Economia circolare ed energia rinnovabile contro il caro bollette

A quanto emerge dall’ultima indagine Ipsos, L’Italia e l’economia circolare, presentata in occasione della IX edizione di EcoForum, la conferenza nazionale sull’economia circolare organizzata da Legambiente, La Nuova Ecologia e Kyoto Club, quasi il 70% degli intervistati ritiene che lo sviluppo dell’economia circolare e l’energia da fonti rinnovabili possano combattere l’aumento delle bollette. Per contrastare in maniera efficace i rincari energetici che pesano sulle bollette di luce e gas una risposta può arrivare dall’utilizzo delle fonti derivanti dalle fonti rinnovabili e dalle possibilità dell’economia circolare. In un contesto dominato da incertezze economiche, sanitarie e geopolitiche, di anno in anno incrementa la quota dei forti conoscitori dell’economia circolare, +10% in 4 anni, ma non si allarga il bacino complessivo dei conoscitori. 

Dove concentrare gli investimenti per aumentare la circolarità?

Quasi sette italiani su dieci ritengono che lo sviluppo dell’economia circolare e l’energia proveniente da fonti rinnovabili contrasterebbero l’aumento delle bollette, tema al momento molto preoccupante e sentito. Il 48% degli intervistati ritiene poi che i ‘green jobs’, ovvero i lavori collegati alla sostenibilità, aumenteranno in futuro. Inoltre, gli italiani mostrano di avere le idee chiare anche su dove dovrebbero concentrarsi gli investimenti per aumentare la circolarità: i conoscitori (41%) inseriscono nelle prime 5 posizioni alcune azioni particolarmente drastiche, come la chiusura di impianti a rischio e delle aziende inquinanti.

Economia circolare: quanto ne sanno gli italiani?

Di fatto, il livello di conoscenza dei principi dell’economia circolare rimane sostanzialmente invariato (41%). In ogni caso, rispetto al totale della popolazione intervistata, i conoscitori dell’economia circolare reputano maggiormente importante investire sulle risorse per rigenerare impianti industriali esistenti, e dare più autorizzazioni per la costruzione di impianti di riconversione e riciclo. 
Inoltre, oltre un italiano su due pensa che l’Italia sia sotto la media europea per impegno nella circolarità, e quasi due su dieci pensano che siamo agli ultimi posti in Europa. E anche tra i conoscitori dell’economia circolare, la percezione risulta del tutto simile. 

La crisi pandemica ha insegnato che cambiare si può

In ultima analisi, il 75% degli intervistati ritiene che la pandemia Covid-19 abbia dimostrato che è possibile per le persone trasformare il proprio comportamento molto rapidamente, e il 71% degli intervistati concorda sul fatto che la ripresa post pandemia sia un momento unico per costruire società più resistenti agli shock futuri. In sintesi, la crisi pandemica ha insegnato che cambiare si può, specie se la società civile diventa più attenta, se la burocrazia aiuta e se ci sono risorse adeguate.

In azienda i cyber attacchi partono con una e-mail di phishing

La cyberminaccia inizia quasi sempre con il phishing: e troppo spesso i dipendenti delle aziende ci cascano, mettendo in pericolo la sicurezza dei propri dati personali così come quelli dell’impresa per cui operano. A “dare i numeri” del fenomeno è Kaspersky: secondo le stime, infatti, il 91% di tutti i cyberattacchi inizia con un’e-mail di phishing, le cui tecniche sono implicate nel 32% dei casi di tutte le violazioni di dati andate a buon fine. D’altro canto, i lavoratori non sempre sono sufficientemente preparati a fronteggiare l’attacco. Secondo quanto emerso dai dati rilevati dal simulatore di phishing di Kaspersky Security Awareness Platform i dipendenti spesso tendono a ignorare le insidie nascoste nelle e-mail dedicate a questioni aziendali o a notifiche relative a problemi di consegna. Quasi un dipendente su cinque (dal 16 al 18%), infatti, ha cliccato su link contenuti nei modelli di e-mail che simulano attacchi di phishing.

Qual è l’oggetto delle mail più pericolose?

