Criminalità e Pmi, nel 2019 segnalate 105.000 operazioni di riciclaggio

Nel 2019 sono state segnalate all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia oltre 105 mila operazioni sospette di riciclaggio, un record mai toccato prima.  Si tratta di presunti illeciti compiuti in massima parte da organizzazioni criminali che cercano di reinvestire in aziende o settori “puliti” i proventi economici derivanti da operazioni illegali. Nel primo quadrimestre 2020 la Uif ha ricevuto 35.927 segnalazioni, con un incremento del 6,3% rispetto allo stesso periodo del 2019.  L’allarme arriva dall’Ufficio studi della CGIA, secondo il quale le organizzazioni criminali fatturano 170 miliardi all’anno, “praticamente lo stesso Pil della Grecia”, commenta il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo.

Un importo che non include i proventi economici provenienti da reati violenti, ma solo da transazioni illecite come contrabbando, traffico di armi, scommesse clandestine, smaltimento illegale dei rifiuti, gioco d’azzardo, ricettazione, prostituzione e la vendita di sostanze stupefacenti.

Meno soldi dalle banche, più ricorso al credito “facile”

La conferma dell’importanza del giro d’affari delle organizzazioni criminali emerge anche dal numero di segnalazioni pervenute in questi ultimi anni all’Uif. In particolare, operazioni economico-finanziarie sospette denunciate a questa Unità da parte degli intermediari finanziari come istituti di credito, uffici postali, notai, commercialisti, gestori di sale giochi, società finanziarie, assicurazioni. Le principali forme tecniche che nel 2019 hanno originato le segnalazioni hanno riguardato in particolar modo, bonifici nazionali, money transfer e le transazioni avvenute in contanti. Secondo l’Ufficio studi della CGIA, l’aumento delle segnalazioni di riciclaggio potrebbe trovare una sua giustificazione nel fatto che in questi ultimi anni gli impieghi bancari alle imprese hanno subito una contrazione molto forte. Pertanto, non è da escludere che avendo ricevuto meno soldi dagli istituti di credito tanti imprenditori, soprattutto piccoli, si siano rivolti a coloro che potevano erogare credito con una certa facilità.

Campania, Lombardia e Liguria le regioni più a rischio

A livello territoriale le Regioni più colpite nel 2019 sono state la Campania (222,8 segnalazioni ogni 100 mila abitanti), la Lombardia (208,1) la Liguria (185,3) e la Toscana (184). Le realtà meno interessate, invece, sono state l’Abruzzo (115,7 ogni 100 mila abitanti), l’Umbria (110,3) e la Sardegna (86,6).

Rispetto al 2018, Sicilia (+26,3%), Molise (+23,8%) e Basilicata (+17,4%) sono state le regioni che hanno registrato le variazioni percentuali di crescita del numero di segnalazioni più importanti. Le uniche regioni in controtendenza sono state invece il Piemonte (-0,5%), la Toscana (-1,6%), l’Umbria (-3,3%) e la Valle d’Aosta (-4,3%).

Prato, Milano e Imperia le province con più segnalazioni di riciclaggio

A livello provinciale le realtà che nel 2019 hanno registrato il più alto numero di segnalazioni giunte all’Unità informazione finanziaria ogni 100 mila abitanti sono state Prato (344,6 ogni 100 mila abitanti), Milano (337,1), Imperia (275,9), Napoli (270,7), Trieste (235,8), Parma (225) e Caserta (209,4).

Quelle meno investite, invece, riguardano L’Aquila (76,9), Chieti (75), Nuoro (46,5) e il Sud Sardegna (45,9). La media nazionale è stata pari a 175,3 ogni 100 abitanti.

