SOC e sicurezza: il 67% delle aziende italiane sceglie l’outsourcing

L’outsourcing del Security Operations Center (SOC) consente alle aziende di delegare singole funzioni o l’intero ciclo operativo a un fornitore esterno di fiducia.

Anche in Italia questa tendenza è ormai consolidata. Il 67% delle aziende italiane prevede infatti di esternalizzare parte del proprio SOC, combinando risorse interne con competenze esterne, mentre il 22% è pronto ad adottare un modello completamente SOC-as-a-Service (SOCaaS). 
Solo l’11% prevede di costruire un SOC interamente in-house.
È quanto emerge da una ricerca di Kaspersky. Oggi, la maggior parte delle aziende sceglie di esternalizzare almeno una parte del proprio (SOC), e un numero significativo adotta il modello (SOCaaS). 

In Italia si preferisce mantenere internamente le attività strategiche

L’outsourcing del SOC può includere diversi servizi: progettazione e architettura del SOC, implementazione e manutenzione delle tecnologie, monitoraggio e analisi da parte di analisti di sicurezza esterni, servizi di consulenza/formazione, fornitura completa di SOCaaS.
La maggior parte delle aziende italiane preferisce mantenere internamente le attività strategiche, affidandosi invece a team esterni e tecnologie avanzate per i carichi di lavoro più operativi e altamente tecnici.

Tra le aziende che intendono esternalizzare le funzioni SOC, le attività più frequentemente delegate a fornitori terzi sono installazione/implementazione delle soluzioni (45%), progettazione del SOC (43%) e sviluppo e fornitura di soluzioni (34%).
Quando si rivolgono a specialisti SOC esterni, le aziende mostrano una preferenza per il rafforzamento di ruoli specifici (analisti di seconda linea, 62%, analisti di prima linea, 35%), concentrandosi soprattutto su monitoraggio continuo e risposta alle minacce.

I vantaggi di esternalizzare: protezione H24/7, garanzia di conformità

Il principale fattore che spinge verso l’outsourcing del SOC è la necessità di garantire una protezione continua 24 ore su 24, 7 giorni su 7 (39%), requisito che molti team interni faticano a sostenere autonomamente.

Un altro vantaggio è la riduzione del carico di lavoro per gli specialisti interni della sicurezza IT (38%), a cui si aggiunge l’accesso a soluzioni e tecnologie avanzate (36%) e il supporto esterno per assicurare conformità ai requisiti normativi e standard di settore (28%).
L’ottimizzazione del budget è considerata una priorità “solo” dal 36% delle aziende italiane. A dimostrazione che il valore principale dell’outsourcing del SOC risiede soprattutto nella protezione più efficace, e non esclusivamente nella riduzione dei costi.

Un approccio che consente di ottenere anche maggiore efficienza economica

“La tendenza all’esternalizzazione, totale o parziale, delle funzioni SOC è guidata principalmente dalla necessità di maggiore focalizzazione operativa e agilità strategica – spiega Sergey Soldatov, Head of Security Operations Center di Kaspersky -. Affidando a partner esterni le attività tecniche e di routine, le aziende possono concentrarsi su iniziative ad alto valore, come il processo decisionale strategico e il coordinamento delle risposte alle minacce più sofisticate. Inoltre, questo approccio consente spesso di ottenere significative efficienze economiche, favorendo un’allocazione più efficace delle risorse. In definitiva, questo modello trasforma il SOC in una capacità strategica fondamentale, contribuendo direttamente alla continuità operativa”. 

Imprese: il 2025 chiude con il segno più 

Non sarà stato un anno facile, ma nemmeno uno da archiviare con il solo segno negativo. Il 2025 si chiude con un dato che regala un po’ di fiducia anche per il futuro: il numero delle imprese in Italia torna a crescere in modo più deciso rispetto agli ultimi anni. Il saldo finale è positivo per 56.599 aziende, pari a un +0,96%. Non un exploit, ma comunque un passo avanti, soprattutto se confrontato con il 2024 e il 2023.

