Donne meno portate per discipline Stem. Lo pensa il 14% degli italiani

Le donne sono meno portate per discipline Stem? Se il 56% degli italiani non conosce il termine Stem quasi il 14% ritiene che le donne siano biologicamente e naturalmente meno portate allo studio delle discipline scientifiche. Sono alcuni dati emersi dalla ricerca presentata da Alessandra Ghisleri, direttore di Euromedia Research, nel corso dell’evento Donne e materie Stem: come superare la disparità di genere, promosso da Fondazione Marisa Bellisario, Link Campus University e Università eCampus. 
“Sono dati molto preoccupanti, e ritenere che alla base del sottodimensionamento delle donne in queste materie ci siano ragioni biologiche ci fa capire che siamo ancora all’epoca preistorica”, ha commentato Maria Cristina Messa, ministro dell’Università e della Ricerca.

“Non esiste minore attitudine delle ragazze rispetto ai ragazzi”

“Come governo, in tutti i bandi abbiamo fatto sì che almeno il 40% degli assunti siano donne, vincolando l’accesso ai fondi del PNRR solo a quegli enti, pubblici e privati, che abbiano la redazione di un bilancio di genere e una strategia di genere come uno degli elementi portanti della governance nelle loro strutture – ha aggiunto Maria Cristina Messa -. E non basterà avere un foglio di carta: saranno monitorati i dati che individuano gli obiettivi principali”.
Quanto al gap di genere, “abbiamo un gap di genere ben più alto della media dei paesi Ocse – ha sottolineato Elena Bonetti, ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia – e di certo non esiste una minore attitudine delle ragazze rispetto ai ragazzi”.

Creare role model e abbattere gli stereotipi sono leve prioritarie

“Quasi 40 anni fa Marisa Bellisario incoraggiava le ragazze a intraprendere percorsi di studio scientifici perché, diceva, le donne hanno tutte le carte in regola per eccellere e perché là ci sono le migliori opportunità di lavoro e carriera – ha ricordato Lella Golfo, presidente della Fondazione Marisa Bellisario -. La Fondazione ha raccolto il suo testimone e fin dal 1989 premia ogni anno non solo i migliori talenti del settore, da Fabiola Gianotti a Samantha Cristoforetti, ma le più brillanti neolaureate in materie Stem. Creare role model e abbattere gli stereotipi sono le leve prioritarie per aumentare il numero di ragazze che scelgono indirizzi scientifici: un obiettivo non solo di parità ma di sostenibilità e progresso in tutto il mondo”.

In alcuni segmenti universitari lo scarto tra uomini e donne è ancora rilevante 

“Ci sono alcuni segmenti, all’interno del panorama universitario italiano che vedono ancora un rilevante scarto tra uomini e donne, nella presenza e nella rappresentanza – ha evidenziato il rettore della Link Campus University, Carlo Alberto Giusti -. Nelle discipline Stem, secondo i dati del centro studi della Crui, si registra una presenza femminile inferiore al 15%, dato confermato anche nei dottorati e nei ruoli della ricerca. La Link Campus University è impegnata in azioni di contrasto a ogni forma di diseguaglianza”.

Italiani e auto, inizio anno difficile

Sono sempre meno le auto per famiglia in Italia. Il 2022 si è aperto con numeri i calo per il mercato automobilistico, che ha visto una decrescita per il numero di immatricolazioni, per automobili e altri veicoli, del -21,22% a causa di fattori come la pandemia e ora anche la guerra in Ucraina. Qualche dato relativo ai primi due mesi dell’anno: le vendite relative alle Passenger cars, in Italia, sono state pari al -22,46% rispetto al 2021. Sembra di natura contenuta, invece, il decremento concernente i Light commercial vehicles che, registra un 6,72% in meno sulle vendite totali, con 14.120 veicoli immatricolati per febbraio 2022. Sono solo alcuni dei dati contenuti nella ricerca di Scenari. La società di ricerca ha condotto un sondaggio su un campione rappresentativo od italiani, scoprendo che il 98,7% degli intervistati possiede almeno la patente di tipo A1. La maggior parte dei rispondenti ha dichiarato di possedere una sola autovettura (46,1%). L’altra significativa maggioranza è costituita da coloro che ne posseggono, invece, due (42%). Mediamente, quindi, in un micronucleo sociale italiano, possiede un numero di automobili compreso tra 1 e 2.

