Shopping online: una leva per ottimizzare il potere d’acquisto dei consumatori EU

Il prezzo è considerato la priorità assoluta per i consumatori che acquistano nuovi vestiti, offline e online. Gli utenti UE identificano infatti la convenienza e l’accessibilità come le ragioni principali per cui acquistano online. Tanto che se nel 2010 il 53%degli utenti Internet europei ha acquistato beni o servizi online, nel 2024 la quota sale al 77%- 

Il successo dell’e-commerce si deve quindi soprattutto al risparmio, di tempo e denaro- In particolare, lo shopping online di abbigliamento consente ai consumatori di ottimizzare il proprio potere d’acquisto.
Emerge dalla ricerca dal titolo Value of e-commerce for EU consumers, condotta da Copenhagen economics per Shein.

La sensibilità al prezzo non è prerogativa di chi ha redditi bassi

La ricerca di Shein evidenzia che la sensibilità al prezzo non è solo una necessità per chi ha redditi bassi, pari al 56% del campione, ma una scelta consapevole, anche per le fasce di reddito medio e medio-alto (44%).

La ricerca sottolinea, inoltre, come l’attenzione al prezzo rappresenti una tendenza inter-generazionale, con i giovani che rappresentano solo il 27% del campione, mentre il 73% appartiene a fasce d’età mature, dimostrando che non si tratta di un comportamento esclusivamente giovanile, ma di una priorità diffusa tra i consumatori italiani, indipendentemente dall’età.
Le famiglie che scelgono di acquistare sulle piattaforme di e-commerce risparmiano in media circa il 13% della spesa mensile per abbigliamento e calzature.

Un potenziale risparmio di 1,7 miliardi per gli utenti italiani

A livello aggregato, questo si traduce in un potenziale risparmio annuo di 1,7 miliardi di euro per i consumatori italiani e 22 miliardi di euro nell’intera Unione europea.

“Abbiamo analizzato ciò che i consumatori italiani intervistati apprezzano maggiormente dell’e-commerce -s piega Henrik Ballebye Okholm di Copenhagen economics -. Il prezzo emerge come il fattore più menzionato, in modo trasversale rispetto a reddito ed età, ma lo shopping online risponde anche ad altre esigenze concrete, come una gamma più ampia di stili e taglie, aspetto particolarmente rilevante per le comunità rurali dove l’accesso ai negozi fisici è più limitato”.

Un modello per rispondere rapidamente a preferenze, stili e tendenze

“In Shein – aggiunge Leonard Lin, presidente Shein per l’Emea e global head of public affairs, come riporta Adnkronos – ci impegniamo a rendere la moda accessibile e conveniente per tutti. Il nostro modello on-demand ci consente di rispondere rapidamente alle preferenze dei consumatori, alle tendenze e ai diversi stili. Questo studio conferma ciò che possiamo osservare ogni giorno: i consumatori apprezzano la varietà, la praticità e la convenienza economica. Grazie all’e-commerce e a un approccio guidato dalla domanda, vogliamo contribuire a rendere la moda più inclusiva e accessibile per tutti i consumatori italiani”.

Eco-ansia: giovani preoccupati per l’ambiente. Eppure non sanno smaltire i rifiuti

Emerge dall’indagine condotta da Skuola.net in collaborazione con COREPLA, il Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica: quasi tre giovani su quattro (74%) si dicono preoccupati per la dispersione delle plastiche nell’ambiente, e un ulteriore 21%, pur non allarmato ai massimi livelli, riconosce la necessità di impegnarsi per limitare il fenomeno. Tuttavia, il passaggio dalla teoria alla pratica resta complesso.

Di fatto, solo il 5% dei giovani tra 16 e 34 anni pare immune dalla ‘eco-ansia’ nei confronti di polimeri e affini, ma quando si parla di conoscenza delle regole base del riciclo le certezze vacillano.

