La rinascita economica del Sud Italia: infrastrutture, capitale umano e il ruolo degli investimenti

Il Mezzogiorno torna al centro del dibattito economico italiano: non più soltanto un problema di divario rispetto al Nord, ma un’occasione strategica per sostenere la crescita nazionale. Negli ultimi anni si sono affacciate dinamiche che combinano fondi europei, investimenti pubblici e iniziative private, offrendo un contesto favorevole per ripensare sviluppo territoriale, mercato del lavoro e modernizzazione infrastrutturale.

Contesto: il divario Nord-Sud rimane una delle sfide più persistenti per l’economia italiana. Indicatori come il Pil pro capite, la produttività e il tasso di occupazione evidenziano ancora gap significativi. Tuttavia, l’arrivo dei programmi europei e la riorganizzazione delle priorità politiche nazionali hanno creato impulsi nuovi: PNRR, fondi di coesione e interventi mirati su digitalizzazione ed energie rinnovabili possono essere catalizzatori di cambiamento se accompagnati da governance efficace e capitale umano adeguato.

Analisi con dati ed esempi

1) Investimenti infrastrutturali. La modernizzazione delle reti di trasporto e logistica è centrale. Progetti ferroviari, portuali e stradali in regioni come Puglia, Campania e Sicilia stanno ricevendo risorse significative. Migliorare i collegamenti interni e con il resto d’Europa aumenta la competitività delle filiere locali e riduce i costi logistici per le imprese, favorendo esportazioni e incoming turistico.

2) Transizione energetica. Il Sud ha un potenziale elevato per le rinnovabili: solare, eolico e progetti di idrogeno verde sono più efficienti in termini di esposizione solare e spazi disponibili. Ciò crea opportunità per nuove filiere industriali e per la reindustrializzazione di aree tradizionalmente orientate all’agricoltura o alla manifattura poco specializzata. Aziende locali stanno sperimentando micro-grid e progetti pilota che riducono la dipendenza energetica e creano posti di lavoro qualificati.

3) Capitale umano e imprenditorialità. Un elemento cruciale è la capacità dei territori di attrarre e trattenere talenti. Università, centri di ricerca e incubatori iniziano a collaborare con PMI e start-up per favorire trasferimento tecnologico. Esempi virtuosi emergono da startup che sviluppano soluzioni agrotech per la filiera olivicola, o piattaforme digitali che mettono in rete produttori locali e mercati internazionali. Queste iniziative, pur ancora limitate, dimostrano che l’ecosistema imprenditoriale può creare valore aggiunto e lavoro stabile.

4) Ripensare la pubblica amministrazione e governance dei progetti. Molti investimenti rimangono inefficaci se la governance locale non è trasparente e efficiente. Digitalizzazione della PA, semplificazione dei processi autorizzativi e capacità di progettazione sono fattori decisivi. Alcune regioni hanno messo in campo uffici di project management che accelerano l’attuazione dei fondi europei, riducendo ritardi e dispersioni.

Implicazioni future

Se le attuali opportunità vengono gestite con visione strategica, il Sud potrebbe diventare un motore complementare alla crescita italiana piuttosto che un costo da sostenere. Tre linee di azione appaiono cruciali:

– Consolidare investimenti produttivi e infrastrutturali con politiche industriali di medio-lungo periodo. È necessario evitare interventi episodici e puntare su filiere che generino valore duraturo: agroalimentare avanzato, manifattura specializzata, green economy.

– Rafforzare capitale umano tramite formazione tecnica e digitale, politiche di attrazione per ricercatori e imprenditori, e misure per facilitare l’avvio e la crescita di imprese locali. L’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro deve passare da percorsi formativi integrati con il mondo produttivo.

– Migliorare governance, trasparenza e capacità amministrativa. L’efficacia degli investimenti dipende dalla qualità della loro gestione: professionalizzazione degli enti locali, digitalizzazione e cooperazione tra istituzioni e attori privati sono condizioni necessarie per tradurre risorse in risultati concreti.

Conclusione: il rilancio del Sud non è un obiettivo isolato, ma una leva per ristabilire un sentiero di crescita sostenibile per l’intero paese. Le opportunità ci sono: fondi, tecnologia e domanda internazionale. La sfida sarà trasformare queste risorse in progetti che creino lavoro qualificato, aumentino la produttività e riducano le disuguaglianze territoriali. Il tempo per agire è ora, con scelte pragmatiche e una visione di lungo periodo.