Alla fine dell’anno, le imprese registrate nel Paese sono 5.849.524. Un numero che racconta un tessuto produttivo ancora vivo, capace di resistere e, in alcuni casi, di reinventarsi. I dati emergono da Movimprese, l’analisi annuale realizzata da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio.

Meno chiusure, più nuove aperture

Il dato più interessante non è tanto quello delle nuove iscrizioni, rimaste sostanzialmente stabili (323.533, in linea con l’anno precedente), quanto il forte calo delle cessazioni. Le imprese che hanno chiuso i battenti nel 2025 sono state 266.934, il 6,7% in meno rispetto al 2024. Tradotto in parole semplici: meno aziende hanno mollato.

Secondo Andrea Prete, presidente di Unioncamere, è proprio questo il segnale più incoraggiante: una maggiore capacità di tenuta del sistema produttivo, nonostante un contesto economico tutt’altro che semplice.

I servizi in buona salute

Per quanto riguarda i vari settori, quello che appaiono più dinamici sono sicuramente i servizi. Crescono bene le attività finanziarie e assicurative (+5,89%) e il comparto dell’energia (+5,16%). L’edilizia resta salda, con oltre 9.300 imprese in più.

Di contro, i settori più classici mostrano segnali di sofferenza. L’agricoltura lascia sul campo più di 8.000 imprese, la manifattura arretra dello 0,80% e il commercio scende di quasi 10.000 unità. È un processo lento che sta ridisegnando il profilo economico del Paese.

Immobiliare, turismo e finanza spingono la crescita

Nel dettaglio, spiccano le attività immobiliari, che chiudono l’anno con oltre 8.200 imprese in più. Molto vivaci anche i lavori di costruzione specializzati. Il dato più clamoroso arriva però dai servizi finanziari non assicurativi, che crescono di oltre il 18%.

Segnali positivi anche da turismo e alloggio, pubblicità, consulenza gestionale e tecnologia. La produzione di software e la consulenza informatica continuano ad attrarre nuove iniziative.

Le società di capitali aumentano del 3,48%  

La crescita complessiva è trainata quasi esclusivamente dalle società di capitali, aumentate del 3,48%. Le imprese individuali tornano appena sopra lo zero, mentre le società di persone continuano a diminuire. È il segno di un sistema che cambia forma e struttura.

Le buone notizie riguardano tutto il Paese: il Centro ha i dati migliori, seguito da Sud e Isole e dal Nord-Ovest. Il Lazio guida la classifica regionale, mentre Roma, Milano e Siracusa si distinguono a livello provinciale.

Shopping online: una leva per ottimizzare il potere d’acquisto dei consumatori EU

Il prezzo è considerato la priorità assoluta per i consumatori che acquistano nuovi vestiti, offline e online. Gli utenti UE identificano infatti la convenienza e l’accessibilità come le ragioni principali per cui acquistano online. Tanto che se nel 2010 il 53%degli utenti Internet europei ha acquistato beni o servizi online, nel 2024 la quota sale al 77%- 

Il successo dell’e-commerce si deve quindi soprattutto al risparmio, di tempo e denaro- In particolare, lo shopping online di abbigliamento consente ai consumatori di ottimizzare il proprio potere d’acquisto.
Emerge dalla ricerca dal titolo Value of e-commerce for EU consumers, condotta da Copenhagen economics per Shein.

La sensibilità al prezzo non è prerogativa di chi ha redditi bassi

La ricerca di Shein evidenzia che la sensibilità al prezzo non è solo una necessità per chi ha redditi bassi, pari al 56% del campione, ma una scelta consapevole, anche per le fasce di reddito medio e medio-alto (44%).