Ampia diffusione di azioni virtuose

Il 20% dice di non avere informazioni sufficienti per differenziare correttamente, e il 55% è ‘solo parzialmente sicuro’ delle proprie scelte.
In ogni caso, la consapevolezza che il problema esista c’è, e si traduce in un’ampia diffusione di approcci virtuosi.
Il 90% dei giovani effettua spesso o sempre la raccolta differenziata e circa la metà presta attenzione alla sostenibilità del packaging quando fa acquisti.

Quanto alle plastiche, la maggioranza sembra avere interiorizzato alcune regole fondamentali. Il 70% sa che bottiglie e flaconi vanno svuotati, schiacciati e conferiti nella plastica, mentre l’80% è consapevole che prima di buttare un vasetto di yogurt nella plastica bisogna togliere la linguetta.

Polistirolo: lo butto o no nella plastica?

Tuttavia, solo il 39% sa che il polistirolo deve essere gettato nel bidone della plastica, mentre il 40% lo smaltisce nell’indifferenziato.
Ancora più alto è il tasso di errore se si tratta di giocattoli in plastica: solamente il 35% ritiene di doverli buttare nella raccolta generica, mentre per le confezioni multistrato o con etichette composte da materiali diversi oltre 4 su 10 ammettono di andare in confusione quando arriva il momento di smaltire.

Per fortuna, curiosità e voglia di saperne di più non mancano. L’80% dei giovani si informa autonomamente su ambiente e riciclo, soprattutto su social network (24%), siti web/portali di informazione (18%), scuola e università (14%) e famiglia (12%). Si ritagliano una quota di audience anche gli influencer specializzati in tematiche ambientali (7%).

Cresce la richiesta di informazioni solide e continuative

Sono numeri che confermano come i canali digitali rappresentino il principale strumento di aggiornamento per le nuove generazioni. Ma anche quanto il rischio di imprecisioni o informazioni incomplete resti alto.

Forse anche per questo cresce la richiesta di una formazione più solida e continuativa. Oltre un quinto dei giovani intervistati (22%) considera la scuola il luogo ideale per imparare a proteggere l’ambiente, più di campagne online (17%) o iniziative promosse da radio e tv (16%).
Da qui l’importanza di continuare con progetti di sensibilizzazione, a scuola e nei luoghi di aggregazione online, per consolidare la transizione verso una cittadinanza più sostenibile e responsabile.

Smartphone: non più semplice strumento tecnologico ma oggetto identitario

Altro che dispositivo per comunicare. Lo smartphone è diventato un vero e proprio oggetto identitario.
Gli italiani descrivono la “relazione” col proprio cellulare come qualcosa che va oltre l’uso quotidiano: un legame emotivo che riguarda chi siamo e come viviamo.
In pratica, lo smartphone sembra essere diventato un vero e proprio compagno di vita, o una specie di “seconda pelle” che custodisce i ricordi più intimi e preziosi. Una presenza discreta ma costante, a cui molti dedicano cure e attenzioni, proprio come si farebbe con una persona cara o un oggetto di valore.

Secondo una ricerca di Swappie, in collaborazione con SWG, il 70% degli intervistati considera lo smartphone un alleato per combattere la noia e intrattenersi, scoprire cose nuove e rilassarsi. E per il 56% è un mezzo di conforto per affrontare momenti di solitudine.

Scrigno digitale dove custodire frammenti di vita

Questa relazione si riflette anche nei comportamenti quotidiani. Il 71% lo porta con sé da una stanza all’altra, il 45% lo pulisce prima di appoggiarlo e il 34% prova un senso di sicurezza semplicemente avendolo sott’occhio. 
Ma lo smartphone diventa anche un rifugio sicuro, un luogo dove poter archiviare ricordi, emozioni e tappe significative della vita.

