Bevi bene anche al lavoro grazie ai distributori d’acqua IWM

Se per il tuo ufficio hai scelto di adottare il sistema dei boccioni d’acqua per consentire a tutti i lavoratori di potersi dissetare, molto probabilmente sei costretto a far fronte ad alcuni problemi che questo tipo di erogatori d’acqua comportano. Diciamo innanzitutto che il loro peso è notevole e non è dunque agevole fare rifornimento e portare decine di boccioni al piano desiderato o sistemarle in attesa che vengano utilizzate. Spesso inoltre, l’acqua dei boccioni ha un sapore poco gradevole che rende il dissetarsi meno piacevole di quello che dovrebbe essere. Infine, bisogna considerare i costi e le risorse da impiegare per smaltire correttamente i boccioni stessi dopo l’utilizzo, secondo quanto previsto dalle normative della regione in cui si opera. A questi svantaggi si aggiunge una questione meramente economica considerando che il costo al litro dei boccioni è decisamente molto più elevato rispetto quello che è il costo dell’acqua di rubinetto.

Se riconosci in questa descrizione alcuni problemi legati ai boccioni d’acqua che ti riguardano da vicino, considera che oggi il distributore acqua ufficio commercializzato da IWM è in grado di risolvere i tuoi problemi consentendo a tutti di poter bere con piacere l’acqua del rubinetto. Grazie alla tecnologia ad osmosi inversa infatti, l’acqua sarà perfettamente purificate, per essere successivamente re-mineralizzata e resa dunque ottima sia per quel che riguarda le caratteristiche organolettiche che per quanto riguarda il sapore. In base al gusto dei lavoratori inoltre, l’acqua potrà essere più o meno fredda, ma anche calda o gasata se lo si preferisce. È dunque una soluzione ecologica e che al tempo stesso consente di risparmiare rispetto la costosa acqua dei boccioni, per cui il consiglio è quello di contattare il numero verde 800.685.540 per parlare direttamente con un consulente IWM ed individuare la soluzione più adatta al proprio ufficio.

Xagon Man | Indossa la creatività

Il brand Xagon Man vanta un’esperienza trentennale nell’ambito del Pronto Moda interamente Made in Italy, in grado di coniugare resa estetica ad una qualità del prodotto che rendono questo marchio in cima alla lista dei desideri di tutti coloro i quali amano vestire seguendo le tendenze del momento, e dare una immagine di sé curata e alla moda. Proprio la ricerca stilistica e la voglia di stupire sono alla base del concept Xagon Man, fattori che rendono ogni sua creazione facilmente identificabile ed in grado di personalizzare e completare con eleganza il proprio outfit. Ecco dunque svelato il segreto del successo di un brand che ha conquistato importanti fette di mercato e consensi tra i consumatori, in maniera trasversale abbracciando ogni fascia d’età, ponendosi in una posizione predominante al punto tale da diventare la prima scelta di tutti coloro i quali hanno colto il suo spirito creativo ed originale.

Revolution Concept Store è il negozio online in cui puoi trovare tantissimi prodotti Xagon Man per arricchire il tuo outfit e mostrare orgogliosamente il modo in cui affronti la vita. Su tutti bellissime cinture, maglie, t-shirts e sneakers che ti aiuteranno a rendere il tuo abbigliamento decisamente più curato ed in linea con le tendenze del momento. Ciascun prodotto presenta una esauriente galleria fotografica che mostra ogni singolo dettaglio del capo o dell’accessorio che si sta visionando, più importanti dettagli aggiuntivi circa i tessuti e le caratteristiche specifiche. È possibile usufruire della spedizione gratuita raggiungendo un certo importo di spesa, e decidere di pagare tramite Paypal o direttamente alla consegna della merce grazie al contrassegno. Tra gli accessori più apprezzati per completare un acquisto, o per una idea regalo veramente utile e gradita, vi è l’ottimo Xagon Man x-black, un profumo le cui note di limone e agrumi ti regaleranno una piacevole sensazione di freschezza.