La Corte di giustizia europea invalida il Privacy Shield

La Corte Ue ha invalidato il Privacy Shield. La Corte di Giustizia Ue ha infatti dichiarato invalida la decisione della Commissione sull’adeguatezza della protezione offerta dal regime dello scudo Ue-Usa per la privacy. Questo, a causa del rischio rappresentato dai programmi di sorveglianza americani sulla protezione dei dati. Il caso trae origine dalla denuncia di un cittadino austriaco, i cui dati furono trasferiti, in tutto o in parte, da Facebook Ireland verso server appartenenti a Facebook Inc., situati nel territorio degli Stati Uniti, ove sono oggetto di trattamento.

Delusione da parte degli Usa

Gli Usa si sono dichiarati “profondamente delusi” per la decisione della Corte Ue, riporta Ansa. “Stiamo studiando la decisione per comprenderne appieno l’impatto pratico – ha commentato il segretario Usa al Commercio Wilbur Ross -. Speriamo di limitare le conseguenze negative per le relazioni economiche transatlantiche, pari a 7,1 trilioni di dollari, che sono così vitali per i nostri rispettivi cittadini, aziende e governi. I flussi di dati sono essenziali non solo per le aziende tecnologiche, ma anche per le aziende di ogni dimensione in ogni settore – ha aggiunto Ross -. Man mano che le nostre economie continuano il loro recupero post-Covid-19, è fondamentale che le aziende, inclusi gli oltre 5.300 attuali partecipanti allo scudo per la privacy, siano in grado di trasferire i dati senza interruzione, coerentemente con le forti protezioni offerte dal Privacy Shield”.

Una vittoria per gli attivisti della privacy 

Una sentenza, quella dell’istanza con sede a Lussemburgo, arrivata a sorpresa e che di fatto annulla un accordo di trasferimento dati ampiamente utilizzato dall’Ue e dagli Stati Uniti. Secondo la Corte Ue, “ai sensi del regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) il trasferimento dei suddetti dati verso un Paese terzo può avvenire, in linea di principio, solo se il Paese terzo considerato garantisce a tali dati un adeguato livello di protezione”, si legge nella decisione dei giudici. L’annullamento del Privacy Shield però è una vittoria per gli attivisti della privacy, che da tempo accusano gli Stati Uniti di pratiche invasive di sorveglianza inammissibili da applicare anche sui cittadini europei. 

Un duro colpo al business delle grandi aziende tecnologiche

La decisione dei giudici potrebbe creare diversi problemi alle multinazionali americane ed europee, soprattutto tecnologiche, che proprio sul trasferimento di questi dati, e sul loro utilizzo, fondano buona parte del loro business, riporta Agi. La sentenza, ad esempio, potrebbe costringere società come Facebook, Apple o Google a dover ripensare la propria strategia industriale, o ad affrontare costi notevoli per la creazione di centri per la raccolta dati in Europa. 

L’effetto smart working sull’ambiente urbano

Oltre ai benefici in termini di tempo personale liberato lo smart working libera anche l’ambiente urbano. Meno mobilità si traduce infatti in un taglio di emissioni, e a livello economico 4 milioni di euro risparmiati per il mancato acquisto di carburante. Lo dimostra l’indagine nazionale Il tempo dello Smart Working. La PA tra conciliazione, valorizzazione del lavoro e dell’ambiente, realizzata da Enea nel triennio 2015-2018. All’indagine hanno aderito 29 amministrazioni pubbliche e oltre 5.500 persone, di cui il 60% ha risposto a un sondaggio. Lo studio, spiega Enea in una nota, “evidenzia che esistono i presupposti per modifiche di comportamento stabili, su larga scala, in grado di incidere su livelli di congestione e di inquinamento e che è possibile impostare con successo policy urbane integrate, aprendo a una maggiore flessibilità nella scelta di luoghi e tempi di lavoro”.