Decoupling e ristrutturazione delle catene globali: come cambia il commercio internazionale e cosa significa per l’Italia

Negli ultimi anni il commercio internazionale ha affrontato una fase di profonda trasformazione: dalla pandemia alle tensioni geopolitiche, passando per l’inflazione e la transizione tecnologica, le imprese e i governi stanno ripensando l’organizzazione delle supply chain. Questo articolo analizza il fenomeno del «decoupling» — il progressivo ridimensionamento dell’integrazione economica tra blocchi geopolitici — e le strategie correlate come reshoring e nearshoring, mettendo in luce dati, esempi concreti e le implicazioni per l’economia italiana.

Introduzione — contesto
Il concetto di decoupling indica un rallentamento o una parziale separazione delle relazioni economiche tra grandi aree, in particolare tra Stati Uniti e Cina. Questa tendenza non è netta e totale: si manifesta piuttosto in settori sensibili — semiconduttori, tecnologie avanzate, difesa — dove preoccupazioni di sicurezza e politiche industriali guidano nuove regole del gioco. Parallelamente, aziende multinazionali stanno valutando reshoring (riportare produzioni in patria) o nearshoring (trasferire attività vicino ai mercati finali) per ridurre rischi logistici e costi inattesi.

Analisi con dati ed esempi
Più che un unico trend, assistiamo a una pluralità di risposte. Negli Stati Uniti, la politica industriale con misure come il CHIPS Act ha incentivato investimenti locali nei semiconduttori; in Europa, il regolatore e i finanziamenti pubblici puntano a rafforzare l’autonomia strategica in tecnologie critiche. Secondo stime diffuse nel biennio recente, la quota degli investimenti stranieri diretti concentrati in attività ad alto contenuto tecnologico è cresciuta, con una preferenza per localizzazioni vicine o interne ai blocchi economici per mitigare rischi geopolitici e logistici.

Esempi pratici: grandi gruppi del settore automotive hanno accelerato piani di produzione vicino ai mercati finali per contenere i tempi di consegna e i costi di trasporto. Aziende del settore moda e beni di consumo hanno sperimentato strategie ibride: una parte della produzione rimane in paesi a basso costo, mentre articoli a maggior contenuto tecnologico o a ciclo di vita breve vengono delocalizzati più vicini al consumatore europeo. Infine, l’industria dei chip è un caso paradigmatico: mentre fabbriche in Asia restano essenziali, nuovi impianti sono stati annunciati in Europa e USA con ingenti incentivi pubblici.

Quali sono i numeri rilevanti per l’Italia? Il nostro Paese resta profondamente integrato nelle catene europee, con esportazioni manifatturiere che pesano notevolmente sul PIL. Secondo indicatori recenti, una quota importante delle PMI italiane è parte di reti di fornitura continentali: qualsiasi riallocazione produttiva a livello europeo può avere effetti diretti su ordini, subforniture e investimenti. Inoltre, l’Italia è ben posizionata in settori di nicchia ad alto valore aggiunto — macchinari, componentistica industriale, moda di fascia alta — dove la prossimità al mercato e la qualità sono più importanti del costo del lavoro.

Implicazioni future
Per le imprese italiane le scelte strategiche dovranno bilanciare resilienza, competitività e sostenibilità. Alcune implicazioni pratiche:

– Diversificazione dei fornitori: ridurre la dipendenza da singoli paesi o fornitori critici, adottando una strategia multilocale che unisca Asia, Europa e, dove utile, Nord Africa o Balcani come opzioni di nearshoring.

– Investimenti in automazione e competenze: reshoring è sostenibile se accompagnato da digitalizzazione e automazione per contenere i costi. Per PMI italiane questo significa formazione, investimenti in Industria 4.0 e collaborazione con poli tecnologici.

– Ruolo delle politiche pubbliche: incentivi mirati, strumenti finanziari e politiche formative sono essenziali per attrarre investimenti e sostenere la transizione industriale. L’Unione Europea e i governi nazionali possono rendere più efficace il processo con misure che favoriscano R&S e infrastrutture logistiche.

– Opportunità nei distretti produttivi: i tradizionali distretti italiani possono sfruttare la domanda di produzioni specializzate e personalizzate, rafforzando la filiera locale e promuovendo ecosistemi di fornitori integrati.

In sintesi, il decoupling non è sinonimo di isolamento: è una ridefinizione delle regole e delle priorità. Per l’Italia si aprono rischi e opportunità. Le imprese che sapranno combinare la vicinanza al mercato con capacità tecnologiche e flessibilità organizzativa avranno un vantaggio competitivo. I decisori pubblici, dal canto loro, devono creare condizioni che favoriscano investimenti di qualità, formazione e infrastrutture, per non perdere terreno in una fase di riorganizzazione globale del commercio.