La ricerca sottolinea, inoltre, come l’attenzione al prezzo rappresenti una tendenza inter-generazionale, con i giovani che rappresentano solo il 27% del campione, mentre il 73% appartiene a fasce d’età mature, dimostrando che non si tratta di un comportamento esclusivamente giovanile, ma di una priorità diffusa tra i consumatori italiani, indipendentemente dall’età.
Le famiglie che scelgono di acquistare sulle piattaforme di e-commerce risparmiano in media circa il 13% della spesa mensile per abbigliamento e calzature.

Un potenziale risparmio di 1,7 miliardi per gli utenti italiani

A livello aggregato, questo si traduce in un potenziale risparmio annuo di 1,7 miliardi di euro per i consumatori italiani e 22 miliardi di euro nell’intera Unione europea.

“Abbiamo analizzato ciò che i consumatori italiani intervistati apprezzano maggiormente dell’e-commerce -s piega Henrik Ballebye Okholm di Copenhagen economics -. Il prezzo emerge come il fattore più menzionato, in modo trasversale rispetto a reddito ed età, ma lo shopping online risponde anche ad altre esigenze concrete, come una gamma più ampia di stili e taglie, aspetto particolarmente rilevante per le comunità rurali dove l’accesso ai negozi fisici è più limitato”.

Un modello per rispondere rapidamente a preferenze, stili e tendenze

“In Shein – aggiunge Leonard Lin, presidente Shein per l’Emea e global head of public affairs, come riporta Adnkronos – ci impegniamo a rendere la moda accessibile e conveniente per tutti. Il nostro modello on-demand ci consente di rispondere rapidamente alle preferenze dei consumatori, alle tendenze e ai diversi stili. Questo studio conferma ciò che possiamo osservare ogni giorno: i consumatori apprezzano la varietà, la praticità e la convenienza economica. Grazie all’e-commerce e a un approccio guidato dalla domanda, vogliamo contribuire a rendere la moda più inclusiva e accessibile per tutti i consumatori italiani”.

Imprenditrici: nella UE 27 le italiane sono le più numerose

In Italia la crescita delle imprese guidate da donne prosegue anche nei primi 9 mesi del 2025. Sebbene in termini assoluti le donne imprenditrici siano meno della metà degli uomini, la variazione percentuale registrata è più che doppia rispetto al dato riferito all’imprenditoria maschile (+1,1%).

Secondo l’Ufficio studi della CGIA, nel 2024 la platea italiana delle partite Iva in capo alle donne raggiunge 1.621.800 unità, il 16% delle donne occupate, il più elevato della UE a 27. Seguono Francia (1.531.700), Germania (222.300) e Spagna (1.136.000).
È un record importante, che però non cancella il primato negativo riconducibile al nostro tasso di occupazione femminile, che rimane ancora il più basso in tutta la UE.

Il settore più “rosa” è il commercio

In Italia il 71% delle imprese guidate da donne riguarda i servizi/commercio.
Il settore con il maggior numero di aziende capitanate da una imprenditrice è il commercio, con 288.411 attività.
Seguono l’agricoltura (186.781), altri servizi (136.173), e alloggio/ristorazione (120.744).

Il basso tasso di occupazione femminile è principalmente attribuibile all’elevato carico di lavoro domestico. L’imprenditoria femminile potrebbe rappresentare una chiave per incrementare l’occupazione. Infatti, le donne che fanno impresa tendono ad assumere altre donne in misura significativamente maggiore rispetto ai loro colleghi maschi.

Autoimpiego: uno strumento efficace per riconquistare autonomia professionale

Sono almeno due fattori che motivano le donne a intraprendere un percorso imprenditoriale. Il primo è correlato alla condizione socio-economica: situazioni di disoccupazione, tradizioni familiari o la presenza di incentivi economici inducono a considerare l’imprenditorialità come necessità.