46 milioni di km evitati e -8mila tonnellate di CO2 nell’aria

Sotto il profilo ambientale emerge che lo smart working ha ridotto la mobilità quotidiana di circa un’ora e mezza in media a persona, per un totale di 46 milioni di km evitati, pari a un risparmio di 4 milioni di euro di mancato acquisto di carburante, riporta Adnkronos. Da qui il duplice beneficio di tempo personale liberato e di traffico urbano evitato, con un taglio di emissioni e inquinanti che Enea stima in 8mila tonnellate di CO2, 1,75 di PM10 e 17,9 di ossidi di azoto. “I risultati assumono un particolare significato in questi giorni in cui circa il 75% dei dipendenti pubblici lavora in modalità smart working”, spiega Marina Penna, ricercatrice Enea.

Post Covid-19, il rimbalzo sui consumi di carburanti e sulle emissioni

“L’emergenza ci ha di fatto costretti a mettere in atto tali modifiche straordinarie e oggi siamo in grado di misurarne gli effetti – continua Penna -. Dal momento che il calo di emissioni non è strutturale, ma si lega a condizioni di emergenza il timore è l’effetto rimbalzo sui consumi di carburanti e sulle relative emissioni. Le conseguenze sarebbero pesanti sia per l’avvio di una fase di crescita, che allontanerà l’Italia sempre più dai target dell’accordo di Parigi sia per il repentino incremento dei costi dei carburanti, che aprirebbe il fianco a speculazioni estremamente penalizzanti per la nostra economia”.

Coordinare la domanda di spostamenti casa-lavoro con il trasporto pubblico locale

Per uscire da questa emergenza sanitaria lo smart working andrà mantenuto, potenziato e reso più efficace. “Soprattutto nelle grandi città, in assenza di misure si prospetta un massiccio ricorso al mezzo privato che offre una percezione di sicurezza dal contagio – osserva Penna -. Opportunamente governato a livello territoriale, il ricorso allo smart working consentirebbe infatti di moderare e modulare la domanda di spostamenti casa-lavoro in modo coordinato con la programmazione del trasporto pubblico locale, operazione particolarmente utile nella fase 2 dell’emergenza Covid-19, in cui dovremo trovare gli adattamenti per convivere con il coronavirus”.

Smart working, non è fare a distanza ciò che si fa in ufficio

In Italia si usa la definizione smart working per identificare concetti molto diversi tra loro, come telelavoro, lavoro in mobilità, lavoro agile e lavoro flessibile. In questi giorni, il termine smart working sale alla ribalta, e la confusione aumenta. Secondo Francesco Frugiuele, fondatore e Ceo di Kopernicana, società di consulenza specializzata nel settore, lo smart working non è fare a distanza le stesse cose nello stesso modo. Occorre sviluppare schemi di lavoro, routine giornaliere, modalità di comunicazione e interazione e pianificazione molto diversi da quelli utilizzati in un ambiente lavorativo tradizionale. Insomma, lo smart working non è la replica di un ufficio con lavoratori remoti.

“Inizia quando il lavoratore può iniziare a decidere quando e come lavora”

La prima credenza errata sullo smart working è che renda meno produttivi rispetto al lavoro in ufficio. Al contrario. “Se supportati da un po’ di disciplina e da adeguati modelli di gestione del lavoro per obiettivi da casa si è straordinariamente più efficaci – spiega Frugiuele all’Adnkronos -. Per non parlare del tempo di spostamento che viene azzerato”.

La seconda è che lo smart working riguardi sostanzialmente gli strumenti tecnologici. “Lo smart working è sicuramente dipendente da tecnologie e strumenti, ma ancora di più dipende dalla capacità di riorganizzarsi su due dimensioni, personale e aziendale – continua l’esperto -. Lo smart working inizia quando il lavoratore può iniziare a decidere quando e come lavora”.