Il team di esperti specializzato nella sicurezza informatica ha anche individuato, attraverso campagne di simulazione, quali sono le tipologie di e-mail di phishing più efficaci. Nel dettaglio, hanno per oggetto: Tentativo di consegna fallito – Purtroppo il nostro corriere non è riuscito a consegnare il vostro articolo. Mittente: Servizio di consegna della posta. Conversione dei click: 18,5%.; Email non consegnate a causa del sovraccarico dei server di posta. Mittente: Il team di supporto di Google. Conversione dei click: 18%; Sondaggio online tra i dipendenti: Cosa miglioreresti del lavoro in azienda. Mittente: Dipartimento Risorse Umane. Conversione dei click: 18%; Promemoria: Nuovo dress code aziendale. Mittente: Risorse umane. Conversione dei click: 17,5%; Attenzione a tutti i dipendenti: nuovo piano di evacuazione dell’edificio. Mittente: Dipartimento Sicurezza. Conversione dei click: 16%. Inoltre, tra le altre e-mail di phishing che hanno ottenuto un numero significativo di click ci sono: conferme di prenotazione da parte di un servizio di prenotazione (11%), notifiche di un ordine (11%) e un annuncio di un concorso (10%). 

Come proteggere dipendenti e azienda

Per prevenire le violazioni dei dati e le relative perdite finanziarie e di reputazione causate dagli attacchi di phishing, Kaspersky raccomanda alle aziende di adottare alcune misure. Ad esempio, ricordare ai dipendenti i segnali fondamentali delle e-mail di phishing, come l’oggetto “strano”, errori e refusi, indirizzi del mittente incoerenti e link sospetti; in caso di dubbi sull’e-mail ricevuta, è importante controllare il formato degli allegati prima di aprirli e l’accuratezza del link prima di cliccare. Per farlo è importante assicurarsi che l’indirizzo sia autentico e che i file allegati non siano in formato eseguibile; segnalare sempre gli attacchi di phishing. Nel caso di un attacco, è importante segnalarlo al reparto di sicurezza informatica e, se possibile, evitare di aprire l’e-mail dannosa. In questo modo il team di cybersecurity potrà riconfigurare i criteri anti-spam e prevenire un incidente; fornire ai dipendenti le conoscenze di base sulla cybersecurity. La formazione deve essere finalizzata a modificare il comportamento dei dipendenti e a insegnare loro come affrontare le minacce. 

Felici intorno a un tavolo e in vacanza: la leggerezza secondo gli italiani

Trascorrere del tempo all’insegna della leggerezza, tenendo alla larga preoccupazioni e stress. Sì, ma come? Secondo la maggior parte degli italiani questo stato si raggiunge con la convivialità, condividendo momenti piacevoli e preziosi con le persone care, meglio se intorno a un tavolo, in compagnia di una birra e durante le giornate di vacanza. Lo riferisce uno studio realizzato da AstraRicerche per Birra Moretti, che ha fotografato il rapporto degli italiani con la leggerezza, scoprendo che per la metà dei nostri connazionali questa attitudine significa condividere il tempo con le persone che ci fanno stare bene. In particolare, emerge che Il viaggio e l’evasione dalla routine sono la metafora della leggerezza: per 1 italiano su 3 (33%) le vacanze rappresentano l’antidoto allo stress, preferibilmente in buona compagnia e all’insegna della convivialità.

Stare bene con gli altri e nei luoghi

Se la buona compagnia delle persone che ci fanno stare bene è la situazione che più di tutte ci alleggerisce la vita e ci rende spensierati (43%), subito dopo gli italiani indicano di sentirsi più leggeri e felici quando sono in vacanza (33%): evadere dalla routine durante l’estate è la situazione che fa più felici ben 12 milioni di italiani. Che si sentono a loro agio soprattutto quando sono a contatto con la natura (29%), una situazione radicata nello stile di vita sempre più “outdoor” dei nostri connazionali.
Un concetto, quello del viaggio e della vacanza, che è strettamente legato alla condivisione del buon mangiare e buon bere, all’aria aperta, che rappresenta per 2 italiani su 10, il momento di leggerezza per eccellenza. Per molti, con una buona birra, che per 4 italiani su 10 (43%) è la bevanda della spensieratezza, capace di accompagnare i momenti conviviali più piacevoli e spensierati, più di vino e spumante.