In palestra in sicurezza e… rispettando l’ambiente

Il business del wellness non sembra conoscere battute d’arresto. Sono sempre di più, infatti, le persone che dedicano gran parte del proprio tempo libero alla cura del corpo e dedicandosi a sport e allenamenti in palestra. Uno stile di vita corretto, come affermano tutti i medici: attività fisica e alimentazione sana sono infatti il passe-partout per una vita lunga e sana. Eppure, nonostante l’aumento esponenziale di centri fitness in tutta Italia, nell’ultimo periodo si sono accesi i riflettori anche sui potenziali rischi prodotti dal frequentare una palestra. Un’allerta della quale i titolari o gestori di centri sportivi non possono non tenere conto.

Quando l’attrezzo è una minaccia 

Recenti studi condotti negli Stati Uniti hanno evidenziato che, anche nelle palestre più attente a rispettare tutte le norme previste dalla legge, il numero di microorganismi è davvero altissimo. Complice il clima, caldo-umido specie nelle piscine, e il grande numero di persone che si allena contemporaneamente, batteri e virus possono trovare incredibilmente qui il luogo perfetto dove proliferare.  Una ricerca condotta nel 2014 in una palestra di Memphs, negli Usa, ha evidenziato che sugli attrezzi ginnici del centro vi erano oltre 25 ceppi di batteri differenti. Un secondo studio, sempre americano, ha rilevato che sui pesi liberi ci sono circa 350 volte più batteri che in un bagno pubblico. E, come in tutti i luoghi pubblici e affollati, non mancano i virus comuni come quelli del raffreddore e dell’influenza.

Come proteggere i propri clienti

In palestra è buona norma che i clienti portino un asciugamano personale da stendere sulle macchine o sui tappetini prima di ogni sessioni di allenamento. E, naturalmente, dopo aver utilizzato gli attrezzi gli sportivi non dovrebbero mai portare le mani agli occhi, alla bocca e in generale al viso prima di averle lavate. Ecco perché negli spogliatoi ci dovrebbe essere sempre un numero adeguato di lavandini e relativi asciugamani.

Asciugamani, ma quali?

Diversi test di laboratorio confermano come l’asciugamani elettrico sia più igienico e sicuro rispetto al sistema con la carta o a quello col rotolo di cotone, assicurando – come dicevamo sopra – un minor impatto batteriologico. Per non parlare del vantaggio ecologico: non si consuma carta – e negli spazi comuni l’uso è smodato – a tutto vantaggio dell’ambiente. Giusto per dare un numero, con un asciugamani elettrico si risparmiano mediamente 24 alberi in 16 anni. Ancora, i più recenti modelli di asciugamani elettrici sono anche a prova di vandalo, al contrario di dispenser e porta salviette di carta. Per le palestre che vogliono installare questi prodotti nei loro locali – prodotti che peraltro non richiedono tempi per riordini e nuovi assortimenti – uno dei nomi di riferimento è Mediclinics, azienda che produce asciugamani elettrici, asciugacapelli da parete e a una vasta gamma di accessori. In particolare, i nuovi modelli Dual o Mach di ultima generazione assicurano tempi di asciugatura inferiori in 15 secondi. Un ulteriore dato che, tradotto in cifre per il proprietario della palestra, significa un risparmio annuo garantito di oltre il 90% rispetto all’uso della carta. Igiene, ordine, pulizia, sicurezza per i clienti e soldi risparmiati: solo vantaggi, nessuna controindicazione.