Non basta dare un portatile e una connessione Internet ai dipendenti

Non è sufficiente, quindi, “dare un portatile e una connessione Internet ai nostri dipendenti – sottolinea – Frugiuele -. Ci sono organizzazioni che stanno sperimentando soluzioni di smart working a una dimensione mai provata prima. Pubbliche amministrazioni, grandi e piccole organizzazioni nel giro di 2 settimane hanno dato strumenti e possibilità a migliaia di dipendenti per attivarsi come smart workers. Questo pone, presto o tardi, tutti nelle condizioni di farsi la domanda ‘come possiamo fare in modo che i team di lavoratori distribuiti collaborino efficacemente? O come possiamo controllare la produttività?” Una prima risposta è: iniziando a fidarsi di loro. “I nostri collaboratori sono adulti – commenta Frugiuele – smettiamo di trattarli come se fossero bambini”.

Il cambiamento sarà permanente

Un terzo punto fondamentale è che il cambiamento sarà permanente. “Questa epidemia ci sta costringendo a una trasformazione che assomiglia moltissimo a un ‘aggiornamento di sistema’- continua Frugiuele -. Non sarà né semplice né saggio provare a tornare indietro, anche quando crederemo che questo sia possibile”.

Per ognuno lavorare smart richiede disciplina, ordine, iniziativa, capacità di separare i tempi privati da quelli lavorativi. “Stiamo già migliorando noi stessi e le nostre organizzazioni – afferma ancora il Ceo di Kopernicana -. Le condizioni imposte dal distanziamento sociale necessario per uscire dalla crisi attuale stanno già producendo dei cambiamenti, in meglio. Dal punto di vista di chi, come me, studia le dinamiche organizzative, questa situazione critica sta agendo come fattore evolutivo per le organizzazioni”.

Influenza e raffreddore, italiani più colpiti di francesi e tedeschi

Malanni di stagione: gli italiano ne soffrono più di francesi e tedeschi. Il 94% degli italiani infatti si ammala di raffreddore e influenza ogni anno, e 4 persone su 5 si ammalano almeno due volte nell’arco dei 12 mesi. Molto più di francesi (81%), e tedeschi (82%), quindi. Ma la buona notizia è che i nostri connazionali guariscono prima. In media in Italia i giorni di malattia sono 4, mentre per i francesi sono 5 e per i tedeschi 5.5. Questo, stando ai risultati di una ricerca condotta da Ipsos per Vicks nel giugno 2016, su un campione statisticamente rappresentativo di 500 uomini e donne dai 16 ai 65 anni per ogni Paese considerato.

Non dormire di notte è la preoccupazione principale

Secondo la ricerca, in caso di raffreddore e influenza, non dormire di notte è la preoccupazione principale per gli italiani. Per il 60%, infatti, i due malanni compromettono la possibilità di dormire bene, con un impatto negativo sulle attività diurne, dal lavoro (45%) alla possibilità di godersi la giornata (33%), riporta Askanews. Non è solo questione di performance. Studi clinici evidenziano come il sonno possa avere un ruolo chiave nel rafforzare le difese immunitarie, aiutando a riprendersi più rapidamente da raffreddore e influenza. Una preoccupazione più che lecita, quindi, quella della mancanza di sonno, dal momento che se il 90% dei malati si sveglia di notte, per il 50% accade una o due volte, principalmente per via della tosse, del naso chiuso o che cola, e del mal di gola.

Il mal di gola è il sintomo più fastidioso

Sia italiani sia francesi sono molto preoccupati anche dall’impatto negativo che raffreddore e influenza possono avere sul sonno, rispettivamente per il 60% e per il 63%, mentre per i tedeschi viene al secondo posto (50%), dopo il lavoro (55%). In particolare, il 97% dei francesi si sveglia a causa di questi malanni, e il 58% almeno un paio di volte a notte. Anche il 52% dei tedeschi si sveglia per una o due volte. Percentuali in linea con quelle degli italiani. I sintomi, poi, raramente si presentano da soli. Circa 2 italiani su 3 dichiarano di soffrire di più di 1 sintomo contemporaneamente, con mal di gola (17%), tosse (16%) e naso che cola (15%), indicati tra i più fastidiosi. Per i francesi è soprattutto quest’ultimo (18%) a infastidire, mentre per i tedeschi è la congestione nasale (24%).