Gli ingredienti della leggerezza

Tra gli aspetti legati alla convivialità, nella classifica di quelli più importanti 4 italiani su 10 (40%) indicano i momenti con gli amici all’aria aperta mangiando street food, seguito dall’apericena informale con gli amici accompagnato da una buona birra (35%) o la cena nel locale preferito (33%). Tra le bevande che incarnano i valori di spensieratezza e leggerezza tanto ricercati in questo momento dagli italiani in testa c’è la birra chiara (43%), seguita dal vino rosso (24%) e dal vino bianco (21%). Subito dopo troviamo cocktail e superalcolici (19%), birra scura (14%) e spumante (13%). Più indietro bevande gasate (11%), succhi di frutta (9%), the e tisane (9%).

Bioplastiche, il riciclo raggiunge il 61% della popolazione italiana

Le bioplastiche sono ormai “familiari” in tantissime case di italiani, che le conoscono e sanno anche che possono essere smaltite. Tanto che raggiungono il 61% della popolazione del nostro Paese. Lo evidenzia la relazione dell’attività 2021 del consorzio Biorepack, con 38.400 tonnellate di imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile riciclate organicamente, pari al 51,9% dei pack immessi sul mercato nello stesso periodo.

Un ciclo virtuoso

Quello dello bioplastiche compostabili e del riciclo organico è un settore importantissimo e sempre più condiviso, tanto che le imprese consorziate sono passate da 6 a 202 in appena un anno. Mentre sono 330 gli organismi convenzionati per un totale di 3706 Comuni serviti, nei quali abitano oltre 36 milioni di persone, pari al 61% della popolazione italiana. Ancora: 38.400 tonnellate di imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile riciclate organicamente, pari al 51,9% degli imballaggi immessi sul mercato nello stesso periodo (74.000 tonnellate). Inoltre, grazie al contributo ambientale obbligatorio degli imballaggi in bioplastica, nel corso del 2021 sono stati riconosciuti corrispettivi economici ai convenzionati pari a 7,5 milioni di euro. Sono i numeri più rilevanti delle attività svolte nel corso del 2021 da Biorepack, il consorzio nazionale per il riciclo organico degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile.

Tanti Comuni già coperti, specie nel Nord Est

Positivi anche i numeri dei Comuni già coperti dalle convenzioni.  Il focus sui 330 organismi convenzionati mostra che 209 sono rappresentati da Comuni (singoli o associati), altri 102 sono soggetti gestori deputati alla raccolta dell’umido urbano, 10 sono enti di governo del servizio rifiuti e nove sono gestori di impianti di trasferenza o di riciclo organico.
Significativa la distribuzione territoriale dei Comuni finora coperti dalle convenzioni firmate con Biorepack: arrivano al 79% del totale nel Nord Est, 50% nel Nord Ovest, 49% nel Centro. Più indietro la situazione per Sud e Isole, dove la copertura è rispettivamente del 29% e 14%. Al 31 dicembre 2021 avevano fatto richiesta il 67% dei capoluoghi di provincia italiani. “Auspichiamo – ha detto il presidente di Biorepack, Marco Versari – che i Comuni e i soggetti da loro delegati alla raccolta rifiuti nelle regioni del Mezzogiorno colmino rapidamente questo divario. Convenzionarsi significa infatti poter accedere a risorse economiche che si rivelano cruciali, soprattutto per le realtà territoriali di medio-piccole dimensioni. E sono uno stimolo ad effettuare nel migliore dei modi la raccolta differenziata della frazione umida, essenziale anche in chiave ambientale”.

Donne meno portate per discipline Stem. Lo pensa il 14% degli italiani

Le donne sono meno portate per discipline Stem? Se il 56% degli italiani non conosce il termine Stem quasi il 14% ritiene che le donne siano biologicamente e naturalmente meno portate allo studio delle discipline scientifiche. Sono alcuni dati emersi dalla ricerca presentata da Alessandra Ghisleri, direttore di Euromedia Research, nel corso dell’evento Donne e materie Stem: come superare la disparità di genere, promosso da Fondazione Marisa Bellisario, Link Campus University e Università eCampus. 
“Sono dati molto preoccupanti, e ritenere che alla base del sottodimensionamento delle donne in queste materie ci siano ragioni biologiche ci fa capire che siamo ancora all’epoca preistorica”, ha commentato Maria Cristina Messa, ministro dell’Università e della Ricerca.