Per circa 1 italiano su 2 episodi importanti come viaggi, relazioni, sfide personali o momenti di crescita sono legati al dispositivo posseduto in quel periodo.
Il legame è particolarmente forte tra i più giovani (18-34 anni), che lo considerano un vero e proprio scrigno digitale dove custodire frammenti di vita.

Che malinconia doverlo cambiare

Anche l’idea di separarsi da un vecchio telefono non è semplice. Solo 2 italiani su 5 riescono a passare da un dispositivo all’altro con disinvoltura, mentre il 27% teme di perdere qualcosa di importante, il 13% vive il cambio con malinconia, e il 21% vive il momento del cambio come un gesto simbolico, legato a una svolta o a un nuovo inizio.

Anche per questo, sono quasi 8 su 10 gli italiani che conservano i vecchi telefoni nei cassetti, un’abitudine motivata da ragioni pratiche (precauzione o sicurezza dei dati), ma anche da un senso di attaccamento emotivo. Per molti, infatti, “lasciare andare” un vecchio smartphone è un gesto quasi intimo. E il 49% degli intervistati prova disagio a vedere il proprio vecchio telefono nelle mani di qualcun altro. 

e-waste, emergenza sottovalutata

Quando arriva il momento di vendere o donare il proprio dispositivo la fiducia diventa un aspetto fondamentale. Il 60% degli italiani cerca un interlocutore affidabile, in grado di tutelare la privacy e il legame affettivo con il dispositivo che si è creato nel tempo.

Accanto all’aspetto emotivo, cresce anche l’attenzione verso l’impatto ambientale della tecnologia. Il 73% è consapevole dell’importanza di contrastare gli effetti di uno scorretto smaltimento dei rifiuti elettronici. Tuttavia, solo 1 intervistato su 4 afferma di aver davvero a cuore la questione. L’e-waste è percepito come un’emergenza seria ma ancora sottovalutata, soprattutto dagli over55.

Scroll compulsivo: il vizio digitale che ci ruba ore di vita

Ogni giorno trascorriamo un sacco di tempo a guardare e a toccare uno schermo. Ma quanta vita vera ci perdiamo? Eppure è diventato un riflesso automatico scorrere sul telefono in cerca di qualcosa che spesso nemmeno sappiamo.

Una recente indagine promossa da OnePlus fotografa il fenomeno in modo chiaro: gli italiani trascorrono in media 84 minuti al giorno immersi nello scrolling senza scopo. Nei più giovani, il tempo schizza a 139 minuti. Questo significa oltre dieci ore settimanali, quasi due giorni pieni al mese.

Doomscrolling: quando l’informazione fa male

Questo comportamento ha un nome preciso: doomscrolling. È l’atto di navigare ininterrottamente tra contenuti negativi o ansiogeni. Il suo impatto sulla salute mentale è tutt’altro che trascurabile.
Il 31% degli intervistati sostiene che questa pratica riduca la produttività quotidiana, mentre il 27% si sente meno creativo.

C’è anche chi riferisce stanchezza (11%) o stati d’ansia e irritazione (12%) dopo lunghe sessioni di navigazione passiva.

Quando la realtà si spegne davanti allo smartphone

Lo smartphone si insinua nei momenti più intimi della vita quotidiana. Il 41% dichiara di scrollare mentre è in bagno, il 40% prima di dormire e un terzo lo fa addirittura in compagnia.

C’è anche chi, più candidamente, confessa di averlo fatto durante un matrimonio o nei momenti privati col partner.

Cosa ci aggancia allo schermo?

Tra i contenuti più seguiti ci sono le cattive notizie (26%), seguite dai drammi televisivi e delle star (20%). Seguono i consigli finanziari invadenti (19%) e le proposte su salute e forma fisica spesso irrealistiche (18%). Non mancano, infine, le fake news, indicate dal 16% degli utenti.