Perchè calano le immatricolazioni

Gli avvenimenti che hanno portato alla situazione attuale il mercato automobilistico italiano sono strettamente legati alla pandemia e all’attuale conflitto sul territorio ucraino. Il ruolo di maggior peso per l’attuale condizione lo giocano: residui degli effetti della pandemia da SARS-CoV-2 e le limitazioni, sul trasporto del carburante, causate dall’attuale conflitto russo-ucraino. Allo stato d’incertezza, generato dall’imponente flessione economica e occupazionale, si aggiunge la cosiddetta crisi dei microchip. Tra tutti i settori colpiti da questa crisi, quello dell’industria automobilistica è in primissima linea. Sembra, inoltre, che la carenza di semiconduttori si protrarrà ancora per un po’, generando, in questo modo, una spietata corsa all’approvvigionamento di chip e delle materie prima che occorrono per fabbricarli.

Effetto domino

L’incremento del 40%, su tutti i tipi di carburante, sta generando un ovvio effetto domino sui costi di produzione.
Dai vertici del settore, le persone sono esortate ad attendere pazientemente il ritorno degli incentivi per il mercato automobilistico. Si punta, dunque, a un’immediata riforma del decreto sull’energia, spronando all’utilizzo dei fondi destinati a questo scopo. Presentano, infatti, gli unici valori positivi, i modelli ibridi. Le bifuel Gpl hanno registrato un incremento pari al +23,2% a discapito dei prodotti a metano che, vedono la propria fetta decrescere del -59%. Ciò ha portato ad un calo nelle omissioni di CO2, che in analisi hanno presentato il 5,3% in meno rispetto al 2021.

Pasqua: uovo di cioccolato o colomba?

Nella ‘sfida’ tra uova di cioccolato e colomba quale è il dolce più amato dai consumatori del Bel Paese? A Pasqua gli italiani comprano i dolci tipici della tradizione per festeggiare con golosità le feste, un’abitudine consolidata. E secondo Everli, il marketplace della spesa online, lo scorso anno si è registrato un aumento di spesa a doppia cifra per l’acquisto di uova di cioccolato (66%) e di colombe (29%), decretando come vincitore indiscusso l’uovo. Nonostante in Italia si acquistino un maggior numero di colombe pasquali (+4,6% rispetto alle uova), si spende di più in uova di Pasqua (+86%). E Taranto è al primo posto nello per la spesa in uova di cioccolato e al secondo per le colombe pasquali.

Cioccolato al latte, gianduia o fondente?

Puglia e Toscana sono le regioni in cui si spende di più per l’acquisto di uova di cioccolato, ognuna con due province nella top 10 delle località che hanno speso maggiormente online per questa categoria, Taranto (1°) e Bari (2°), Lucca (6°) e Grosseto (7°). Ma che tipologia di cioccolato preferiscono gli italiani? Non ci sono dubbi: 9 delle 10 città in cui si spende di più per l’acquisto di uova come prima preferenza scelgono il cioccolato al latte. Solo a Taranto vince il gianduia, ricetta che guadagna il secondo gradino del podio anche a Bari. Anche se le uova di cioccolato al latte sono le più apprezzate compaiono anche uova al fondente o fondente extra, in particolare a Roma, L’Aquila, Gorizia, Cagliari, Grosseto e Rimini, mentre il cioccolato bianco si intravede solo nei carrelli di Cagliari, Grosseto e Roma.

La colomba vince in Lombardia

Tra gli italiani che scelgono la colomba la preferita è quella classica, ma c’è spazio anche per le versioni con glasse e creme sfiziose In base ai dati di Everli, le colombe riscontrano successo soprattutto in Lombardia, regione che vanta due località all’interno della top 10 delle province italiane dove si spende di più per l’acquisto di tale prodotto: Cremona (8°) e Mantova (10°). Inoltre, paragonando le spese effettuate nel 2021 rispetto al 2020, si registrano impennate di acquisti per le colombe pasquali a Rovigo, dove la spesa è aumentata di 11 volte, a Trieste e a Ravenna, dove la spesa per questo prodotto è più che raddoppiata (rispettivamente + 157% e +114%).