Curarsi con i farmaci da banco

Nel modo di affrontare la giornata in caso di malattia c’è molta differenza tra italiani, francesi e tedeschi. Il 55% degli intervistati in Italia non va al lavoro a causa del raffreddore per in media 2.2 giorni, mentre il 65% dei tedeschi rimane a casa per in media 3.8 giorni. Molto più virtuosi i francesi, con il 37% che non va a lavoro solo per 1.4 giorni. Circa la metà degli italiani e dei tedeschi, poi, per curarsi sceglie farmaci da banco (50% e 55%), seguiti dal 42% dei francesi.

Nel 2020 i buoni pasto saranno più cari

Approvata lo scorso 24 dicembre, la manovra contenuta nella Legge di Bilancio 2020 favorisce la digitalizzazione e tracciabilità del ticket, per evitare abusi e facilitare i controlli, ma rende i buoni pasto più cari per i dipendenti. Dal primo gennaio 2020 la quota del buono pasto che non concorre alla formazione del reddito da lavoro scende da 5.29 euro a 4 euro. Significa quindi 284 euro di reddito in più all’anno su cui calcolare Irpef, addizionali, e maggiori contributi Inps, considerando una media di 20 buoni incassati al mese per undici mesi di lavoro, ferie escluse.

Il 40% del mercato potrebbe ridursi di un quarto del valore

Le stime di Anseb, l’Associazione nazionale società emettitrici buoni pasto, valutano che il 60% del mercato dei buoni pasto sia già digitalizzato. Quindi c’è la possibilità teorica che il 40% del mercato, a oggi stimato in circa 3 miliardi di euro, tanto è il valore dei buoni pasto emessi ogni anno, finisca per ridursi di un quarto del valore. Ne deriverebbe un calo del 10% del fatturato complessivo del settore. Per questo motivo la “stretta” si accompagna a un contestuale incentivo per i buoni elettronici, il cui valore esentasse sale da 7 a 8 euro, apportando un beneficio fiscale, ovvero meno tasse per i lavoratori, da 18 milioni di euro. Ecco dunque che alla fine il gettito per lo Stato, certificato dalla relazione tecnica alla manovra, arriva a 56 milioni all’anno (74 milioni al netto dei 18), dice Italpress.

Novità per le somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro

La nuova disposizione riscrive l’articolo 51 del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (TUIR), comma 2, prevedendo che l’importo delle somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro è aumentato a euro 8 nel caso in cui le stesse siano rese in forma elettronica. Le novità riguardano le somministrazioni di vitto da parte del datore di lavoro, nonché quelle in mense organizzate direttamente dal datore di lavoro o gestite da terzi, e le prestazioni sostitutive delle somministrazioni di vitto, fino all’importo complessivo giornaliero di euro 4, aumentato a euro 8 nel caso in cui le stesse siano rese in forma elettronica.

Obiettivo favorire la digitalizzazione dei pagamenti per contrastare l’evasione fiscale

Per le aziende l’Iva al 4% sui ticket restaurant è integralmente detraibile. I titolari d’azienda e soci, e le aziende individuali, possono detrarre integralmente l’Iva sui buoni pasto elettronici al 10%, fino al massimo importo pari al 2% del fatturato, percentuale che comprende anche altri tipi di spese come l’albergo, la trasferta e così via. Per i buoni pasto cartacei, oltre alla ridotta soglia di esenzione, non è prevista nessuna detrazione Iva per le aziende che utilizzano il servizio dei ticket cartacei. L’obiettivo è, come nel caso del denaro contante, favorire la digitalizzazione dei pagamenti rendendoli tracciabili per contrastare l’evasione fiscale.

Lo stipendio “emozionale” della flessibilità oraria

Un orario flessibile a volte viene valorizzato più della retribuzione, diventando un vero e proprio stipendio “emozionale” per chi lavora. Le condizioni create da un modello che consente orari flessibili e maggiore libertà da parte del lavoratore assicurano un beneficio sia per i lavoratori stessi sia per l’azienda.