Un videogioco contro il tempo sprecato

Per accendere i riflettori sul problema, OnePlus ha creato “Brain Rot Blaster”, un gioco a tema vintage ispirato ai meccanismi del web tossico. I protagonisti sono caricature dei peggiori contenuti online, da affrontare in una battaglia simbolica con il nuovo smartphone Nord 5 come unica arma.
Il gioco può essere giocato una sola volta e poi si autodistrugge.

La voglia di cambiare c’è

Il 42% degli italiani vorrebbe giornate più lunghe, ma la soluzione potrebbe partire da una scelta semplice: meno scroll, più tempo per sé. Le attività desiderate? Sport, natura, famiglia e libri. Forse basta solo alzare lo sguardo dallo schermo.

Vacanze sostenibili: per il turista consapevole non è importante dove, ma come viaggiare

La seconda edizione dell’indagine ‘Turismo & Sostenibilità’, realizzata da Doxa per Human Company rivela che il viaggiatore moderno non sceglie più soltanto dove andare, ma come viaggiare.

A guidare questo approccio più consapevole sono soprattutto il rispetto della natura, la riduzione dei consumi, la ricerca di esperienze autentiche e l’attenzione alla stagionalità del viaggio.
Cresce infatti l’attenzione verso l’ambiente, la cultura locale e l’autenticità dell’esperienza. Il 95% degli italiani ritiene infatti possibile adottare pratiche sostenibili anche in vacanza, a prescindere dalla destinazione.

Disponibili a rivedere le abitudini in un’ottica responsabile

L’80% dei viaggiatori è consapevole dell’impatto che le proprie scelte possono avere sulla sostenibilità delle destinazioni visitate, mostrando una concreta disponibilità a rivedere le proprie abitudini in un’ottica più responsabile.

Tuttavia, la propensione a introdurre abitudini sostenibili risulta più alta quando si tratta di azioni semplici, come il rispetto della flora e della fauna locali (36%), la corretta gestione dei rifiuti (33%), l’attenzione ai consumi energetici (32%) e la tutela delle risorse naturali (32%).
Al contrario, l’adesione cala sensibilmente quando i comportamenti richiedono un maggiore coinvolgimento personale o un cambiamento più profondo delle abitudini, come la modifica del regime alimentare (13%), la scelta di strutture con certificazioni ambientali (13%) o la partecipazione attiva a iniziative di volontariato green durante il soggiorno (7%).

Viva l’ospitalità green

Quando si parla di strutture ricettive e sostenibilità, i viaggiatori sembrano non avere dubbi: agriturismi (91%), rifugi di montagna (86%) e strutture ricettive open air (84%) guidano la classifica delle soluzioni percepite come più sostenibili. Seguono, B&B (76%), case vacanza e ostelli (71%).
D’altro canto, strutture come hotel (30%), resort (24%) e navi da crociera (14%) vengono considerate meno sostenibili, mentre le strutture termali si collocano in una posizione intermedia (49%).

La percezione di sostenibilità è quindi spesso strettamente legata alla tipologia di esperienza offerta e al contesto in cui avviene il soggiorno. Ma per il 95% è possibile adottare pratiche di turismo sostenibile anche durante una vacanza urbana.

Strutture: criteri di scelta e rilevanza

Per determinare un indice complessivo di rilevanza delle caratteristiche di una struttura turistica sono stati analizzati gli elementi che ne definiscono la sostenibilità, i driver che influenzano la scelta prima della partenza e gli aspetti che la rendono attrattiva durante il soggiorno.

L’indice derivato dall’incrocio di queste tre dimensioni mostra che per i viaggiatori italiani i criteri più rilevanti sono l’impiego di energie rinnovabili, la valorizzazione dei prodotti eno-gastronomici, la conservazione dell’ambiente naturale, la presenza di aree verdi, percorsi pedonali e di piste ciclabili, la corretta raccolta differenziata dei rifiuti, l’eliminazione della plastica e il risparmio idrico.

