una marcata capacità di adattamento”, sottolinea Carola Adami, aggiungendo che “chi è chiamato a gestire un team in questo mondo sempre più digital e dinamico deve essere capace di avere una visione d’insieme e, nel medesimo momento, essere in grado di analizzare il dettaglio, mantenendo sempre il proprio focus pur all’interno di uno scenario frammentato”.