Soluzioni per la rilevazione delle presenze

Le soluzioni per la rilevazione presenze progettati e realizzati da Cotini srl sono dispositivi di ultima generazione, in grado di assicurare una verifica precisa ed efficace relativamente alla presenza dei dipendenti all’interno degli edifici o locali nei quali viene svolta l’attività lavorativa. I sistemi Cotini srl possono essere sviluppati in base alle specifiche necessità del cliente e sono per questo assolutamente personalizzabili per garantire quel livello di protezione necessario quando si parla di tutela dei lavoratori all’interno dell’area in cui questi prestano servizio. Inoltre, un sistema di rilevazione delle presenze si rivela fondamentale nel caso in cui si presenti una emergenza per la quale si rende necessario evacuare ogni ambiente e dunque diventa prioritario sapere esattamente quante persone si trovano all’interno dell’edificio nel momento in cui l’emergenza dovesse presentarsi.

L’operazione di rilevazione delle presenze è resa veloce grazie a moderni lettori di badge e biometrici: il primo metodo è quello che tutti conosciamo e che consente di avere accesso grazie ad appositi badge, il secondo è invece un sistema che si basa sul riconoscimento delle impronte digitali dell’utente o della biometria del suo viso. Cotini srl ha investito nella tecnologia biometrica, applicata ai sistemi di rilevazione presenze, con grande anticipo rispetto i competitor in Italia, sebbene la tendenza fosse già abbastanza diffusa nel resto del mondo. I sistemi proposti sono dunque all’avanguardia nel settore, e rappresentano uno strumento davvero efficace e assolutamente personalizzabile in base alle specifiche esigenze del cliente. Cotini srl garantisce inoltre assistenza tecnica rapida grazie ad un apposito sistema di ticket che consente al cliente di ricevere nel minor tempo possibile una soluzione, nonché richiedere assistenza generica o informazioni circa procedure relative ai sistemi. Per ogni ticket generato l’utente riceverà una mail con un relativo codice e la possibilità di accedere al portale per verificare lo stato di avanzamento del lavoro relativo alla propria richiesta.

La casa dei single d’Italia, più digital e green

Anche le case dei single italiani sono sempre più smart, e come la maggioranza degli italiani anche loro sono sempre più attenti ai temi legati alla sostenibilità ambientale. Con l’emergenza sanitaria anche i single sono sempre più spinti a vivere la propria abitazione, ma chi vive da solo è più propenso a individuare eventuali migliorie per la propria casa, soprattutto quando si trasforma in un ambiente di lavoro.   I single in Italia corrispondono all’11% del campione selezionato da BVA Doxa per l’ultima edizione dell’osservatorio CasaDoxa 2020. Tra loro, il 54% sono uomini, mentre le donne sono il 46%.

Il 71% vive in appartamento

Il 71% dei single vive in appartamento, mentre il 29% in una villetta monofamiliare o in una casa a schiera. Nel 73% dei casi l’abitazione è di proprietà, e chi vive in affitto è il 22%, soprattutto giovani tra i 18 e i 34 anni. Nel complesso, i single italiani si ritengono soddisfatti della casa in cui vivono, che considerano soddisfacente soprattutto se dotata di un posto auto interno (68%), un garage coperto (63%), se è luminosa (57%) e ha spazi adeguati per vivere la propria privacy (56%). Tra le caratteristiche meno soddisfacenti, invece, la solidità (52%), le dimensioni (52%) e le caratteristiche del quartiere (52%).

Smart working e smart home

Per quanto riguarda lo smart working è realtà per il 23% dei single, soprattutto tra chi vive nel Nord Ovest. Rispetto agli spazi della propria abitazione da dedicare al lavoro, il 45% afferma di avere uno spazio o una stanza dedicata, mentre il 41% dichiara di non avere uno spazio fisso.  Il concetto di casa intelligente invece è conosciuto dalla grande maggioranza dei single, anche se prevale chi non resta aggiornato rispetto alle ultime novità (39%). Al contrario, i tech enthusiasts sono l’11%, soprattutto giovani tra i 18 e i 34 anni, mentre nella fascia di età tra i 35 e i 54 anni (26%) si dichiarano attratti dalle nuove tecnologie per la casa, e non vedono l’ora di averle nella propria abitazione.