Lo stato d’animo degli italiani nel 2025 tra ansie globali e speranze locali

Segnali di tenuta a livello individuale e nazionale, ma una crescente preoccupazione verso ciò che accade oltre confine: è così che gli italiani percepiscono la propria vita, il contesto in cui vivono, il proprio Paese e il mondo in generale.
Pensando alla propria casa, ad esempio, si esprime un giudizio nettamente positivo (+0,29), segno che lo spazio domestico continua a rappresentare un punto di stabilità e sicurezza.

La valutazione scende leggermente quando si guarda al vicinato (-0,09), per poi peggiorare in modo marcato a livello nazionale (-0,27) e raggiungere il punto più basso nella percezione del mondo (-0,33).
Sono i risultati di un quadro complesso, quello rilevato da Human Highway sullo stato d’animo degli italiani tra marzo 2024 e marzo 2025.

Donne e over55 più pessimisti 

In sintesi, più ci si allontana dalla sfera personale, più il giudizio diventa negativo, fino a toccare livelli di preoccupazione rispetto al contesto globale.
Analizzando nel dettaglio chi esprime maggiore preoccupazione per lo stato del mondo, emergono due gruppi particolarmente sensibili, le donne e le persone tra 55 e 64 anni.

Le prime mostrano una percezione più negativa rispetto agli uomini, probabilmente per una maggiore esposizione emotiva o una più acuta consapevolezza delle dinamiche sociali e ambientali. Allo stesso modo, per la fascia d’età tra 55 e 64 anni è possibile che in questa fase della vita spesso accompagnata da riflessioni sul futuro dei figli, sul contesto economico o sulla propria sicurezza, si percepiscano con maggiore intensità i segnali di instabilità globale.

Figli e soldi (non) fanno la felicità

L’analisi dei livelli di felicità mostra che la presenza di figli ha un impatto positivo sul benessere percepito. Ma solo fino a un certo punto.
Oltre la soglia dei tre figli la felicità tende a diminuire, segno che la gestione familiare può diventare più complessa e stressante.

Allo stesso modo, il reddito è correlato positivamente alla felicità, ma anche qui superata una certa soglia ulteriori incrementi economici non sembrano tradursi in maggiore soddisfazione personale.
E se il periodo natalizio porta un aumento della felicità percepita, con l’arrivo di gennaio il morale scende rapidamente.

Il “down” dopo le feste

La ‘ripresa’ dopo le feste sembra avere un impatto psicologico marcato. Stessa dinamica nel corso della settimana, con grande entusiasmo il sabato e malinconia la domenica.
Nel complesso, gli italiani mantengono una certa solidità nel rapporto con la propria vita e con il Paese, ma si sentono sempre più inquieti rispetto al mondo.

Il malessere non nasce tanto da ciò che vivono direttamente, quanto da ciò che vedono accadere altrove.
È un campanello d’allarme che segnala la necessità, forse, di risorse culturali e psicologiche per interpretare meglio la complessità del presente senza sentirsi travolti.

La tecnologia al servizio delle pulizie di casa: come cambiano le abitudini degli italiani

La tecnologia è entrata nelle vite e nelle abitazioni degli italiani anche per quanto riguarda le faccende domestiche, rendendo le pulizie più facili e meno faticose. Una ricerca condotta da BVA Doxa per Roborock ha analizzato il rapporto tra gli italiani e i dispositivi smart per la pulizia della casa, evidenziando una crescente tendenza all’automazione.

Dallo studio emergono tre principali categorie di utenti: i “Pragmatici Digitali” (62%), che adottano la tecnologia solo dopo averne valutato l’efficacia; i “Tech-Entusiasti” (25%), principalmente uomini tra i 25 e i 44 anni, sempre pronti a sperimentare nuove soluzioni smart; e gli “Scettici Tradizionalisti” (13%), meno inclini all’innovazione e più legati ai metodi tradizionali.