Dal garage alla città: il caso di scale-up che ha rivoluzionato il last‑mile in Italia

Negli ultimi cinque anni la logistica urbana in Italia ha cambiato volto: dal caos delle consegne fumose nelle vie del centro alle flotte elettriche silenziose che attraversano le città. Questo articolo analizza il caso di LumaLog, una start‑up italiana (caso studio ricostruito con dati e metriche rappresentative) che ha trasformato il last‑mile per le piccole e medie imprese, offrendo una finestra utile per imprenditori, investitori e policy‑maker.

Introduzione e contesto: la pressione sulla last‑mile

La crescita dell’e‑commerce e la domanda di consegne rapide hanno posto le città italiane davanti a una sfida: come garantire servizi veloci e sostenibili senza saturare il tessuto urbano? LumaLog è nata nel 2018 con l’obiettivo esplicito di servire le PMI e i negozi locali, settore spesso trascurato dalle grandi piattaforme. Partita da un piccolo team di tre fondatori, la start‑up ha sviluppato una piattaforma che integra ottimizzazione dei percorsi, prenotazione in tempo reale per i consumatori e gestione flessibile delle flotte con veicoli elettrici e cargo‑bike.

Analisi: modello di business, metriche e strumenti

Il nucleo del modello di LumaLog è la combinazione di tecnologia SaaS per i merchant e un servizio operativo di consegna. Sul fronte software, la piattaforma calcola rotte dinamiche in base a traffico, priorità e finestre di consegna; sul fronte operativo, LumaLog gestisce hub urbani modulari e una rete di micro‑magazzini distribuiti. Tra le metriche più significative dopo quattro anni di attività: tasso di penetrazione tra PMI locali del 22% nelle città target, tempo medio di consegna ridotto del 30% rispetto ai provider tradizionali e costi di last‑mile inferiori del 18% per ordine.

Un elemento cruciale è stato il pricing: LumaLog ha adottato un modello a abbonamento mensile per i negozi che includeva un numero predeterminato di corse e accesso alla dashboard analytics. Questo ha stabilizzato il flusso di ricavi ricorrenti e permesso di offrire tariffe competitive al consumatore finale. Dal punto di vista operativo, i micro‑hub hanno abbattuto i chilometri percorsi e incentivato l’uso di cargo‑bike per le consegne sotto i 3 km, con un impatto immediato sulla riduzione delle emissioni locali.

Esempi concreti

Un case concreto: una catena di pasticcerie artigianali in Milano ha integrato la piattaforma nel 2020. Prima di LumaLog, la catena subiva ritardi e costi elevati nelle consegne dei prodotti freschi. Dopo sei mesi, la catena ha registrato un aumento del fatturato da consegne del 45% grazie a finestre di consegna più affidabili e alla visibilità offerta dalla piattaforma. Un altro esempio riguarda una farmacia in centro storico che ha ridotto i resi per mancata consegna del 60% grazie alla tracciatura in tempo reale e alle possibilità di riprogrammare il drop‑off in giornata.

Finanziamenti e scala

LumaLog ha attratto capitali in due round principali: un seed che ha permesso il lancio pilota in due città e un Series A mirato all’espansione in 25 città italiane e alla costruzione della rete di micro‑hub. L’investimento è stato usato per tecnologia, marketing locale e l’acquisto di veicoli elettrici. La leva degli incentivi locali per la transizione ecologica ha accelerato l’adozione nei comuni più attenti alla qualità ambientale.

Implicazioni future: cosa significa per l’ecosistema italiano

Il percorso di LumaLog offre quattro lezioni replicabili. Primo, la focalizzazione su un segmento specifico (PMI e commerci locali) può essere più scalabile e sostenibile rispetto alla competizione frontale con player internazionali. Secondo, l’integrazione di software e operazioni consente margini migliori e controllo della qualità del servizio. Terzo, la sinergia con politiche pubbliche (strisce per cargo‑bike, incentivi alla mobilità elettrica, hub logistici urbani) è fondamentale per scalare in modo sostenibile. Quarto, la misurazione dei risultati — riduzione dei tempi, costi e emissioni — è il principale argomento di vendita verso amministrazioni comunali e grandi retailer.

Guardando avanti, la sfida sarà replicare il modello su scala nazionale e internazionale mantenendo la prossimità ai retailer locali. L’uso di API aperte e partnership con software di cassa e marketplace potrà ampliare la leva commerciale; allo stesso tempo, l’automazione dei magazzini urbani e l’adozione di veicoli a basso impatto energetico saranno fattori chiave per contenere i costi operativi.

Conclusione

Il caso di LumaLog mostra che innovazione tecnologica e attenzione al tessuto economico locale possono creare valore reale: ridurre tempi e costi per i negozi, migliorare il servizio per i clienti e diminuire l’impatto ambientale. Per l’ecosistema italiano delle start‑up, l’esperienza sottolinea che soluzioni verticali, sostenibili e collaborazioni pubblico‑private rappresentano la via più concreta verso una logistica urbana efficiente e competitiva.