La colomba ideale? Classica, ma anche con ricette alternative

Ma come deve essere per gli italiani la colomba ideale? Guardando alla top 10 delle province italiane che apprezzano di più questo dolce, il ‘voto’ non è unanime. Benché ci sia preferenza per la versione classica (vince in 4 città su 10) o veronese (amata solo a Mantova), fanno capolino anche ricette ‘alternative’ e particolarmente golose, dalla colomba arricchita con crema di limoncello (Cagliari), di crema chantilly (Pisa) o con gocce di cioccolato (Taranto), fino a quella senza canditi, che appare nei carrelli di Palermo e Rovigo.

Cosa fare dopo il diploma: laurea o lavoro?

La Generazione Z sembra non volersi rassegnare a ingrossare le file dei cosiddetti NEET, i giovani che non studiano e non lavorano. Sebbene la carriera universitaria resti il percorso principale per uno studente su 2, uno su 10 è orientato verso i corsi professionali non universitari, uno su 5 punta a cercare lavoro, mentre uno su 10 si rifugia nella prospettiva di andare all’estero. La voglia di mettersi in gioco fin dai banchi di scuola è un elemento molto presente. Infatti, quasi la metà (45%) dei ragazzi intercettati dall’indagine Dopo il diploma, condotta da Skuola.net su un campione di 3mila alunni delle scuole superiori, mostra l’impegno nel fare qualche ‘lavoretto’: il 26% lo fa nei periodi di pausa dalla didattica, e il 19% anche durante i mesi di scuola.

Quasi la metà è ancora disorientato

Complice anche il periodo storico, resta però un diffuso senso di spaesamento: quasi la metà degli studenti intervistati (45%) ammette di essere ancora disorientato su cosa fare dopo la scuola. E uno studente su 5 immagina che i mesi successivi al diploma saranno dedicati alla riflessione sul futuro o a un anno sabbatico. Di fatto, negli ultimi tempi l’obiettivo laurea sembra registrare un calo di appeal. Se è vero che rimane la strada maestra per la metà degli studenti delle superiori, la flessione è sensibile: rispetto allo scorso anno l’11% di studenti in meno è intenzionato a considerare solo ed esclusivamente l’opzione università. D’altronde, quest’anno, per la prima volta i licei hanno registrato una flessione delle iscrizioni rispetto a dodici mesi fa. Un fatto storico che non avveniva da un decennio.  

“Lavoretti” digitali mentre si studia

Per quanto riguarda chi già dedica un po’ di tempo al lavoro, oltre alle mansioni più conosciute, come camerieri, fattorini, baby-sitter, uno su 7 punta su lavori digitali, sfruttando le occasioni fornite dal web e dalle nuove tecnologie informatiche. Ma nel Paese dove il posto fisso è uno degli obiettivi principali dei genitori per i propri figli, un ragazzo su 4 vorrebbe al contrario costruire qualcosa di suo. Il 23%, pur non osando aspirare a tanto, si immagina da grande come un lavoratore autonomo per avere più libertà, e solamente il 20% aspira ancora alla sicurezza del “tempo indeterminato”.
Tuttavia, non tutti hanno pensato al proprio futuro professionale: il 32% degli intervistati ancora non l’ha fatto, a differenza degli aspiranti capitani d’azienda, la maggior parte dei quali (59%) pensa di avere già in mano l’idea vincente. E uno su 10 sta già sviluppando la sua impresa insieme a un team.

Uno su 5 punta ad avere presto un’occupazione

Anche la complicata relazione tra formazione e mondo del lavoro sembra stia iniziando a cambiare. Circa uno su 5, subito dopo il diploma, punta proprio ad avere presto un’occupazione: l’8% immettendosi direttamente nel mercato del lavoro, il 10% seguendo un corso, ITS o similare, che permetta di specializzarsi ma accorciando il tragitto che porta dai banchi di scuola al lavoro.
E tra quanti hanno invece in programma di andare all’università, una quota simile, il 19%, che tra i maschi sale fino al 26%, cambierebbe idea se venisse a conoscenza di un percorso alternativo capace di garantire ampie possibilità di collocamento e opportunità di carriera. Non mancano poi quelli che sarebbero interessati a entrare nelle forze armate o di polizia (7%). 