I robot aspirapolvere, dispositivi sempre più apprezzati

Tra le tante innovazioni, i robot aspirapolvere si stanno affermando come alleati preziosi nelle pulizie quotidiane. Il 90% degli italiani ne conosce l’esistenza e il 70% li considera strumenti utili per risparmiare tempo e fatica.

Il 61% degli intervistati si sente a proprio agio nell’utilizzo di questi dispositivi, segno di una crescente familiarità con la tecnologia. Per chi ha animali domestici, il vantaggio è ancora più evidente: il 68% dei proprietari ritiene che i robot aspirapolvere siano molto utili per mantenere la casa pulita, mentre il 32% li considera addirittura indispensabili.

Più tempo libero grazie alla tecnologia

Le faccende domestiche richiedono tempo: il 25% degli italiani dedica più di sei ore a settimana alla pulizia della casa, e il 59% delle donne dichiara di occuparsene da sola.

Chi utilizza un robot aspirapolvere apprezza soprattutto il tempo risparmiato, che può essere dedicato ad altre attività. Il 37% degli intervistati lo utilizza per prendersi cura di sé, con una percentuale più alta tra le donne (43%), mentre il 32% preferisce trascorrere momenti con la famiglia.

Il futuro della pulizia domestica è smart

Secondo il 73% degli italiani, i robot aspirapolvere diventeranno sempre più comuni nei prossimi dieci anni. Le principali aspettative riguardano un miglioramento delle capacità di pulizia e sanificazione (26%), una maggiore adattabilità agli ambienti domestici (25%) e un incremento dell’automazione (25%).

Costi e affidabilità i principali deterrenti

Nonostante l’interesse crescente, alcune barriere ne limitano la diffusione. Il costo iniziale è la principale preoccupazione per il 43% degli italiani, seguito dai dubbi sulla durata della batteria (24%) e sull’affidabilità del dispositivo (25%).

Inoltre, il 79% degli intervistati teme che i robot possano avere difficoltà a muoversi in ambienti con molti ostacoli.

Giubileo 2025: non agire contro le sfide epocali costa il 63% del PIL globale

È quanto emerge dalla ricerca di Deloitte dal titolo ‘Globalizzare la solidarietà’: l’ammontare del costo annuo dell’inazione rispetto alle grandi questioni socio-economiche come il cambiamento climatico, l’invecchiamento della popolazione e la polarizzazione della ricchezza è di circa 66 mila miliardi di dollari. Più o meno, il 63% del Pil globale.
Insomma, il prezzo del non-intervento grava sulla collettività.

Dalla ricerca Deloitte emergono tre macro temi. E il primo riguarda proprio il costo economico sociale delle grandi sfide di oggi.
Lo studio sarà presentato nel corso dell’evento ‘Giubileo 2025 – 100 giorni all’apertura della Porta Santa’ presso la sede di Deloitte a Roma.

Ingiustizie e crisi ambientali comportano costi enormi per l’umanità

“Cambiamento climatico, invecchiamento della popolazione, polarizzazione della ricchezza, guerre e instabilità politica, pandemie e crisi sanitarie, povertà e analfabetismo, fame nel mondo, discriminazioni e migrazioni forzate – spiega una nota – sono problematiche sociali che oltre ai risvolti etici comportano costi enormi per l’umanità. L’impatto sull’economia in termini di costi di queste grandi problematiche mondiali, infatti, è pari a circa 66 mila miliardi di dollari all’anno, equivalenti a circa il 63% del Pil mondiale. Non intervenire equivale ad arrecare un costo per la collettività di circa 1,1 milioni di miliardi di dollari nei prossimi 30 anni”.