Attualmente la conciliazione familiare e la flessibilità oraria sono temi molto presenti negli uffici delle Risorse Umane, o HR, presenti all’interno delle organizzazioni. E se i lavoratori, e la stessa società di oggi esigono il raggiungimento di queste condizioni, le aziende devono saper rispondere a questa richiesta.

Organizzarsi in funzione degli obiettivi piuttosto che dell’orario

Sebbene in alcuni casi sia impossibile offrire queste condizioni, ad esempio quando si deve rispettare un programma aziendale, esistono poche limitazioni per poterle implementare. La misura, ovviamente, deve essere presa a seguito di un’indagine interna, in modo che si possa optare per la variante più efficace. L’orario, ad esempio, può essere totalmente flessibile, o libero, così che il lavoratore si possa organizzare in funzione degli obiettivi piuttosto che dell’orario.Generalmente il rifiuto verso questo tipo di organizzazione deriva dalla difficoltà di supervisione e gestione da parte delle imprese, finora basate su modelli opposti. Il progresso tecnologico però oggi offre gli strumenti adatti a far funzionare questa misura.

Conciliare lavoro e vita familiare

Sicuramente la ragione principale per cui vengono richieste queste condizioni è il poter conciliare lavoro e vita familiare. I lavoratori delle imprese con questo tipo di giornata lavorativa raggiungono un miglior equilibrio nella vita familiare. Chi ha tempo di assistere agli impegni della vita privata sarà un lavoratore molto più stabile e motivato. Ma a questo sistema viene associato anche un significativo risparmio nella vita domestica. Specialmente per i genitori, che non devono pagare le prestazioni di terzi per prendersi cura dei figli durante le ore di assenza. Inoltre, un lavoratore con la capacità di decidere quando essere presente in ufficio rimane più concentrato e motivato nei momenti in cui si dedica al lavoro. Con un relativo impatto diretto su produttività e qualità nello svolgimento delle mansioni.

Un’arma infallibile per agevolare l’attrazione di nuovo personale

In generale, le persone dovrebbero avere la flessibilità di cui hanno bisogno per superare gli ostacoli e gestire lo stress della vita quotidiana. Ma questa misura risulta un’arma infallibile anche per agevolare l’attrazione di nuovo personale da parte dell’azienda, poiché genera una migliore percezione dell’azienda stessa.

E per le imprese piccole e giovani questa è una buona forma per competere con altre realtà più conosciute e stabili.

Scuola, dato a sorpresa: più abbandoni nelle grandi città che in quelle piccole

Segnali poco positivi per quanto riguarda l’affezione alla scuola in Italia. Infatti, dopo aver visto a partire dagli anni 2000 un netto calo del fenomeno dell’abbandono scolastico, nell’ultimo triennio sembra che le cose siano cambiate, e in peggio. Ancora oggi, nel 2019, nel nostro paese un ragazzo su 7 lascia gli studi senza raggiungere il diploma o una qualifica professionale. E la tendenza nazionale a lasciare i banchi di scuola, riferisce un’indagine di Openpolis, pare essere più accentuata proprio nelle grandi città. Un dato che sorprende, anche perché fino al 2014 si registravano più abbandoni scolastici nelle città medie e nelle zone rurali; le grandi città erano l’unica area del paese che riusciva a contenere il fenomeno sotto la soglia del 15%. Quattro anni dopo, spiega l’analisi, il dato si è invertito: le grandi città sono in testa in merito alla quota di abbandoni (15,3%). Ma anche nelle zone rurali non va meglio: tra 2017 e 2018 l’abbandono precoce dal corso di studi è cresciuto di 1,4 punti percentuali in soli 12 mesi. L’informazione più omogenea di cui si dispone per confrontare l’abbandono nelle grandi città è l’indicatore di “uscita precoce dai percorsi di istruzione e formazione”. Un’informazione rilevata al censimento 2011, calcolando la quota di ragazzi tra 15 e 24 anni con licenza media, ma che non frequentano né un corso regolare di studi, né la formazione professionale. 