Benefit aziendali, importanti (quasi) come lo stipendio

Quali sono i benefit più richiesti dai lavoratori? Dando ormai per assodato, come avviene ormai da qualche anno, che il solo stipendio abbia perso la centralità assoluta nella scelta di entrare o rimanere in un’azienda, è interessante scoprire come i dipendenti vivano tutti gli “extra” collegati al loro lavoro. I cosiddetti benefit che sanno dare valore al dipendente e fidelizzarlo nei confronti dell’azienda per cui lavora. Ta i “vantaggi” preferiti ci sono infatti la possibilità di formazione, la possibilità di carriera interna nonché la presenza di concreti benefici per i lavoratori. In particolare, nel 2022 i lavoratori sono particolarmente sensibili alla possibilità di poter continuare a lavorare in regime di smart working, alternando lavoro in presenza e lavoro da remoto.

“Durante la pandemia abbiamo conosciuto i vantaggi del lavoro agile, e sono molti i professionisti che compiono la scelta della migliore azienda i cui lavorare anche in base a questo fattore”, spiega Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, società internazionale di head hunting specializzata nella selezione di personale qualificato e nello sviluppo di carriera.

Cresce l’attenzione ai benefit

“Noi head hunter abbiamo notato un progressivo aumentare dell’attenzione nei confronti dei benefit, la cui presenza rende molto più appetibile un posto di lavoro agli occhi dei candidati. E non stupisce quindi che sempre più aziende stiano raddoppiando l’impegno verso il welfare, per migliorare l’employer branding come peraltro la talent retention”, precisa ancora Carola Adami.

I lavoratori si aspettano un ampliamento dei programmi 

La maggior parte dei lavoratori attende un prossimo ampliamento del programma di benefit in azienda, secondo alla società di consulenza americana Forrester, per cui la pensa così il 79% dei dipendenti. Guardando ai dati di un ricerca condotta da Harris Interactive per Sodexo Benefits & Rewards Services Italia, sul podio dei benefit si trovano i premi immediati, indicati dal 36% degli intervistati, seguiti dai buoni pasto per il 30%, e dai bonus a lungo termine per il 24%, che superano di poco l’assicurazione medica (23%) e la mensa aziendale (23%).
“Offrire una nutrita gamma di benefit ai propri dipendenti è una scelta vantaggiosa per qualsiasi tipo di azienda. Così si rende  più facile sia l’attrazione di nuovi talenti da assumere, sia la riduzione del tasso di turn over, per mantenere in azienda conoscenze e competenze”, conclude la Adami. Difatti come ha svelato un’indagine Censis ben l’82,3%, dei lavoratori italiani è convinto di “meritare di più” a livello lavorativo. 

Il fenomeno degli hater è in crescita. Colpa del web

Negli ultimi due anni segnati dalla pandemia e da rapporti sempre più online ci si ‘nasconde’ dietro la tastiera del computer per esprimere opinioni che in una vita più reale non avremmo espresso con la medesima violenza. Di fatto sta crescendo il fenomeno degli hater, con quasi 3 italiani su 4 che non perdonano abbastanza, incentivando anche in modo inconsapevole il cosiddetto odio sociale. A quanto emerge da un nuovo studio di Trustpilot una fetta importante della responsabilità è attribuita ai canali online, attraverso i quali ci si maschera più facilmente arrivando a scrivere cose che nella vita reale non si direbbero.

La responsabilità è della pandemia, della digitalizzazione e dei social

L’analisi ha coinvolto un campione di 12.000 adulti dai 18 anni in su tra Italia, Uk, Stati Uniti, Australia, Paesi Bassi e Francia.Per il 39% del campione ‘i limitati contatti faccia a faccia degli ultimi due anni’ e ‘l’aumento della comunicazione online’ hanno favorito un aggravarsi del fenomeno. Solo il 35% degli intervistati ha invece ritenuto che ‘la responsabilità è imputabile ai social media’. Quasi un terzo del campione, infatti, ha rivelato di essere più impulsivo quando pubblica messaggi, commenti o recensioni su internet rispetto a quanto farebbe di persona.

Internet provoca un eccesso di aggressività nelle comunicazioni

E sono soprattutto i più giovani a percepire la responsabilità di internet in questo eccesso di aggressività nelle comunicazioni. Infatti, tra i ragazzi dai 18 ai 24 anni è il 41% a ritenere che le interazioni online negli ultimi anni abbiano favorito l’odio sociale. Diversamente, sono le fasce di età intermedia a ritenere particolarmente responsabili del fenomeno i social media. Infatti, nella fascia dai 35 ai 44 anni a pensarlo è il 38%.