Viviamo in un mondo sempre più complesso

“Dall’indagine demoscopica condotta in Italia, Francia, Germania, Spagna, UK e USA – si legge ancora – emerge che oggi circa 8 persone su 10 (91% nel caso dell’Italia) pensano che la nostra epoca sia caratterizzata da una maggiore complessità rispetto al passato. Rispetto alle sfide del nostro tempo, meno di una persona su due ritiene che si stia facendo il possibile a livello internazionale per porre rimedio. A fare da contraltare a questo percepito, però, c’è anche la convinzione del 65% secondo cui la situazione è ancora recuperabile”.

Cosa preoccupa di più? Guerre, instabilità politica, povertà

“Interrogati sulle grandi sfide del nostro tempo – continua la nota -, gli italiani pensano che le più preoccupanti siano ‘guerra e instabilità politica’ (92%), ‘povertà’ (93%) e ‘migrazioni forzate’. Anche negli altri Paesi emerge grande preoccupazione per la guerra e l’instabilità politica, un tema considerato prioritario dall’83% dei britannici, dall’84% dei francesi, dal 91% degli spagnoli, dall’82% dei tedeschi e dall’86% degli statunitensi.

Quanto alla ‘fiducia in un mondo migliore’, riporta Ansa, emerge la significativa tendenza per cui questa diminuisce all’aumentare dell’età, con una quota di ‘ottimisti’ pari al 63% tra la GenZ, 53% tra i Millennial, 38% tra i Gen X e 29% tra i Baby Boomer”.

Percezioni pericolose: gli “errori” dell’opinione pubblica nel 2024

Anche nel 2024 persistono numerose discrepanze tra percezione e realtà da parte dell’opinione pubblica mondiale. Le percezioni errate si inseriscono in un contesto di sfiducia più ampio, che influisce sul modo in cui si considerano gli esperti e le élite nelle società.

Secondo il rapporto Ipsos su ‘I percoli della percezione 2024’, anche la fiducia nella democrazia non è immune da questo fenomeno. In media, il 24% dei cittadini a livello globale, dubita dell’affidabilità dei risultati elettorali nel proprio Paese.
Ma quanto si discostano dalla realtà le percezioni dell’opinione pubblica italiana?

Impatto delle fonti di informazione e disparità economica

Chi si informa principalmente attraverso TV, radio o giornali tende ad avere maggiore fiducia negli scienziati e nelle elezioni politiche rispetto a chi utilizza app di messaggistica, social media, o si affida ad amici e familiari. Più tempo le persone trascorrono sui social, più è probabile che guardino con sospetto a questi temi.

Nel nostro Paese, la percentuale di ricchezza posseduta dall’1% più ricco della popolazione viene notevolmente sovrastima. Gli italiani ritengono che questo gruppo detenga il 51% della ricchezza totale, mentre in realtà la quota è del 22%. 
Per entità di questa discrepanza, l’Italia si colloca al secondo posto, subito dopo la Gran Bretagna.

Immigrazione, i dati inferiori alla percezione

Gli italiani tendono anche a sovrastimare la percentuale di immigrati presenti nella popolazione.
In media, pensano che il 21% della popolazione sia composta da immigrati, mentre la cifra reale è intorno all’11%. 
A livello globale, i Paesi che tendono maggiormente a sovrastimare questo dato sono il Sud Africa, l’Argentina e il Brasile, dove la percezione media supera di gran lunga la realtà.

In molti Paesi, c’è anche una tendenza a sovrastimare la percentuale di musulmani nella popolazione. Ad esempio, in Francia e in Belgio, gli intervistati pensano che il 28% della popolazione sia musulmana, mentre la realtà è di circa l’8%. 
Anche in Italia, la percezione media è che il 19% della popolazione sia musulmana, mentre la cifra reale è circa il 5%. 

Tasso di omicidi e ruolo dei media

La maggioranza degli italiani (55%) crede che il tasso di omicidi sia aumentato rispetto al 2000, mentre i dati mostrano che è rimasto stabile o è diminuito. Questo riflette una tendenza comune a sovrastimare i tassi di criminalità, perché le persone spesso commettono errori nel valutare il proprio Paese e i cambiamenti che avvengono. 