Catania la città dai banchi vuoti

Esaminando le maggiori città italiane, quella in cui l’abbandono scolastico incide di più è Catania: il 31,1% dei residenti tra 15 e 24 anni aveva lasciato la scuola dopo la licenza media. Da notare come anche i dati comunali confermino la dinamica nord-sud: ai primi posti per abbandoni scolastici si trovano tutti i grandi capoluoghi del mezzogiorno: Napoli (seconda, 28,1%), Palermo (terza, 25,8%), Messina (quarta, 21,9%). L’unica meridionale sotto la soglia di un abbandono precoce ogni 5 ragazzi è Bari, al quinto posto con il 17,4%.
Allo stesso tempo emerge come al di sotto del 10% nel 2011 si trovassero due città venete (Padova e Verona) e la Capitale, Roma. Padova, con il 7,5%, era quella con minore abbandono secondo quanto rilevato al censimento.

Abbandono maggiore all’estremo Sud

Anche se i dati sono “costruiti” basandosi sul censimento del 2011, e quindi non aggiornatissimi, emergono due fenomeni costanti. In primo luogo, non va sottovalutata la frattura tra le realtà più urbanizzate e quelle rurali, soprattutto in termini di opportunità educative e di accesso sostanziale all’istruzione. In secondo luogo, emerge come già al censimento 2011 le grandi aree urbane del sud spiccassero per abbandoni, con livelli non troppo distanti da quelli dei comuni a bassa urbanizzazione. Un fenomeno che, alla luce dei dati aggregati, potrebbe essersi addirittura approfondito.

Il Prime Day 2019 supera il Black Friday e il Cyber Monday

Il Prime Day del 15 e 16 luglio scorsi è stato il più grande evento di shopping globale nella storia di Amazon. Con oltre un milione di offerte disponibili in tutto il mondo, in esclusiva per i clienti Prime, durante il Prime Day 2019 le vendite su Amazon hanno superato quelle registrate lo scorso Black Friday e il Cyber Monday messi insieme. Nel corso della due giorni sono stati comprati più di 175 milioni di prodotti in offerta. Quelli più acquistati? Il caffè espresso Nescafé Dolce Gusto Barista, il detersivo per lavatrice Dash 117 Pods 3in1 e il carica batterie portatile aukey Powerbank.

Il doppio di acquisti rispetto a cinque anni fa

“I clienti di tutto il mondo hanno acquistato milioni di dispositivi con integrazione Alexa – ha dichiarato Jeff Bezos, fondatore e CEO di Amazon – hanno risparmiato decine di milioni di dollari acquistando prodotti nei supermercati Whole Foods e hanno acquistato prodotti per oltre 2 miliardi di dollari dalle piccole e medie imprese”.

Inoltre, i clienti Prime di 18 paesi hanno acquistato il doppio rispetto al primo Prime Day di cinque anni fa. E a livello globale sono stati spediti milioni di prodotti ancora più velocemente, grazie alle opzioni Consegna in un giorno senza costi aggiuntivi, Consegna Oggi senza costi aggiuntivi o Prime Now.

In Italia risparmiati oltre 25 milioni di euro

Il 15 luglio Amazon ha dato il benvenuto a un maggior numero di nuovi clienti Prime rispetto a qualsiasi altro giorno precedente, e quasi altrettanti il 16 luglio, rendendo questi due giorni i più importanti di sempre per numero di nuove iscrizioni. In Italia i clienti Prime hanno usufruito di migliaia di offerte locali in diverse categorie, come dispositivi, tè, caffè e bevande e prodotti per la cura della casa, e hanno risparmiato oltre 25 milioni di euro.