Più sostenibili, connessi e sportivi

La sostenibilità ambientale è importante anche per i single, con un 52% che ammette di essere più attento ai vari aspetti legati a questo tema rispetto a tre anni fa. Quanto alla dieta mediale dei single, la metà (-13% rispetto al campione totale di CasaDoxa) possiede un servizio di TV on demand, soprattutto Prime Video (30%) e Netflix (20%). L’80% poi è iscritto a qualche piattaforma social, e il 91% ha un profilo Facebook. E lo sport? Quasi 7 single su 10 hanno svolto attività sportiva nell’ultimo anno, e il 51% lo ha fatto restando a casa. Le palestre, invece, sono frequentate almeno una volta al mese dal 34% dei single d’Italia.

Il mercato Cloud in Italia vale 3,34 miliardi, cresce l’adozione nelle Pmi

Nel 2020 il Cloud si è rivelato il miglior alleato per rispondere alla situazione di fragilità a cui la pandemia ha sottoposto il sistema economico e sociale italiano, raggiungendo i 3,35 miliardi di euro, per una crescita del +21%. È quanto emerge dalla decima edizione dell’Osservatorio Cloud Transformation, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano.

“Anche le Pmi più scettiche e meno digitalizzate hanno dovuto adeguarsi per non interrompere del tutto le attività – dichiara Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio Cloud Transformation – dinamica che si conferma in un’adozione più ampia, dopo anni di sostanziale stabilità”.

Il Public & Hybrid Cloud è protagonista della crescita

All’interno del mercato Cloud il Public & Hybrid Cloud, ovvero l’insieme dei servizi forniti da provider esterni e l’interconnessione tra Cloud pubblici e privati, si conferma protagonista della crescita, con un +30% e un valore complessivo che raggiunge i 2 miliardi di euro. Un’accelerazione nettamente più rapida rispetto alla media internazionale, che fa registrare un +8% per un mercato che vale 198 miliardi di dollari a livello globale. Anche il Virtual & Hosted Private Cloud registra una buona dinamica (+11%) arrivando a 732 milioni di euro, e i datacenter Automation, ovvero la modernizzazione delle infrastrutture on-premises, subisce un rallentamento rispetto al 2019, crescendo del +6% (583 milioni di euro).

La spesa per settore

In termini di spesa assoluta per settore merceologico, in conseguenza al periodo di lockdown e al blocco delle attività, rallenta leggermente la dinamica del settore Manifatturiero, che si conferma comunque primo nel mix di spesa, con il 24% del mercato complessivo. Seguono per dimensioni il settore Bancario (21%), Telco e Media (15%), i Servizi (10%), Utility (9%), PA e Sanità (8%), GDO e Retail (8%) e Assicurativo (5%). L’emergenza sanitaria ha generato un significativo aumento dell’adozione del Cloud nelle Pmi, che nel 2020 si attesta al 42% contro il 30% registrato nel 2019 e pressoché stabile negli anni precedenti. Il Cloud ha infatti rappresentato una risposta efficace al remote working, velocizzando la digitalizzazione dei processi e dei flussi collaborativi. 

Il Cloud nelle Pmi con l’emergenza sanitaria

Per oltre la metà delle Pmi che utilizzano il Cloud, quest’ultimo ha permesso di mantenere l’azienda operativa e la relazione con i clienti attiva. Questo si traduce in un’accresciuta consapevolezza: infatti, per il 43% delle Pmi che ne utilizzano servizi il Cloud rappresenta il modello di sourcing preferenziale per tutte le nuove iniziative, e per un ulteriore 18% addirittura una strada obbligata.

A fronte di questi segnali positivi, restano preoccupazioni legate alla sicurezza dei dati, all’inaffidabilità della rete, alla complessità di gestione e alla mancanza di competenze sul Cloud. Infatti, il 55% delle Pmi che utilizza il Cloud preferisce la gestione internalizzata delle tecnologie.