Il secondo fattore è motivazionale, e concerne ragioni intrinseche che spingono le donne ad abbracciare tale opportunità.Grazie all’autoimprenditorialità, le donne possono gestire con maggiore flessibilità gli impegni lavorativi con quelli familiari.
L’autoimpiego si è affermato come uno degli strumenti più efficaci per riconquistare protagonismo nella propria vita professionale e realizzare obiettivi e aspirazioni per ottenere risultati economici gratificanti e maggiore indipendenza.

Al Sud oltre il 24% delle imprese è guidato da donne

Analizzando la distribuzione geografia delle imprese guidate da donne, la ripartizione con il numero più alto risulta il Mezzogiorno, che al 30 settembre di quest’anno, ne conta 415.242.
Seguono il Nord-Ovest, con 280.121, il Centro, con 245.165 e il Nord Est, con 209.602. Se, invece, si calcola l’incidenza delle imprese femminili sul totale imprese è sempre il Sud a segnare la quota più elevata, il 24,3%.

A livello regionale, il più alto numero di attività guidate da donne è in Lombardia, con 162.190 aziende. Seguono la Campania, con 119.137 e il Lazio, con 112.200. Misurando onvece l’incidenza delle imprese femminili sul totale aziende, il dato più elevato è riconducibile al Molise, con il 27,7%.
Seguono la Basilicata, con il 27,3%, l’Abruzzo, con il 25,9% e l’Umbria, con il 25,3%.

Natale 2025: quanto ci costerà davvero?

Ogni anno ci ripromettiamo di non esagerare, e puntualmente ci ritroviamo a fare i conti con liste infinite e salvadanai svuotati. Stavolta, però, il quadro è chiaro fin da subito: per i regali di Natale spenderemo un po’ meno.

Secondo l’indagine che Facile.it ha commissionato a EMG Different, la media per persona sarà intorno ai 204 euro. In totale, gli italiani muoveranno circa 8,7 miliardi di euro. Una cifra importante, certo, ma comunque in calo.

Un Natale più “misurato”

Rispetto al 2024, il budget complessivo scende di quasi il 20%. Non è difficile capire perché: tre milioni di italiani hanno dichiarato che ridurranno la spesa per i doni, schiacciati da bollette, affitti e aumenti vari che non lasciano molto margine. E allora si tirano le somme, si taglia qualcosa qua e là, e si cerca di salvare comunque lo spirito delle feste.

Una parte dei regali, però, arriverà grazie ai pagamenti a rate o ai prestiti personali. Un’analisi mUp Research per Facile.it stima che il 18% dei doni sarà acquistato proprio con queste formule, dal classico finanziamento al “Buy Now Pay Later”, ormai sempre più diffuso.

Chi apre il portafogli

Ci sono poi differenze interessanti tra le varie fasce della popolazione. Le donne, ad esempio, spendono un po’ più degli uomini: circa 208 euro a testa, un piccolo scarto ma comunque significativo. E gli over 65 si confermano i più generosi, con un budget medio di 281 euro ciascuno, ben sopra la media nazionale.

Nord e Sud: due modi diversi di vivere le feste

Anche la geografia fa la sua parte. Nel Nord Ovest, infatti, si spenderà circa il 20% in più rispetto al resto del Paese. Al contrario, nelle regioni del Sud e nelle Isole la media si fermerà attorno ai 177 euro a persona. Una fotografia che riflette, ancora una volta, le diverse condizioni economiche del Paese.

Non solo regali: il lungo conto del Natale

E poi c’è tutto il resto. Secondo il rapporto Facile.it – Consumerismo No Profit, le spese che preoccupano di più non sono nemmeno quelle dei regali, ma quelle legate alla tavola. Analizzando i dati Istat, emerge che dal 2021 al 2025 i prezzi degli alimenti sono cresciuti di circa il 25%. Latte, formaggi, uova, pane, cereali: praticamente tutto costa di più. Il risultato? Pranzi e cenoni vanno pensati con attenzione.