“Non esiste minore attitudine delle ragazze rispetto ai ragazzi”

“Come governo, in tutti i bandi abbiamo fatto sì che almeno il 40% degli assunti siano donne, vincolando l’accesso ai fondi del PNRR solo a quegli enti, pubblici e privati, che abbiano la redazione di un bilancio di genere e una strategia di genere come uno degli elementi portanti della governance nelle loro strutture – ha aggiunto Maria Cristina Messa -. E non basterà avere un foglio di carta: saranno monitorati i dati che individuano gli obiettivi principali”.
Quanto al gap di genere, “abbiamo un gap di genere ben più alto della media dei paesi Ocse – ha sottolineato Elena Bonetti, ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia – e di certo non esiste una minore attitudine delle ragazze rispetto ai ragazzi”.

Creare role model e abbattere gli stereotipi sono leve prioritarie

“Quasi 40 anni fa Marisa Bellisario incoraggiava le ragazze a intraprendere percorsi di studio scientifici perché, diceva, le donne hanno tutte le carte in regola per eccellere e perché là ci sono le migliori opportunità di lavoro e carriera – ha ricordato Lella Golfo, presidente della Fondazione Marisa Bellisario -. La Fondazione ha raccolto il suo testimone e fin dal 1989 premia ogni anno non solo i migliori talenti del settore, da Fabiola Gianotti a Samantha Cristoforetti, ma le più brillanti neolaureate in materie Stem. Creare role model e abbattere gli stereotipi sono le leve prioritarie per aumentare il numero di ragazze che scelgono indirizzi scientifici: un obiettivo non solo di parità ma di sostenibilità e progresso in tutto il mondo”.

In alcuni segmenti universitari lo scarto tra uomini e donne è ancora rilevante 

“Ci sono alcuni segmenti, all’interno del panorama universitario italiano che vedono ancora un rilevante scarto tra uomini e donne, nella presenza e nella rappresentanza – ha evidenziato il rettore della Link Campus University, Carlo Alberto Giusti -. Nelle discipline Stem, secondo i dati del centro studi della Crui, si registra una presenza femminile inferiore al 15%, dato confermato anche nei dottorati e nei ruoli della ricerca. La Link Campus University è impegnata in azioni di contrasto a ogni forma di diseguaglianza”.

Italiani e auto, inizio anno difficile

Sono sempre meno le auto per famiglia in Italia. Il 2022 si è aperto con numeri i calo per il mercato automobilistico, che ha visto una decrescita per il numero di immatricolazioni, per automobili e altri veicoli, del -21,22% a causa di fattori come la pandemia e ora anche la guerra in Ucraina. Qualche dato relativo ai primi due mesi dell’anno: le vendite relative alle Passenger cars, in Italia, sono state pari al -22,46% rispetto al 2021. Sembra di natura contenuta, invece, il decremento concernente i Light commercial vehicles che, registra un 6,72% in meno sulle vendite totali, con 14.120 veicoli immatricolati per febbraio 2022. Sono solo alcuni dei dati contenuti nella ricerca di Scenari. La società di ricerca ha condotto un sondaggio su un campione rappresentativo od italiani, scoprendo che il 98,7% degli intervistati possiede almeno la patente di tipo A1. La maggior parte dei rispondenti ha dichiarato di possedere una sola autovettura (46,1%). L’altra significativa maggioranza è costituita da coloro che ne posseggono, invece, due (42%). Mediamente, quindi, in un micronucleo sociale italiano, possiede un numero di automobili compreso tra 1 e 2.

Perchè calano le immatricolazioni

Gli avvenimenti che hanno portato alla situazione attuale il mercato automobilistico italiano sono strettamente legati alla pandemia e all’attuale conflitto sul territorio ucraino. Il ruolo di maggior peso per l’attuale condizione lo giocano: residui degli effetti della pandemia da SARS-CoV-2 e le limitazioni, sul trasporto del carburante, causate dall’attuale conflitto russo-ucraino. Allo stato d’incertezza, generato dall’imponente flessione economica e occupazionale, si aggiunge la cosiddetta crisi dei microchip. Tra tutti i settori colpiti da questa crisi, quello dell’industria automobilistica è in primissima linea. Sembra, inoltre, che la carenza di semiconduttori si protrarrà ancora per un po’, generando, in questo modo, una spietata corsa all’approvvigionamento di chip e delle materie prima che occorrono per fabbricarli.