Criminalità e Pmi, nel 2019 segnalate 105.000 operazioni di riciclaggio

Nel 2019 sono state segnalate all’Unità di informazione finanziaria (Uif) della Banca d’Italia oltre 105 mila operazioni sospette di riciclaggio, un record mai toccato prima.  Si tratta di presunti illeciti compiuti in massima parte da organizzazioni criminali che cercano di reinvestire in aziende o settori “puliti” i proventi economici derivanti da operazioni illegali. Nel primo quadrimestre 2020 la Uif ha ricevuto 35.927 segnalazioni, con un incremento del 6,3% rispetto allo stesso periodo del 2019.  L’allarme arriva dall’Ufficio studi della CGIA, secondo il quale le organizzazioni criminali fatturano 170 miliardi all’anno, “praticamente lo stesso Pil della Grecia”, commenta il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo.

Un importo che non include i proventi economici provenienti da reati violenti, ma solo da transazioni illecite come contrabbando, traffico di armi, scommesse clandestine, smaltimento illegale dei rifiuti, gioco d’azzardo, ricettazione, prostituzione e la vendita di sostanze stupefacenti.

Meno soldi dalle banche, più ricorso al credito “facile”

La conferma dell’importanza del giro d’affari delle organizzazioni criminali emerge anche dal numero di segnalazioni pervenute in questi ultimi anni all’Uif. In particolare, operazioni economico-finanziarie sospette denunciate a questa Unità da parte degli intermediari finanziari come istituti di credito, uffici postali, notai, commercialisti, gestori di sale giochi, società finanziarie, assicurazioni. Le principali forme tecniche che nel 2019 hanno originato le segnalazioni hanno riguardato in particolar modo, bonifici nazionali, money transfer e le transazioni avvenute in contanti. Secondo l’Ufficio studi della CGIA, l’aumento delle segnalazioni di riciclaggio potrebbe trovare una sua giustificazione nel fatto che in questi ultimi anni gli impieghi bancari alle imprese hanno subito una contrazione molto forte. Pertanto, non è da escludere che avendo ricevuto meno soldi dagli istituti di credito tanti imprenditori, soprattutto piccoli, si siano rivolti a coloro che potevano erogare credito con una certa facilità.

Campania, Lombardia e Liguria le regioni più a rischio

A livello territoriale le Regioni più colpite nel 2019 sono state la Campania (222,8 segnalazioni ogni 100 mila abitanti), la Lombardia (208,1) la Liguria (185,3) e la Toscana (184). Le realtà meno interessate, invece, sono state l’Abruzzo (115,7 ogni 100 mila abitanti), l’Umbria (110,3) e la Sardegna (86,6).

Rispetto al 2018, Sicilia (+26,3%), Molise (+23,8%) e Basilicata (+17,4%) sono state le regioni che hanno registrato le variazioni percentuali di crescita del numero di segnalazioni più importanti. Le uniche regioni in controtendenza sono state invece il Piemonte (-0,5%), la Toscana (-1,6%), l’Umbria (-3,3%) e la Valle d’Aosta (-4,3%).

Prato, Milano e Imperia le province con più segnalazioni di riciclaggio

A livello provinciale le realtà che nel 2019 hanno registrato il più alto numero di segnalazioni giunte all’Unità informazione finanziaria ogni 100 mila abitanti sono state Prato (344,6 ogni 100 mila abitanti), Milano (337,1), Imperia (275,9), Napoli (270,7), Trieste (235,8), Parma (225) e Caserta (209,4).

Quelle meno investite, invece, riguardano L’Aquila (76,9), Chieti (75), Nuoro (46,5) e il Sud Sardegna (45,9). La media nazionale è stata pari a 175,3 ogni 100 abitanti.