E persino decorare la casa può costare di più: lo scorso anno gli addobbi natalizi hanno registrato un aumento medio del 16%, e quest’anno non sembra destinato a invertire la rotta.

Invecchiamento della popolazione: una pressione sui sistemi pensionistici globali

Entro il 2050 ogni 100 persone di età compresa tra 20 e 64 anni ci saranno 52 persone di 65 anni o più. Oggi sono 33, nel 2000 erano 22.
L’aumento previsto entro il 2050 dal report “Pensions at a Glance 2025” dell’OCSE è particolarmente forte in Corea, di 50 punti, e di oltre 25 punti in Grecia, Italia, Polonia, Repubblica Slovacca e Spagna.

“Con una popolazione in età lavorativa destinata a diminuire del 13% nei prossimi 40 anni e un Pil pro capite che dovrebbe ridursi del 14% entro il 2060, i Paesi dovranno affrontare pressioni al ribasso sulle entrate, mentre la spesa legata all’invecchiamento aumenta”, afferma Mathias Cormann, Segretario Generale OCSE.

Di quanto saliranno le future età pensionabili?

Per uomini e donne che sono andati in pensione nel 2024 l’età pensionabile normale aumenterà da 64,7 e 63,9 anni a, rispettivamente, 66,4 e 65,9 anni per chi nel 2024 ha iniziato la carriera.
Le future età pensionabili normali andranno dai 62 anni in Colombia (per gli uomini), Lussemburgo e Slovenia, ai 70 anni o più in Danimarca, Estonia, Italia, Paesi Bassi e Svezia.

In media nei Paesi OCSE, i lavoratori a salario medio che iniziano oggi la loro carriera riceveranno una pensione netta pari al 63% del salario netto.
Il tasso di sostituzione netto futuro per i lavoratori che guadagnano la metà del salario medio è più elevato, pari in media al 76%.

Divario pensionistico di genere

Nonostante un calo di 5 punti percentuali rispetto al 28% del 2007, oggi in media nei Paesi OCSE le donne ricevono pensioni mensili inferiori del 23% rispetto agli uomini.

Le differenze di reddito complessivo lungo la vita, dovute a differenze nell’occupazione, nelle ore lavorate e nei salari orari, sono stimate in media al 35% e costituiscono il principale fattore del divario. Anche una distribuzione diseguale del lavoro non retribuito ha conseguenze rilevanti.
I Paesi dovranno quindi adottare una strategia globale che includa politiche del mercato del lavoro, della famiglia e delle pensioni per ridurre questo divario pensionistico di genere.

Eliminare l’accesso anticipato alle pensioni per le donne

Le priorità politiche per i Paesi che intendono valorizzare il potenziale inutilizzato della forza lavoro femminile, e ridurre i divari di genere nel mercato del lavoro e nelle pensioni, includono servizi di assistenza all’infanzia più accessibili, minori disincentivi al lavoro nel sistema fiscale e dei sussidi, garanzia di pari opportunità nei ruoli di leadership.

Anche eliminare l’accesso anticipato alle pensioni per le donne, laddove previsto, contribuirebbe a ridurre questo divario.
È inoltre fondamentale proteggere il tenore di vita dei superstiti dopo la morte del partner. Nei regimi obbligatori basati sui contributi le pensioni ai superstiti riducono di circa un terzo il divario pensionistico di genere, poiché le donne rappresentano in media l’88% dei beneficiari.

Natale: quest’anno lo shopping è iniziato in anticipo

Quest’anno il Natale sembra iniziare prima. Nessuno ha voglia di correre fra gli scaffali all’ultimo minuto. Fatto sta che più di 6 milioni di italiani hanno già iniziato a comprare i regali. Lo rivela una ricerca di mUp Research per Facile.it, che racconta un Paese con la lista dei doni già aperta e la carta di credito pronta.