Effetto domino

L’incremento del 40%, su tutti i tipi di carburante, sta generando un ovvio effetto domino sui costi di produzione.
Dai vertici del settore, le persone sono esortate ad attendere pazientemente il ritorno degli incentivi per il mercato automobilistico. Si punta, dunque, a un’immediata riforma del decreto sull’energia, spronando all’utilizzo dei fondi destinati a questo scopo. Presentano, infatti, gli unici valori positivi, i modelli ibridi. Le bifuel Gpl hanno registrato un incremento pari al +23,2% a discapito dei prodotti a metano che, vedono la propria fetta decrescere del -59%. Ciò ha portato ad un calo nelle omissioni di CO2, che in analisi hanno presentato il 5,3% in meno rispetto al 2021.

Pasqua: uovo di cioccolato o colomba?

Nella ‘sfida’ tra uova di cioccolato e colomba quale è il dolce più amato dai consumatori del Bel Paese? A Pasqua gli italiani comprano i dolci tipici della tradizione per festeggiare con golosità le feste, un’abitudine consolidata. E secondo Everli, il marketplace della spesa online, lo scorso anno si è registrato un aumento di spesa a doppia cifra per l’acquisto di uova di cioccolato (66%) e di colombe (29%), decretando come vincitore indiscusso l’uovo. Nonostante in Italia si acquistino un maggior numero di colombe pasquali (+4,6% rispetto alle uova), si spende di più in uova di Pasqua (+86%). E Taranto è al primo posto nello per la spesa in uova di cioccolato e al secondo per le colombe pasquali.

Cioccolato al latte, gianduia o fondente?

Puglia e Toscana sono le regioni in cui si spende di più per l’acquisto di uova di cioccolato, ognuna con due province nella top 10 delle località che hanno speso maggiormente online per questa categoria, Taranto (1°) e Bari (2°), Lucca (6°) e Grosseto (7°). Ma che tipologia di cioccolato preferiscono gli italiani? Non ci sono dubbi: 9 delle 10 città in cui si spende di più per l’acquisto di uova come prima preferenza scelgono il cioccolato al latte. Solo a Taranto vince il gianduia, ricetta che guadagna il secondo gradino del podio anche a Bari. Anche se le uova di cioccolato al latte sono le più apprezzate compaiono anche uova al fondente o fondente extra, in particolare a Roma, L’Aquila, Gorizia, Cagliari, Grosseto e Rimini, mentre il cioccolato bianco si intravede solo nei carrelli di Cagliari, Grosseto e Roma.

La colomba vince in Lombardia

Tra gli italiani che scelgono la colomba la preferita è quella classica, ma c’è spazio anche per le versioni con glasse e creme sfiziose In base ai dati di Everli, le colombe riscontrano successo soprattutto in Lombardia, regione che vanta due località all’interno della top 10 delle province italiane dove si spende di più per l’acquisto di tale prodotto: Cremona (8°) e Mantova (10°). Inoltre, paragonando le spese effettuate nel 2021 rispetto al 2020, si registrano impennate di acquisti per le colombe pasquali a Rovigo, dove la spesa è aumentata di 11 volte, a Trieste e a Ravenna, dove la spesa per questo prodotto è più che raddoppiata (rispettivamente + 157% e +114%).

La colomba ideale? Classica, ma anche con ricette alternative

Ma come deve essere per gli italiani la colomba ideale? Guardando alla top 10 delle province italiane che apprezzano di più questo dolce, il ‘voto’ non è unanime. Benché ci sia preferenza per la versione classica (vince in 4 città su 10) o veronese (amata solo a Mantova), fanno capolino anche ricette ‘alternative’ e particolarmente golose, dalla colomba arricchita con crema di limoncello (Cagliari), di crema chantilly (Pisa) o con gocce di cioccolato (Taranto), fino a quella senza canditi, che appare nei carrelli di Palermo e Rovigo.

Cosa fare dopo il diploma: laurea o lavoro?