Fermarsi prima di ferire il proprio interlocutore

Le fasce più giovani, inoltre, sono quelle che ammettono di essere più supponenti online di quanto sarebbero di persona, riporta Adnkronos. Lo afferma il 35% dei ragazzi tra i 18 ed il 24 anni, e il 36% di quelli dai 25 ai 34 anni. Nelle fasce d’età successiva il dato decresce drasticamente, tanto che dai 55 anni in su è meno del 20% del campione a dichiararsi più supponente online. L’indagine è parte della nuova campagna Helping Hands di Trustpilot, che mira a ricordare sia ai consumatori sia alle aziende che a volte prima di comportarsi con impulsività è il caso di fermarsi, prendersi un attimo di pausa e incentivare solo conversazioni costruttive. E non cercando di ferire a ogni costo il proprio interlocutore. 

Economia circolare: le imprese devono impegnarsi di più

Contrariamente al modello economico lineare l’economia circolare è rigenerativa, e mira a separare gradualmente la crescita dal consumo di risorse finite. Per i consumatori questo significa comprare prodotti durevoli, riciclabili o fatti con materiali riciclati, e utilizzarli a lungo attraverso manutenzioni e riparazioni efficaci. Per le aziende significa invece sviluppare prodotti e modelli di business che non producano rifiuti, ridurre l’uso di materie prime e prevedere la restituzione o il recupero di prodotti e imballaggi. Insomma, le aziende devono adottare modelli di economia circolare per soddisfare le richieste dei consumatori e mitigare i rischi futuri legati alla supply chain.

I consumatori vorrebbero adottare pratiche virtuose

Con l’aumento della consapevolezza sul tema dei rifiuti e dell’esaurimento delle risorse cresce il desiderio da parte dei consumatori di adottare pratiche di consumo consapevole. Secondo il del Capgemini Research Institute, ‘Circular economy for a sustainable future: How organizations can empower consumers and transition to a circular economy’, il 54% dei consumatori vuole adottare pratiche come ridurre i consumi complessivi, acquistare prodotti più durevoli (72%) e conservare e riparare i prodotti per aumentarne la durata (70%).  Tuttavia, quasi il 50% è convinto che le organizzazioni non stiano facendo abbastanza, mentre il 67% si aspetta che le organizzazioni siano maggiormente responsabili quando pubblicizzano i prodotti, senza incoraggiarne un consumo eccessivo.

Le scelte sono limitate da praticità, accessibilità e costo

Le organizzazioni faticano però a intraprendere azioni concrete legate a pratiche di economia circolare, malgrado i consumatori si rivolgano sempre di più a quelle che lo fanno. Questo accade in particolare in ambiti dove la consapevolezza dei consumatori è maggiore, come i rifiuti alimentari e quelli di plastica. Il 44% dei consumatori ha infatti aumentato la propria spesa negli ultimi 12 mesi verso aziende alimentari che si impegnano nel riciclo, nel riutilizzo e nella riduzione dei rifiuti, ma in generale i consumatori sono limitati nelle loro scelte da questioni di praticità, accessibilità e costo.

L’e-commerce non è ‘circolare’

Tra i motivi che impediscono di intraprendere azioni circolari positive il 60% dei consumatori cita la mancanza di informazioni sufficienti sulle etichette dei prodotti, per il 55% i costi elevati sono un ostacolo alla riparazione dei prodotti, e il 53% non vuole scendere a compromessi sulla comodità. Questa, riporta Adnkronos, è una conseguenza del boom dell’e-commerce degli ultimi 10 anni, che ha alzato gli standard offrendo servizi convenienti a basso costo, come la consegna il giorno successivo o addirittura il giorno stesso. Nonostante gli sforzi normativi per estendere la durata di vita dei prodotti, attualmente gli approcci di consumo circolare si concentrano principalmente sulla fase post-utilizzo, con il 58% dei consumatori che dichiara di separare e smaltire i rifiuti alimentari dopo l’uso, ma solo il 41% di comprare cibo con un imballaggio minimo, sottolineando la scarsità di opzioni disponibili.