Tra questi “anticipatori”, circa il 10% ha scelto di farsi aiutare da un prestito. Un segnale che, se da un lato non stupisce vista la mole di spese festive, dall’altro ricorda quanto dicembre possa pesare sui conti familiari.

Contante, smartphone o rate?

Le abitudini di pagamento sono un piccolo mondo da osservare. Da una parte resistono i tradizionalisti: quasi 3 milioni di persone, il 47% del campione, hanno pagato in contanti. È un numero che racconta più delle statistiche: la mano che fruga nel portafoglio, la sensazione di avere il controllo diretto su ciò che si spende.

Dall’altra ci sono i più “smart”: un italiano su cinque ha usato un’app per completare gli acquisti. E poi c’è chi ha approfittato del famoso “compra adesso, paga un po’ alla volta”: circa l’8% ha scelto formule senza interessi che ormai vediamo ovunque, dalle grandi catene ai piccoli e-commerce.
Infine, il credito vero e proprio: 800mila persone hanno chiesto un finanziamento o un prestito personale per affrontare le spese natalizie con meno ansia.

Quanti regali metteremo sotto l’albero?

Secondo l’indagine, in media gli italiani prevedono di acquistare sette regali. Non una valanga, ma nemmeno pochi. Le donne, in particolare, ne faranno circa il 20% in più degli uomini—un equilibrio familiare che molti conoscono bene.

Un dato curioso? Circa 800mila persone dicono di voler comprare più di 20 regali. Venti. Oltre. Gente che dev’essere nata con la carta regalo in mano.

Perché così presto?

La motivazione principale, dichiarata dal 48% degli intervistati, è semplice: risparmiare qualcosa sfruttando sconti e offerte. Gli esperti di Facile.it ricordano che distribuire le spese su più mesi aiuta a non farle esplodere tutte insieme a dicembre, quando sembra che ogni uscita pesi il doppio.

C’è però chi non può anticipare nulla: 5,5 milioni di italiani aspettano la tredicesima per iniziare lo shopping, un’abitudine particolarmente diffusa tra gli over 65.
E sì, non parliamo solo di regali: più di 5 milioni hanno già iniziato a fare scorte anche per la tavola delle feste. D’altronde, lo sappiamo tutti… chi parte per tempo, arriva più sereno al cenone.

Eco-ansia: giovani preoccupati per l’ambiente. Eppure non sanno smaltire i rifiuti

Emerge dall’indagine condotta da Skuola.net in collaborazione con COREPLA, il Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica: quasi tre giovani su quattro (74%) si dicono preoccupati per la dispersione delle plastiche nell’ambiente, e un ulteriore 21%, pur non allarmato ai massimi livelli, riconosce la necessità di impegnarsi per limitare il fenomeno. Tuttavia, il passaggio dalla teoria alla pratica resta complesso.

Di fatto, solo il 5% dei giovani tra 16 e 34 anni pare immune dalla ‘eco-ansia’ nei confronti di polimeri e affini, ma quando si parla di conoscenza delle regole base del riciclo le certezze vacillano.

Ampia diffusione di azioni virtuose

Il 20% dice di non avere informazioni sufficienti per differenziare correttamente, e il 55% è ‘solo parzialmente sicuro’ delle proprie scelte.
In ogni caso, la consapevolezza che il problema esista c’è, e si traduce in un’ampia diffusione di approcci virtuosi.
Il 90% dei giovani effettua spesso o sempre la raccolta differenziata e circa la metà presta attenzione alla sostenibilità del packaging quando fa acquisti.

Quanto alle plastiche, la maggioranza sembra avere interiorizzato alcune regole fondamentali. Il 70% sa che bottiglie e flaconi vanno svuotati, schiacciati e conferiti nella plastica, mentre l’80% è consapevole che prima di buttare un vasetto di yogurt nella plastica bisogna togliere la linguetta.

Polistirolo: lo butto o no nella plastica?