La Generazione Z sembra non volersi rassegnare a ingrossare le file dei cosiddetti NEET, i giovani che non studiano e non lavorano. Sebbene la carriera universitaria resti il percorso principale per uno studente su 2, uno su 10 è orientato verso i corsi professionali non universitari, uno su 5 punta a cercare lavoro, mentre uno su 10 si rifugia nella prospettiva di andare all’estero. La voglia di mettersi in gioco fin dai banchi di scuola è un elemento molto presente. Infatti, quasi la metà (45%) dei ragazzi intercettati dall’indagine Dopo il diploma, condotta da Skuola.net su un campione di 3mila alunni delle scuole superiori, mostra l’impegno nel fare qualche ‘lavoretto’: il 26% lo fa nei periodi di pausa dalla didattica, e il 19% anche durante i mesi di scuola.

Quasi la metà è ancora disorientato

Complice anche il periodo storico, resta però un diffuso senso di spaesamento: quasi la metà degli studenti intervistati (45%) ammette di essere ancora disorientato su cosa fare dopo la scuola. E uno studente su 5 immagina che i mesi successivi al diploma saranno dedicati alla riflessione sul futuro o a un anno sabbatico. Di fatto, negli ultimi tempi l’obiettivo laurea sembra registrare un calo di appeal. Se è vero che rimane la strada maestra per la metà degli studenti delle superiori, la flessione è sensibile: rispetto allo scorso anno l’11% di studenti in meno è intenzionato a considerare solo ed esclusivamente l’opzione università. D’altronde, quest’anno, per la prima volta i licei hanno registrato una flessione delle iscrizioni rispetto a dodici mesi fa. Un fatto storico che non avveniva da un decennio.  

“Lavoretti” digitali mentre si studia

Per quanto riguarda chi già dedica un po’ di tempo al lavoro, oltre alle mansioni più conosciute, come camerieri, fattorini, baby-sitter, uno su 7 punta su lavori digitali, sfruttando le occasioni fornite dal web e dalle nuove tecnologie informatiche. Ma nel Paese dove il posto fisso è uno degli obiettivi principali dei genitori per i propri figli, un ragazzo su 4 vorrebbe al contrario costruire qualcosa di suo. Il 23%, pur non osando aspirare a tanto, si immagina da grande come un lavoratore autonomo per avere più libertà, e solamente il 20% aspira ancora alla sicurezza del “tempo indeterminato”.
Tuttavia, non tutti hanno pensato al proprio futuro professionale: il 32% degli intervistati ancora non l’ha fatto, a differenza degli aspiranti capitani d’azienda, la maggior parte dei quali (59%) pensa di avere già in mano l’idea vincente. E uno su 10 sta già sviluppando la sua impresa insieme a un team.

Uno su 5 punta ad avere presto un’occupazione

Anche la complicata relazione tra formazione e mondo del lavoro sembra stia iniziando a cambiare. Circa uno su 5, subito dopo il diploma, punta proprio ad avere presto un’occupazione: l’8% immettendosi direttamente nel mercato del lavoro, il 10% seguendo un corso, ITS o similare, che permetta di specializzarsi ma accorciando il tragitto che porta dai banchi di scuola al lavoro.
E tra quanti hanno invece in programma di andare all’università, una quota simile, il 19%, che tra i maschi sale fino al 26%, cambierebbe idea se venisse a conoscenza di un percorso alternativo capace di garantire ampie possibilità di collocamento e opportunità di carriera. Non mancano poi quelli che sarebbero interessati a entrare nelle forze armate o di polizia (7%). 

Benefit aziendali, importanti (quasi) come lo stipendio

Quali sono i benefit più richiesti dai lavoratori? Dando ormai per assodato, come avviene ormai da qualche anno, che il solo stipendio abbia perso la centralità assoluta nella scelta di entrare o rimanere in un’azienda, è interessante scoprire come i dipendenti vivano tutti gli “extra” collegati al loro lavoro. I cosiddetti benefit che sanno dare valore al dipendente e fidelizzarlo nei confronti dell’azienda per cui lavora. Ta i “vantaggi” preferiti ci sono infatti la possibilità di formazione, la possibilità di carriera interna nonché la presenza di concreti benefici per i lavoratori. In particolare, nel 2022 i lavoratori sono particolarmente sensibili alla possibilità di poter continuare a lavorare in regime di smart working, alternando lavoro in presenza e lavoro da remoto.

“Durante la pandemia abbiamo conosciuto i vantaggi del lavoro agile, e sono molti i professionisti che compiono la scelta della migliore azienda i cui lavorare anche in base a questo fattore”, spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di head hunting specializzata nella selezione di personale qualificato e nello sviluppo di carriera.