Transizione energetica e produttività: come il PNRR sta rimodellando le imprese italiane

Negli ultimi due anni la spinta verso la transizione energetica è diventata uno degli elementi centrali del rilancio dell’economia italiana. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), insieme a misure nazionali e incentivi europei, ha generato opportunità significative per le imprese, soprattutto per le piccole e medie imprese (PMI) che compongono il tessuto produttivo del Paese. Ma la reale sfida è trasformare gli investimenti in effettivi aumenti di produttività e competitività.

Contesto: l’Italia ha ricevuto risorse importanti dal NextGenerationEU e il PNRR italiano mobilita risorse pubbliche per rilanciare infrastrutture, digitalizzazione e transizione verde. Il piano include circa 191,5 miliardi di euro di risorse totali, con una quota rilevante destinata alla green transition e all’innovazione. Questo flusso di capitale arriva in un momento in cui il Paese deve affrontare un gap di produttività rispetto alla media europea: dati OCSE e Eurostat evidenziano ritmi di crescita della produttività inferiori alla media UE nell’ultimo decennio, un problema strutturale che richiede interventi integrati.

Analisi: investimenti, industria e casi pratici

Gli incentivi per l’efficienza energetica, l’installazione di impianti fotovoltaici e l’ammodernamento degli impianti produttivi stanno spingendo molte imprese a rivedere il proprio modello operativo. Le misure di superbonus, ecobonus e i bandi per l’efficienza energetica hanno reso possibile per numerose aziende abbattere i costi energetici e ridurre l’impronta carbonica. In termini pratici, una PMI manifatturiera che sostituisce caldaie obsolete con pompe di calore e installa pannelli solari può ridurre la bolletta energetica del 15-30% nel medio termine, a seconda del mix energetico e degli incentivi usufruiti.

Un altro aspetto rilevante è l’adozione di tecnologie digitali collegate alla transizione energetica: sistemi di energy management, IoT per il monitoraggio dei consumi e piattaforme di manutenzione predittiva. Questi strumenti non solo riducono i costi operativi, ma migliorano anche l’efficienza produttiva e la qualità dei processi. Esempi concreti emergono dai distretti industriali del Nord e del Centro Italia, dove reti di imprese hanno condiviso investimenti in impianti di accumulo e infrastrutture di ricarica per veicoli elettrici, ottenendo economie di scala e maggiore resilienza agli shock dei prezzi energetici.

Tuttavia, il quadro non è omogeneo. Le barriere rimangono: accesso al credito, complessità amministrativa per le autorizzazioni, tempi lunghi per l’esecuzione dei progetti e carenza di competenze specialistiche. Questi fattori rallentano la capacità delle PMI di sfruttare pienamente le opportunità offerte dal PNRR. Inoltre, alcuni settori intensivi in termini energetici devono affrontare costi iniziali elevati per la decarbonizzazione che non sempre sono compensati rapidamente dagli incentivi.

Esempio emblematico: un consorzio di aziende metalmeccaniche in Emilia-Romagna ha ottenuto finanziamenti per convertire forni e processi produttivi con impianti a maggiore efficienza e recupero termico. La riduzione dei consumi ha permesso di migliorare i margini operativi e di reinvestire in formazione tecnica, creando un circuito virtuoso tra sostenibilità e produttività.

Implicazioni future

Nel medio termine la transizione energetica, supportata dal PNRR, può diventare un motore di rilancio per la produttività italiana se accompagnata da politiche coerenti. Tre leve emergono come fondamentali: semplificazione amministrativa per accelerare progetti, strumenti finanziari adeguati per il cofinanziamento degli investimenti privati e programmi di formazione per colmare il gap di competenze tecniche e manageriali.

Se implementate efficacemente, queste azioni possono trasformare investimenti in produttività sostenibile, aumentando la capacità competitiva delle imprese italiane sui mercati internazionali. D’altro canto, l’inerzia istituzionale o l’inefficacia nell’uso delle risorse rischiano di disperdere opportunità e amplificare il divario con altri paesi europei.

In conclusione, la transizione energetica non è soltanto una questione ambientale: è una leva strategica per rilanciare la produttività e la resilienza delle imprese italiane. Il PNRR offre risorse importanti, ma il successo dipenderà dalla capacità delle imprese, delle istituzioni e del sistema finanziario di lavorare in sinergia per tradurre gli investimenti in risultati misurabili e duraturi.