Tuttavia, solo il 39% sa che il polistirolo deve essere gettato nel bidone della plastica, mentre il 40% lo smaltisce nell’indifferenziato.
Ancora più alto è il tasso di errore se si tratta di giocattoli in plastica: solamente il 35% ritiene di doverli buttare nella raccolta generica, mentre per le confezioni multistrato o con etichette composte da materiali diversi oltre 4 su 10 ammettono di andare in confusione quando arriva il momento di smaltire.

Per fortuna, curiosità e voglia di saperne di più non mancano. L’80% dei giovani si informa autonomamente su ambiente e riciclo, soprattutto su social network (24%), siti web/portali di informazione (18%), scuola e università (14%) e famiglia (12%). Si ritagliano una quota di audience anche gli influencer specializzati in tematiche ambientali (7%).

Cresce la richiesta di informazioni solide e continuative

Sono numeri che confermano come i canali digitali rappresentino il principale strumento di aggiornamento per le nuove generazioni. Ma anche quanto il rischio di imprecisioni o informazioni incomplete resti alto.

Forse anche per questo cresce la richiesta di una formazione più solida e continuativa. Oltre un quinto dei giovani intervistati (22%) considera la scuola il luogo ideale per imparare a proteggere l’ambiente, più di campagne online (17%) o iniziative promosse da radio e tv (16%).
Da qui l’importanza di continuare con progetti di sensibilizzazione, a scuola e nei luoghi di aggregazione online, per consolidare la transizione verso una cittadinanza più sostenibile e responsabile.

Mezzogiorno più dinamico del Nord: cresce più velocemente di una volta e mezzo

La novità del panorama economico italiano arriva dal Mezzogiorno, che mette il turbo e sorpassa in crescita le regioni del Nord. Lo rivelano i dati contenuti nell’analisi del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere, basato sui dati di contabilità nazionale aggiornati dall’Istat a settembre.

Cosa ne emerge? Che nel 2024 il valore aggiunto prodotto nel Sud Italia è cresciuto a un ritmo una volta e mezzo superiore rispetto al Settentrione: +2,89% contro l’1,77% del Nord e il 2,14% della media nazionale.

L’agricoltura fa da traino

La crescita è differenze a seconda dei settori. Il comparto più dinamico è sicuramente quello legato alla terra: l’agricoltura registra un aumento a due cifre (+10,25%), anche se continua a rappresentare una quota minima dell’economia nazionale, pari al 2,23% del valore complessivo prodotto.

Notizie meno incoraggiano arrivano invece dalla manifattura, che segna un calo del 4,10% e che pesa per circa un quinto sul totale del valore aggiunto italiano. Ma quali sono le regioni più dinamiche? Innanzitutto la Sardegna (+3,74%),seguita da Puglia (+3,13%) e Calabria (+3,12%), a conferma di un Sud che, pur con difficoltà strutturali, mostra una notevole capacità di ripresa.

Viterbo la scattista d’Italia

Ci sono elementi interessanti che riguardano l’andamento delle singole province. Tra queste, spicca sicuramente Viterbo, che conquista il primato nazionale con un incremento del 4,85% del valore aggiunto, seguita da Imperia (+4,29%) e Foggia (+4,22%).

Questi dati indicano che la crescita non è più confinata solo ai grandi poli industriali, ma coinvolge anche aree considerate fino ad oggi marginali nello sviluppo economico.

Milano resta regina della ricchezza

Quando si passa dal ritmo di crescita alla ricchezza pro capite, lo scenario si ribalta. Il Nord continua a dominare con 40.158 euro per abitante, quasi il doppio del Mezzogiorno, fermo a 22.353 euro.

A guidare la classifica è Milano, dove il valore aggiunto per persona raggiunge 65.721 euro, quasi il doppio della media nazionale (33.348 euro). Un livello che, nel contesto europeo, è superato solo da una ventina di province dell’Unione, di cui oltre metà in Germania.