Cresce l’attenzione ai benefit

“Noi head hunter abbiamo notato un progressivo aumentare dell’attenzione nei confronti dei benefit, la cui presenza rende molto più appetibile un posto di lavoro agli occhi dei candidati. E non stupisce quindi che sempre più aziende stiano raddoppiando l’impegno verso il welfare, per migliorare l’employer branding come peraltro la talent retention”, precisa ancora Carola Adami.

I lavoratori si aspettano un ampliamento dei programmi 

La maggior parte dei lavoratori attende un prossimo ampliamento del programma di benefit in azienda, secondo alla società di consulenza americana Forrester, per cui la pensa così il 79% dei dipendenti. Guardando ai dati di un ricerca condotta da Harris Interactive per Sodexo Benefits & Rewards Services Italia, sul podio dei benefit si trovano i premi immediati, indicati dal 36% degli intervistati, seguiti dai buoni pasto per il 30%, e dai bonus a lungo termine per il 24%, che superano di poco l’assicurazione medica (23%) e la mensa aziendale (23%).
“Offrire una nutrita gamma di benefit ai propri dipendenti è una scelta vantaggiosa per qualsiasi tipo di azienda. Così si rende  più facile sia l’attrazione di nuovi talenti da assumere, sia la riduzione del tasso di turn over, per mantenere in azienda conoscenze e competenze”, conclude la Adami. Difatti come ha svelato un’indagine Censis ben l’82,3%, dei lavoratori italiani è convinto di “meritare di più” a livello lavorativo. 

Il fenomeno degli hater è in crescita. Colpa del web

Negli ultimi due anni segnati dalla pandemia e da rapporti sempre più online ci si ‘nasconde’ dietro la tastiera del computer per esprimere opinioni che in una vita più reale non avremmo espresso con la medesima violenza. Di fatto sta crescendo il fenomeno degli hater, con quasi 3 italiani su 4 che non perdonano abbastanza, incentivando anche in modo inconsapevole il cosiddetto odio sociale. A quanto emerge da un nuovo studio di Trustpilot una fetta importante della responsabilità è attribuita ai canali online, attraverso i quali ci si maschera più facilmente arrivando a scrivere cose che nella vita reale non si direbbero.

La responsabilità è della pandemia, della digitalizzazione e dei social

L’analisi ha coinvolto un campione di 12.000 adulti dai 18 anni in su tra Italia, Uk, Stati Uniti, Australia, Paesi Bassi e Francia.Per il 39% del campione ‘i limitati contatti faccia a faccia degli ultimi due anni’ e ‘l’aumento della comunicazione online’ hanno favorito un aggravarsi del fenomeno. Solo il 35% degli intervistati ha invece ritenuto che ‘la responsabilità è imputabile ai social media’. Quasi un terzo del campione, infatti, ha rivelato di essere più impulsivo quando pubblica messaggi, commenti o recensioni su internet rispetto a quanto farebbe di persona.

Internet provoca un eccesso di aggressività nelle comunicazioni

E sono soprattutto i più giovani a percepire la responsabilità di internet in questo eccesso di aggressività nelle comunicazioni. Infatti, tra i ragazzi dai 18 ai 24 anni è il 41% a ritenere che le interazioni online negli ultimi anni abbiano favorito l’odio sociale. Diversamente, sono le fasce di età intermedia a ritenere particolarmente responsabili del fenomeno i social media. Infatti, nella fascia dai 35 ai 44 anni a pensarlo è il 38%.

Fermarsi prima di ferire il proprio interlocutore

Le fasce più giovani, inoltre, sono quelle che ammettono di essere più supponenti online di quanto sarebbero di persona, riporta Adnkronos. Lo afferma il 35% dei ragazzi tra i 18 ed il 24 anni, e il 36% di quelli dai 25 ai 34 anni. Nelle fasce d’età successiva il dato decresce drasticamente, tanto che dai 55 anni in su è meno del 20% del campione a dichiararsi più supponente online. L’indagine è parte della nuova campagna Helping Hands di Trustpilot, che mira a ricordare sia ai consumatori sia alle aziende che a volte prima di comportarsi con impulsività è il caso di fermarsi, prendersi un attimo di pausa e incentivare solo conversazioni costruttive. E non cercando di ferire a ogni costo il proprio interlocutore.