Mercato del lavoro: l’intelligenza artificiale è la competenza più richiesta nel 2026

Il lavoro non è più quello di una volta, e ormai non è neppure quello di ieri. A dirlo, numeri alla mano, è la prima edizione italiana di “Skills on the Rise”, l’analisi pubblicata da LinkedIn e rilanciata da LinkedIn Notizie come riferisce Adnkronos. Il titolo italiano, “Competenze in Crescita 2026”, racconta una trasformazione che non è più teorica: l’intelligenza artificiale è diventata la competenza più richiesta in quattro delle cinque principali funzioni aziendali esaminate.

Vendite, Formazione, Sviluppo Business e Information Technology mettono l’IA al primo posto. Nell’Ingegneria è seconda, ma il segnale non cambia: la tecnologia non è più un reparto, è un linguaggio comune. Michele Pierri, responsabile editoriale di LinkedIn Notizie Italia, parla di un mercato che corre sempre più veloce, spinto da un’onda tecnologica trasversale che obbliga tutti – chi cerca lavoro e chi vuole cambiare strada – a rimettersi in discussione.

Tecnologia sì, ma non basta

Sarebbe un errore pensare che basti saper “parlare con le macchine”. Il report mette in luce un equilibrio nuovo: mentre cresce la domanda di competenze legate all’IA generativa e ai modelli linguistici avanzati, aumentano anche le richieste di abilità profondamente umane.
Comunicazione professionale, ascolto attivo, gestione dei conflitti: in contesti sempre più globali e ibridi, queste qualità diventano decisive. Non è un caso che nelle aree Sales e Business Development l’attenzione si concentri anche su analisi statistica, lettura dei dati e capacità di valutare il ritorno sugli investimenti. L’intelligenza artificiale aiuta, accelera, suggerisce. Ma la responsabilità delle scelte resta umana.

Olga Farreras Casado, career expert di LinkedIn Italia, sottolinea un punto chiave: le carriere non sono più lineari. Contano meno le etichette formali e di più le competenze reali. L’AI literacy, l’alfabetizzazione all’intelligenza artificiale, non è più un affare per soli tecnici ma una base trasversale, quasi una nuova lingua franca del mondo professionale.

Settori diversi, stessa direzione

Entrando nei dettagli, l’Information Technology affianca l’IA a linguaggi di programmazione, gestione dei dati e sicurezza digitale. Nella Formazione crescono progettazione e-learning e competenze interculturali. L’Ingegneria guarda a system architecture e soluzioni SaaS. In ogni ambito, la tecnologia si intreccia con capacità organizzative e visione strategica.

La metodologia utilizzata da LinkedIn si basa sul tasso di acquisizione delle competenze tra i membri e sul loro impatto nelle assunzioni, analizzando il periodo tra dicembre 2024 e novembre 2025. Il risultato è chiaro: il profilo professionale non è più una fotografia statica, ma un cantiere aperto.

Lavoro: a febbraio 2026 le imprese programmano 424mila nuovi contratti

A febbraio le imprese programmano circa 424mila nuove entrate, con una proiezione di 1,4 milioni di contratti nel trimestre febbraio-aprile.
Il comparto dei servizi si conferma il principale motore della domanda di lavoro, con 274mila entrate programmate nel mese (64,7% del totale) e quasi 933mila nel trimestre (66,6%). A creare maggiori opportunità occupazionali sono i servizi di alloggio e ristorazione e turistici (quasi 71mila nel mese, 287mila nel trimestre), seguiti dal commercio (57mila, 183mila).

A livello territoriale, 122mila entrate sono previste nel Sud e isole, 119mila nel Nord-Ovest, 95mila nel Nord-Est, 88mila al Centro.
A delineare questo scenario è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

Gli ingressi per settori produttivi

Rilevante anche il contributo dei servizi alle persone (49mila, 150mila) e dei servizi operativi di supporto alle imprese e alle persone (34mila, 111mila). 
Il settore industriale a febbraio prevede invece circa 123mila ingressi (29% del totale) e 367mila nel trimestre (26,2%). Di questi, il comparto manifatturiero e delle public utilities rappresenta 74mila entrate mensili (17,5%) e 223mila trimestrali (15,9%).

Anche le costruzioni offrono prospettive significative, con 49mila entrate a febbraio (11,5%) e 144mila nel trimestre (10,3%). Seguono le industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (12mila, 37mila). 
Le imprese del settore primario prevedono invece l’attivazione di circa 27mila contratti a febbraio (6,3%) e di quasi 102mila nel trimestre (7,3%).
Le entrate rimangono prevalentemente concentrate nell’agricoltura: coltivazioni ad albero (quasi 10mila nel mese) e coltivazioni di campo (oltre 8mila).

Agli immigrati destinato il 24% delle assunzioni, agli under30 il 29%

In generale, la domanda di lavoro resta sostenuta, ma quasi la metà dei profili richiesti, pari a 197mila unità, risulta di difficile reperimento.
Prevalgono i contratti a tempo determinato (circa 238mila, 56,1% del totale), seguiti dal tempo indeterminato (85mila, 20,1%).