TV, picco di vendite con lo switch off

Il 20 ottobre è iniziato il processo che in qualche modo cambierà la televisione così come l’abbiamo conosciuta. Ha infatti preso il via il celebre switch off, ovvero il passaggio che prevede che tutti i canali nazionali migrino verso la codifica MPEG4 (ma anche DVBT-2/HEVC). Questa transizione dovrebbe concludersi entro i prossimi sei mesi e, senza un apparecchio o un decoder adeguato, non sarà possibile più vedere diverse trasmissioni. Al momenti i canali coinvolti sono 15, distribuiti fra Rai e Mediaset. 

L’effetto del bonus rottamazione TV

Per far sì che tutti possano disporre di un apparecchio televisivo in grado di ricevere i canali anche dopo i cambiamenti, il Governo ha messo in campo l’ormai famoso Bonus Rottamazione Tv. Si tratta di un incentivo destinato all’acquisto di nuovi apparecchi televisivi e decoder in vista del passaggio ai nuovi standard di trasmissione. In base alle stime, si crede che siano circa 10 milioni le famiglie ad aver necessità di un upgrade ai propri apparecchi. Le facilitazioni sono due: se l’Isee è al di sotto dei 20mila euro sarà possibile avere uno sconto di 30 euro per l’acquisto di un decoder o un televisore; non ci sono invece limiti di reddito in caso di rottamazione, che dà diritto a uno sconto del 20% sul costo del nuovo apparecchio fino a un massimo di 100 euro. Il bonus si può ricevere sino alla fine del 2022 o fino a esaurimento risorse.

Boom delle vendite di TV

Secondo le rilevazioni GfK Market Intelligence  in particolare l’incentivo rottamazione ha avuto un effetto immediato sulle vendite nelle prime settimane di introduzione, un trend che continua ancora. “Nella settimana 41 – quella compresa tra l’11 e il 17 ottobre 2021 – sono stati venduti oltre 217.000 televisori, con una crescita pari al +120% di unità rispetto alla stessa settimana del 2020. Il trend è decisamente positivo anche se si confronta il dato della settimana analizzata con la settimana precedente: in questo caso la crescita è stata pari al +16%” si legge nel report. “Se analizziamo il trend a valore, riscontriamo una crescita ancor più marcata, pari al +152% rispetto alla settimana 41 del 2020. Questo forte incremento è dovuto a due fattori: da un lato la domanda superiore all’offerta – legata anche alle problematiche di approvvigionamento dei produttori – dall’altro l’aumento dei costi delle materie prime e della logistica, che hanno contribuito alla crescita del prezzo medio dei TV rispetto al 2020 (+26% complessivamente da inizio anno)”.

Podcast, il protagonista del mercato dei digital audio

Come è composto il mercato del Digital Audio nel nostro Paese? Quali sono i format preferiti e chi gli utenti? E con quale modalità si ascolta il contenuto prescelto? A queste e a molte altre domande risponde il terzo  Ipsos Digital Audio Survey 2021 condotto dall’omonima società di ricerche di mercato. In prima battuta, ciò che emerge è che anche quest’anno – come nelle precedenti edizioni – è il podcast a rivestire il ruolo da protagonista fra tutti i contenuti audio digitali. Ciò probabilmente perché – e questa è l’informazione più preziosa per gli editori e i produttori di contenuti – offrono un’esperienza di fruizione attenta, coinvolta, immersiva, sicura. Consentono lo sviluppo di audience investite che in prospettiva, se adeguatamente stimolate e soddisfatte, potranno credibilmente diventare oggetto di proposte a pagamento. Insomma, le potenzialità sono immense sia sotto il profilo della diffusione sia del ritorno economico.

Gli ultimi dati sono in crescita

Il dato monitorato dall’indagine, l’ascolto dei podcast nell’ultimo mese, raggiunge nel 2021 quota 31% tra i 16-60enni (circa 9,3 milioni di persone), con una crescita lieve ma che consolida la tendenza positiva registrata lo scorso anno (nel 2020 i podcast avevano visto un balzo di ben 4 punti percentuali, passando dal 26% al 30%): una riprova del fatto che la diffusione del format è un frutto stabile e non transitorio del processo di digitalizzazione avvenuto durante la pandemia. Il format resta marcatamente giovane (44% di under 35), ma nel 2021 crescono anche i target adulti, laureati (27%) e professionisti (13%). 