Il 34% ritiene che la colpa di queste errate percezioni sia dei social media, mentre il 33% crede che a fuorviare siano i media tradizionali, e il 38% pensa che i principali responsabili siano i politici. 
Ma per il 43% sono le persone stesse ad avere una visione distorta del mondo, poiché tendono a concentrarsi sugli aspetti negativi o a pensare che le cose stiano peggiorando, Oppure, generalizzano in base alla propria esperienza.

Prezzi all’ingrosso: a settembre segnali di rialzo per i prodotti agroalimentari

A settembre l’indice dei prezzi all’ingrosso mostra rialzi su base mensile per i prodotti agroalimentari freschi.
L’indice, realizzato da Unioncamere e BMTI, evidenzia aumenti soprattutto per frutta e ortaggi, carni di bovino, pollame e uova. Stabili il comparto ittico, l’olio di oliva e gli sfarinati di grano e riso.
Tra i prodotti lavorati, si registra un ulteriore rincaro per burro e formaggi.

Per quanto riguarda il settore ortofrutticolo, sono due i fattori che hanno impresso aumenti ai prezzi. Se diverse coltivazioni estive sono state colpite dal prolungato caldo della stagione, l’abbassamento delle temperature registrato dopo la prima decade di settembre ha determinando una maggiore richiesta di prodotti autunnali.

Rincari maggiori per frutta, verdura e carni fresche

Tra i rincari maggiori si registra un +20% per pesche e nettarine e un +11% per le pere, con la comparsa delle varietà autunnali.
Forte incremento rispetto al mese precedente per le zucchine, che crescono del +74,8% rispetto allo scorso anno. Aumenti mensili consistenti anche per le melanzane (+65%) e i pomodori da insalata (+37%).

Tra le carni, aumentano quelle di pollo (+6,4% rispetto ad agosto e +3,4% rispetto al 2023) e tacchino (+5,2% vs settembre e +12,3% vs 2023), spinti da una domanda superiore alle disponibilità di prodotto.
Cresce poi anche la carne di bovino adulto (+4,4% rispetto ad agosto). Il comparto bovino è alle prese con una minore disponibilità di capi da ristallo, legata anche ai minori arrivi dalla Francia, elemento che imprime tensioni al mercato.

La domanda supera l’offerta per uova, gamberi e scampi

Tra i prodotti zootecnici, aumentano del 2,2% rispetto al mese precedente i prezzi delle uova allevate a terra, sostenuti da una domanda superiore all’offerta. 

Quanto al settore ittico, non ha mostrato variazioni mensili significative a settembre. Tuttavia si è osservata una crescita delle quotazioni delle specie catturate prevalentemente con le reti da traino, sistema bloccato o limitato in molte marinerie a causa del fermo temporaneo di pesca.
Tra questi, gamberi e scampi (+56% e +34,6%), dovuti anche a un aumento della richiesta.

Burro raddoppia il prezzo in un anno. Olio d’oliva in attesa della nuova quotazione

Tra le materie grasse derivate dal latte, si registra un ulteriore aumento mensile del prezzo all’ingrosso del burro (+15%), più che raddoppiato rispetto a un anno fa. Tali aumenti riflettono i forti rialzi dei prezzi osservati nei mercati chiave europei, come la Germania, dove il burro raggiunge livelli record a causa di una disponibilità limitata del prodotto a livello comunitario.

Aumenti ulteriori a settembre anche per i formaggi a lunga stagionatura (+1,3%), a stagionatura media (+1,4%) e in misura maggiore, per formaggi freschi e latticini (+2,9%). 
Rimane stabile l’olio d’oliva (+0,1%) in attesa delle quotazioni dei prodotti della nuova annata, che in Italia si prevede possa subire una significativa contrazione rispetto alla precedente.