I contratti offerti ai lavoratori immigrati rappresentano il 24% delle entrate programmate, mentre agli under30 le imprese destinano il 29% degli ingressi programmati. Gli under30 sono richiesti prevalentemente nei servizi finanziari e assicurativi (45,9%), servizi ICT (42,9%), turismo (39,9%), media e comunicazione (39,4%) e commercio (38,0%).

Nel Nord-Est difficile da reperire il 51,3% del personale

A febbraio una quota rilevante delle entrate programmate risulta di difficile copertura (46,6%), soprattutto a causa della carenza di candidati (28,7%) e della mancanza di competenze specifiche (14,1%).

Le imprese faticano a trovare soprattutto operai specializzati (64,1% di difficile reperimento) e tecnici (51,1%), tra cui spiccano tecnici della salute (60,9%), ingegneristici (60,6%), della distribuzione (60,1%), gestionali (58,0%) e informatici (53,1%). 
Nel Nord-Est la difficolta di reperimento continua a interessare più di un ingresso su due (51,3%).

SOC e sicurezza: il 67% delle aziende italiane sceglie l’outsourcing

L’outsourcing del Security Operations Center (SOC) consente alle aziende di delegare singole funzioni o l’intero ciclo operativo a un fornitore esterno di fiducia.

Anche in Italia questa tendenza è ormai consolidata. Il 67% delle aziende italiane prevede infatti di esternalizzare parte del proprio SOC, combinando risorse interne con competenze esterne, mentre il 22% è pronto ad adottare un modello completamente SOC-as-a-Service (SOCaaS). 
Solo l’11% prevede di costruire un SOC interamente in-house.
È quanto emerge da una ricerca di Kaspersky. Oggi, la maggior parte delle aziende sceglie di esternalizzare almeno una parte del proprio (SOC), e un numero significativo adotta il modello (SOCaaS). 

In Italia si preferisce mantenere internamente le attività strategiche

L’outsourcing del SOC può includere diversi servizi: progettazione e architettura del SOC, implementazione e manutenzione delle tecnologie, monitoraggio e analisi da parte di analisti di sicurezza esterni, servizi di consulenza/formazione, fornitura completa di SOCaaS.
La maggior parte delle aziende italiane preferisce mantenere internamente le attività strategiche, affidandosi invece a team esterni e tecnologie avanzate per i carichi di lavoro più operativi e altamente tecnici.

Tra le aziende che intendono esternalizzare le funzioni SOC, le attività più frequentemente delegate a fornitori terzi sono installazione/implementazione delle soluzioni (45%), progettazione del SOC (43%) e sviluppo e fornitura di soluzioni (34%).
Quando si rivolgono a specialisti SOC esterni, le aziende mostrano una preferenza per il rafforzamento di ruoli specifici (analisti di seconda linea, 62%, analisti di prima linea, 35%), concentrandosi soprattutto su monitoraggio continuo e risposta alle minacce.

I vantaggi di esternalizzare: protezione H24/7, garanzia di conformità

Il principale fattore che spinge verso l’outsourcing del SOC è la necessità di garantire una protezione continua 24 ore su 24, 7 giorni su 7 (39%), requisito che molti team interni faticano a sostenere autonomamente.

Un altro vantaggio è la riduzione del carico di lavoro per gli specialisti interni della sicurezza IT (38%), a cui si aggiunge l’accesso a soluzioni e tecnologie avanzate (36%) e il supporto esterno per assicurare conformità ai requisiti normativi e standard di settore (28%).
L’ottimizzazione del budget è considerata una priorità “solo” dal 36% delle aziende italiane. A dimostrazione che il valore principale dell’outsourcing del SOC risiede soprattutto nella protezione più efficace, e non esclusivamente nella riduzione dei costi.

Un approccio che consente di ottenere anche maggiore efficienza economica

“La tendenza all’esternalizzazione, totale o parziale, delle funzioni SOC è guidata principalmente dalla necessità di maggiore focalizzazione operativa e agilità strategica – spiega Sergey Soldatov, Head of Security Operations Center di Kaspersky -. Affidando a partner esterni le attività tecniche e di routine, le aziende possono concentrarsi su iniziative ad alto valore, come il processo decisionale strategico e il coordinamento delle risposte alle minacce più sofisticate. Inoltre, questo approccio consente spesso di ottenere significative efficienze economiche, favorendo un’allocazione più efficace delle risorse. In definitiva, questo modello trasforma il SOC in una capacità strategica fondamentale, contribuendo direttamente alla continuità operativa”. 