Dove e come si ascoltano i contenuti

La ricerca evidenzia anche le varie modalità di fruizione e i luoghi in cui si ascoltano maggiormente i podcast. Si scopre così che lo smartphone è il dispositivo più usato per ascoltare podcast (79%), il computer (43%) resta al secondo posto, ma in calo, così come i tablet (26%). Il luogo elettivo di ascolto rimane decisamente la casa (81%), seguita a distanza dalla macchina (29%) e dall’ascolto in strada/camminando (23%), mentre la fruizione sui mezzi di trasporto (19%) è ancora in calo (coinvolgeva il 26% degli utenti nel 2019), probabile frutto dell’impatto della pandemia sulla mobilità. L’80% dei fruitori afferma di sentire i podcast mentre svolge in contemporanea anche un’altra attività (80%), e le piattaforme più utilizzate sono Spotify e Youtube.

Podcast e influencer

La terza edizione della Ipsos Digital Audio Survey indaga il ruolo specifico degli influencer, che risultano avere influenza nel promuovere l’ascolto dei podcast per 2 ascoltatori su 3, con un peso particolarmente forte tra i più giovani (74% degli under 35 vs. 54% dei 45+). Si conferma il forte livello di engagement riscontrato nel 2021, con il 59% degli utenti che ascolta podcast per l’intera durata, e continua a crescere l’ascolto per intero delle serie di podcast (41%).

Moda, sempre più green e sostenibile

La moda diventa sempre più green e sostenibile. Se la pandemia da Covid-19 e la preoccupazione relativa al cambiamento climatico hanno stimolato le aziende italiane del settore a riclassificare le proprie priorità, l’89% delle aziende ora investe in sostenibilità, il 45% in più rispetto al 2020. Anche i consumatori hanno sviluppato maggiore sensibilità al tema della sostenibilità, ad esempio con la domanda di capi second hand, aumentata del 45% nel periodo compreso tra novembre 2019 e febbraio 2020. È quanto emerge dal report su Moda e Sostenibilità di Cikis, società che aiuta le aziende della moda ad attuare strategie e piani operativi sostenibili.

Il mercato richiede investimenti concreti in sostenibilità

Più in particolare, Cikis ha intervistato 47 brand e 53 aziende della filiera. Si tratta di aziende che dichiarano un fatturato superiore a un milione di euro, quelle che più probabilmente dispongono delle risorse economiche necessarie per poter effettuare investimenti concreti in sostenibilità. Di fatto, la crescita degli investimenti nell’ambito della sostenibilità si deve soprattutto all’aumento di richieste da parte del mercato. Benché gli investimenti che denotano maggiore consapevolezza siano ancora pochi, il 53% delle aziende dichiara di investire in sostenibilità per ragioni di competitività, e circa il 20% per rispondere alle richieste dei consumatori.

Aumentano del 150% le aziende che puntano sugli aspetti sociali

“Inoltre, dalla nostra analisi emerge che alcune aziende, circa il 20%, sottovalutano il proprio impegno, mentre altre, il 25%, lo sopravvalutano, rischiando di incorrere nel cosiddetto fenomeno del greenwashing”, continua Moro.
Quello ambientale non è tuttavia l’unico aspetto rilevante. In seguito all’emergenza Covid-19 la tutela delle persone e il welfare aziendale sono diventati requisiti sempre più richiesti da parte dei consumatori. E rispetto all’anno scorso le aziende che stanno lavorando su aspetti sociali sono aumentate del 150%. In ogni caso, le aziende che si avvalgono di un esperto esterno per diventare più sostenibili riescono a raggiungere livelli elevati di sostenibilità con maggiore facilità. E a posteriori, percepiscono meno il problema dei costi.

Non basta cambiare packaging e strategia di comunicazione

Il Report di Cikis evidenzia diversi livelli di impegno in sostenibilità, in base al numero delle pratiche intraprese e alla loro rilevanza.
 “Il cambiamento di packaging e di comunicazione, ad esempio, se non associato ad altre misure, ha scarso peso sull’impatto ambientale complessivo – spiega Serena Moro, Founder di Cikis -. Rispetto al 2020, quando molte aziende citavano come pratica di sostenibilità implementata l’esclusiva sostituzione del packaging con alternative più sostenibili, quest’anno nessuna azienda ha dichiarato di aver implementato esclusivamente questa misura”.