Unioncamere: “Serve una vera politica industriale”

Secondo il presidente di Unioncamere, Andrea Prete, i dati raccontano un’Italia a due velocità: “Il Sud mostra segnali di vitalità e rompe alcuni stereotipi, ma il divario con il Nord resta ampio”.

Prete avverte anche sui rischi legati al rallentamento della manifattura e ai dazi internazionali, sottolineando l’urgenza di “una politica industriale capace di valorizzare le specificità territoriali e di ridurre i costi energetici che penalizzano la competitività del Paese”.

Smartphone: non più semplice strumento tecnologico ma oggetto identitario

Altro che dispositivo per comunicare. Lo smartphone è diventato un vero e proprio oggetto identitario.
Gli italiani descrivono la “relazione” col proprio cellulare come qualcosa che va oltre l’uso quotidiano: un legame emotivo che riguarda chi siamo e come viviamo.
In pratica, lo smartphone sembra essere diventato un vero e proprio compagno di vita, o una specie di “seconda pelle” che custodisce i ricordi più intimi e preziosi. Una presenza discreta ma costante, a cui molti dedicano cure e attenzioni, proprio come si farebbe con una persona cara o un oggetto di valore.

Secondo una ricerca di Swappie, in collaborazione con SWG, il 70% degli intervistati considera lo smartphone un alleato per combattere la noia e intrattenersi, scoprire cose nuove e rilassarsi. E per il 56% è un mezzo di conforto per affrontare momenti di solitudine.

Scrigno digitale dove custodire frammenti di vita

Questa relazione si riflette anche nei comportamenti quotidiani. Il 71% lo porta con sé da una stanza all’altra, il 45% lo pulisce prima di appoggiarlo e il 34% prova un senso di sicurezza semplicemente avendolo sott’occhio. 
Ma lo smartphone diventa anche un rifugio sicuro, un luogo dove poter archiviare ricordi, emozioni e tappe significative della vita.

Per circa 1 italiano su 2 episodi importanti come viaggi, relazioni, sfide personali o momenti di crescita sono legati al dispositivo posseduto in quel periodo.
Il legame è particolarmente forte tra i più giovani (18-34 anni), che lo considerano un vero e proprio scrigno digitale dove custodire frammenti di vita.

Che malinconia doverlo cambiare

Anche l’idea di separarsi da un vecchio telefono non è semplice. Solo 2 italiani su 5 riescono a passare da un dispositivo all’altro con disinvoltura, mentre il 27% teme di perdere qualcosa di importante, il 13% vive il cambio con malinconia, e il 21% vive il momento del cambio come un gesto simbolico, legato a una svolta o a un nuovo inizio.

Anche per questo, sono quasi 8 su 10 gli italiani che conservano i vecchi telefoni nei cassetti, un’abitudine motivata da ragioni pratiche (precauzione o sicurezza dei dati), ma anche da un senso di attaccamento emotivo. Per molti, infatti, “lasciare andare” un vecchio smartphone è un gesto quasi intimo. E il 49% degli intervistati prova disagio a vedere il proprio vecchio telefono nelle mani di qualcun altro. 

e-waste, emergenza sottovalutata

Quando arriva il momento di vendere o donare il proprio dispositivo la fiducia diventa un aspetto fondamentale. Il 60% degli italiani cerca un interlocutore affidabile, in grado di tutelare la privacy e il legame affettivo con il dispositivo che si è creato nel tempo.

Accanto all’aspetto emotivo, cresce anche l’attenzione verso l’impatto ambientale della tecnologia. Il 73% è consapevole dell’importanza di contrastare gli effetti di uno scorretto smaltimento dei rifiuti elettronici. Tuttavia, solo 1 intervistato su 4 afferma di aver davvero a cuore la questione. L’e-waste è percepito come un’emergenza seria ma ancora sottovalutata, soprattutto dagli over55.