Imprese: il 2025 chiude con il segno più 

Non sarà stato un anno facile, ma nemmeno uno da archiviare con il solo segno negativo. Il 2025 si chiude con un dato che regala un po’ di fiducia anche per il futuro: il numero delle imprese in Italia torna a crescere in modo più deciso rispetto agli ultimi anni. Il saldo finale è positivo per 56.599 aziende, pari a un +0,96%. Non un exploit, ma comunque un passo avanti, soprattutto se confrontato con il 2024 e il 2023.

Alla fine dell’anno, le imprese registrate nel Paese sono 5.849.524. Un numero che racconta un tessuto produttivo ancora vivo, capace di resistere e, in alcuni casi, di reinventarsi. I dati emergono da Movimprese, l’analisi annuale realizzata da Unioncamere e InfoCamere sui dati del Registro delle imprese delle Camere di commercio.

Meno chiusure, più nuove aperture

Il dato più interessante non è tanto quello delle nuove iscrizioni, rimaste sostanzialmente stabili (323.533, in linea con l’anno precedente), quanto il forte calo delle cessazioni. Le imprese che hanno chiuso i battenti nel 2025 sono state 266.934, il 6,7% in meno rispetto al 2024. Tradotto in parole semplici: meno aziende hanno mollato.

Secondo Andrea Prete, presidente di Unioncamere, è proprio questo il segnale più incoraggiante: una maggiore capacità di tenuta del sistema produttivo, nonostante un contesto economico tutt’altro che semplice.

I servizi in buona salute

Per quanto riguarda i vari settori, quello che appaiono più dinamici sono sicuramente i servizi. Crescono bene le attività finanziarie e assicurative (+5,89%) e il comparto dell’energia (+5,16%). L’edilizia resta salda, con oltre 9.300 imprese in più.

Di contro, i settori più classici mostrano segnali di sofferenza. L’agricoltura lascia sul campo più di 8.000 imprese, la manifattura arretra dello 0,80% e il commercio scende di quasi 10.000 unità. È un processo lento che sta ridisegnando il profilo economico del Paese.

Immobiliare, turismo e finanza spingono la crescita

Nel dettaglio, spiccano le attività immobiliari, che chiudono l’anno con oltre 8.200 imprese in più. Molto vivaci anche i lavori di costruzione specializzati. Il dato più clamoroso arriva però dai servizi finanziari non assicurativi, che crescono di oltre il 18%.

Segnali positivi anche da turismo e alloggio, pubblicità, consulenza gestionale e tecnologia. La produzione di software e la consulenza informatica continuano ad attrarre nuove iniziative.

Le società di capitali aumentano del 3,48%  

La crescita complessiva è trainata quasi esclusivamente dalle società di capitali, aumentate del 3,48%. Le imprese individuali tornano appena sopra lo zero, mentre le società di persone continuano a diminuire. È il segno di un sistema che cambia forma e struttura.

Le buone notizie riguardano tutto il Paese: il Centro ha i dati migliori, seguito da Sud e Isole e dal Nord-Ovest. Il Lazio guida la classifica regionale, mentre Roma, Milano e Siracusa si distinguono a livello provinciale.

Shopping online: una leva per ottimizzare il potere d’acquisto dei consumatori EU

Il prezzo è considerato la priorità assoluta per i consumatori che acquistano nuovi vestiti, offline e online. Gli utenti UE identificano infatti la convenienza e l’accessibilità come le ragioni principali per cui acquistano online. Tanto che se nel 2010 il 53%degli utenti Internet europei ha acquistato beni o servizi online, nel 2024 la quota sale al 77%- 

Il successo dell’e-commerce si deve quindi soprattutto al risparmio, di tempo e denaro- In particolare, lo shopping online di abbigliamento consente ai consumatori di ottimizzare il proprio potere d’acquisto.
Emerge dalla ricerca dal titolo Value of e-commerce for EU consumers, condotta da Copenhagen economics per Shein.

La sensibilità al prezzo non è prerogativa di chi ha redditi bassi

La ricerca di Shein evidenzia che la sensibilità al prezzo non è solo una necessità per chi ha redditi bassi, pari al 56% del campione, ma una scelta consapevole, anche per le fasce di reddito medio e medio-alto (44%).

La ricerca sottolinea, inoltre, come l’attenzione al prezzo rappresenti una tendenza inter-generazionale, con i giovani che rappresentano solo il 27% del campione, mentre il 73% appartiene a fasce d’età mature, dimostrando che non si tratta di un comportamento esclusivamente giovanile, ma di una priorità diffusa tra i consumatori italiani, indipendentemente dall’età.
Le famiglie che scelgono di acquistare sulle piattaforme di e-commerce risparmiano in media circa il 13% della spesa mensile per abbigliamento e calzature.