Le categorie in cui hanno effettuato maggiori acquisti sono hardware di informatica, tè, caffè e bevande e prodotti per la cura della casa, accessori per cellulari, arredamento e fai da te

Pmi, 2 miliardi di dollari di vendite globali

Il Prime Day 2019 ha rappresentato anche un successo per i partner commerciali, per lo più piccole e medie imprese. I prodotti di queste aziende aumentano la varietà e la selezione su Amazon e contribuiscono ad ampliare l’offerta in tutto il mondo.

A livello globale, queste aziende hanno generato 2 miliardi di dollari di vendite durante il Prime Day, rendendolo il più grande evento di shopping di Amazon non solo per i clienti, ma anche per i partner commerciali giorni.

I 10 lavori più affascinanti di febbraio

A chi è stanco del tradizionale lavoro d’ufficio non manca la scelta. Indeed, la piattaforma di offerte e ricerche di lavoro, ha analizzato il proprio database di annunci, e ha individuato i 10  lavori più affascinanti del mese di febbraio. Tutti accomunati dalla specificità delle competenze o delle caratteristiche richieste. A cominciare dall’insegnante di manga, il celebre fumetto di origine giapponese, caratterizzato da vicende avventurose d’ambientazione fantastica e da un disegno essenziale. Un annuncio aperto in Veneto a tutti gli appassionati disegnatori di fumetti.

Promotore di ciclovia, guida speleologa e orologiaio

Chi l’ha detto che ingegneria, sport e turismo siano mondi distanti tra loro? A Iglesias, in Sardegna, è aperta una ricerca per un appassionato di escursioni sulle due ruote che sappia sviluppare e promuovere una ciclovia. La conoscenza dei cammini storico religiosi è considerata un plus. Per gli amanti della speleologia, delle lingue straniere e dell’avventura in provincia di Udine è invece aperto il recruitment per selezionare le guide che accompagneranno i turisti nella Grotta Nuova di Villanova, la più estesa cavità di contatto tra due diversi tipi di rocce visitabile in Europa. Più a Sud, in Sicilia, un’azienda è alla ricerca di orologiai esperti, in grado di ripristinare orologi sia meccanici sia elettronici.

Bartender, pilota collaudatore, autista soccorritore di ambulanza

Cercasi conoscitore dei vini più pregiati e dei cocktail più in voga. Dove? In un resort sul lago di Como. In questo caso più che la professione, il bartender, è la location a fare la differenza. Ma esiste una posizione aperta anche per gli amanti dell’adrenalina e delle quattro ruote. Su Indeed si crecano infatti esperti per test drive dinamici, sia come conducente sia come passeggero, su strada o su pista. Tra i requisiti fondamentali, aver frequentato corsi di guida sicura. E avere nervi saldi e capacità di mantenere alta l’attenzione anche quando si è sotto pressione. In pratica, gli stessi requisiti chiave per diventare autista per il servizio di trasporto sanitario con ambulanza. Dove? Al Policlinico di Abano Terme.

Houdini artist, ascoltatore madrelingua coreano, barbiere

Non esiste biglietto da visita più affascinante di quello di un Houdini artist, un’illusionista dei tempi moderni, ma anche un’artista del tech. Una società di Milano cerca infatti un mago della programmazione e della creatività che riesca a dare vita ai visual effect più affascinanti. Fondamentale, in questo caso, la conoscenza dei programmi HoudiniFX e Python.

Meno fantasioso, ma non meno interessante, il ruolo di ascoltatore madrelingua per il coreano. La sede di lavoro è in provincia di Milano, e la società specializzata nella traduzione e produzione di audio per ogni tipo di media digitale che lo ricerca richiede la conoscenza della lingua coreana e di quella italiana.

È poi aperto il recruitment di un barbiere esperto per un salone di Sesto Fiorentino. Adatto a chi cerca un lavoro in cui ci si debba prendere cura degli altri, per fare il barbiere sono richieste creatività, passione per l’estetica. E naturalmente, mano ferma.