Un potenziale risparmio di 1,7 miliardi per gli utenti italiani

A livello aggregato, questo si traduce in un potenziale risparmio annuo di 1,7 miliardi di euro per i consumatori italiani e 22 miliardi di euro nell’intera Unione europea.

“Abbiamo analizzato ciò che i consumatori italiani intervistati apprezzano maggiormente dell’e-commerce -s piega Henrik Ballebye Okholm di Copenhagen economics -. Il prezzo emerge come il fattore più menzionato, in modo trasversale rispetto a reddito ed età, ma lo shopping online risponde anche ad altre esigenze concrete, come una gamma più ampia di stili e taglie, aspetto particolarmente rilevante per le comunità rurali dove l’accesso ai negozi fisici è più limitato”.

Un modello per rispondere rapidamente a preferenze, stili e tendenze

“In Shein – aggiunge Leonard Lin, presidente Shein per l’Emea e global head of public affairs, come riporta Adnkronos – ci impegniamo a rendere la moda accessibile e conveniente per tutti. Il nostro modello on-demand ci consente di rispondere rapidamente alle preferenze dei consumatori, alle tendenze e ai diversi stili. Questo studio conferma ciò che possiamo osservare ogni giorno: i consumatori apprezzano la varietà, la praticità e la convenienza economica. Grazie all’e-commerce e a un approccio guidato dalla domanda, vogliamo contribuire a rendere la moda più inclusiva e accessibile per tutti i consumatori italiani”.

Imprenditrici: nella UE 27 le italiane sono le più numerose

In Italia la crescita delle imprese guidate da donne prosegue anche nei primi 9 mesi del 2025. Sebbene in termini assoluti le donne imprenditrici siano meno della metà degli uomini, la variazione percentuale registrata è più che doppia rispetto al dato riferito all’imprenditoria maschile (+1,1%).

Secondo l’Ufficio studi della CGIA, nel 2024 la platea italiana delle partite Iva in capo alle donne raggiunge 1.621.800 unità, il 16% delle donne occupate, il più elevato della UE a 27. Seguono Francia (1.531.700), Germania (222.300) e Spagna (1.136.000).
È un record importante, che però non cancella il primato negativo riconducibile al nostro tasso di occupazione femminile, che rimane ancora il più basso in tutta la UE.

Il settore più “rosa” è il commercio

In Italia il 71% delle imprese guidate da donne riguarda i servizi/commercio.
Il settore con il maggior numero di aziende capitanate da una imprenditrice è il commercio, con 288.411 attività.
Seguono l’agricoltura (186.781), altri servizi (136.173), e alloggio/ristorazione (120.744).

Il basso tasso di occupazione femminile è principalmente attribuibile all’elevato carico di lavoro domestico. L’imprenditoria femminile potrebbe rappresentare una chiave per incrementare l’occupazione. Infatti, le donne che fanno impresa tendono ad assumere altre donne in misura significativamente maggiore rispetto ai loro colleghi maschi.

Autoimpiego: uno strumento efficace per riconquistare autonomia professionale

Sono almeno due fattori che motivano le donne a intraprendere un percorso imprenditoriale. Il primo è correlato alla condizione socio-economica: situazioni di disoccupazione, tradizioni familiari o la presenza di incentivi economici inducono a considerare l’imprenditorialità come necessità.

Il secondo fattore è motivazionale, e concerne ragioni intrinseche che spingono le donne ad abbracciare tale opportunità.Grazie all’autoimprenditorialità, le donne possono gestire con maggiore flessibilità gli impegni lavorativi con quelli familiari.
L’autoimpiego si è affermato come uno degli strumenti più efficaci per riconquistare protagonismo nella propria vita professionale e realizzare obiettivi e aspirazioni per ottenere risultati economici gratificanti e maggiore indipendenza.

Al Sud oltre il 24% delle imprese è guidato da donne

Analizzando la distribuzione geografia delle imprese guidate da donne, la ripartizione con il numero più alto risulta il Mezzogiorno, che al 30 settembre di quest’anno, ne conta 415.242.
Seguono il Nord-Ovest, con 280.121, il Centro, con 245.165 e il Nord Est, con 209.602. Se, invece, si calcola l’incidenza delle imprese femminili sul totale imprese è sempre il Sud a segnare la quota più elevata, il 24,3%.

A livello regionale, il più alto numero di attività guidate da donne è in Lombardia, con 162.190 aziende. Seguono la Campania, con 119.137 e il Lazio, con 112.200. Misurando onvece l’incidenza delle imprese femminili sul totale aziende, il dato più elevato è riconducibile al Molise, con il 27,7%.
Seguono la Basilicata, con il 27,3%, l’Abruzzo, con il 25,9% e l’Umbria, con il 25,3%.