Effetto Covid anche sull’uso del contante. Il 43% degli italiani non lo utilizza più

I mesi di lockdown durante la fase più acuta di emergenza da Covid-19 hanno costretto molte persone a cambiare significativamente il modo di vivere, lavorare e comunicare. Questo ha inevitabilmente influenzato anche le modalità con cui le persone effettuano i pagamenti. E non solo di beni e servizi, ma anche il modo di inviare denaro ad amici e parenti. Secondo la ricerca Lost in Transaction di Paysafe, piattaforma nel settore dei pagamenti digitali, quasi un terzo (27%) dei consumatori italiani ha dichiarato di aver trasferito online denaro ad amici o parenti una o due volte durante il primo mese di lockdown. E quasi la metà sostiene che farà più acquisti online nel futuro, anche quando l’emergenza sarà finita completamente.

Ridurre la gestione dei contanti a causa della crisi sanitaria

Secondo la ricerca di di Paysafe, un ulteriore 15% degli italiani ha effettuato più di due trasferimenti nello periodo del lockdown, con l’1% che è arrivato a eseguire questa operazione almeno 11 volte. Tuttavia, per i trasferimenti di denaro non sono stati utilizzati mezzi fisici, ovvero, denaro contante. Il 43% delle persone intervistate, scrive Agi, ha affermato infatti di aver ridotto la gestione dei contanti proprio a causa della crisi sanitaria.

Trasferimenti di denaro online, più rapidi, efficaci e convenienti

Di fatto, il trasferimento di denaro online e la gestione dei servizi di portafoglio digital stanno diventando il canale privilegiato dai consumatori. Anche perché, a causa delle restrizioni globali nella circolazione, la necessità di trasferimenti di denaro a livello internazionale è destinata ad aumentare. Il sondaggio mostra poi come il 31% degli intervistati in Italia abbia utilizzato i portafogli digitali da quando è iniziato il lockdown. Le motivazioni? Secondo la ricerca risulta il modo più rapido, efficace e conveniente di trasferire denaro all’estero.

Più acquisti online per quasi la metà degli italiani

A fronte di chi ha scelto di usare il canale digitale per le transazioni solo un 11% di italiani ha dichiarato che avrebbe utilizzato un metodo di pagamento fisico per inviare denaro all’estero durante la pandemia. La ricerca di Paysafe ha evidenziato quindi come il Covid-19 abbia stimolato un cambiamento digitale anche nel modo in cui i consumatori acquistano e pagano. Ma indietro non si torna, e il 44% degli italiani ha affermato che ridurrà l’utilizzo di contanti anche in futuro, mentre quasi la metà (46%) degli intervistati ha confermato che effettuerà più acquisti online rispetto al pre Covid. Quindi, anche quando i lockdown saranno stati completamente revocati.

La Corte di giustizia europea invalida il Privacy Shield

La Corte Ue ha invalidato il Privacy Shield. La Corte di Giustizia Ue ha infatti dichiarato invalida la decisione della Commissione sull’adeguatezza della protezione offerta dal regime dello scudo Ue-Usa per la privacy. Questo, a causa del rischio rappresentato dai programmi di sorveglianza americani sulla protezione dei dati. Il caso trae origine dalla denuncia di un cittadino austriaco, i cui dati furono trasferiti, in tutto o in parte, da Facebook Ireland verso server appartenenti a Facebook Inc., situati nel territorio degli Stati Uniti, ove sono oggetto di trattamento.

Delusione da parte degli Usa

Gli Usa si sono dichiarati “profondamente delusi” per la decisione della Corte Ue, riporta Ansa. “Stiamo studiando la decisione per comprenderne appieno l’impatto pratico – ha commentato il segretario Usa al Commercio Wilbur Ross -. Speriamo di limitare le conseguenze negative per le relazioni economiche transatlantiche, pari a 7,1 trilioni di dollari, che sono così vitali per i nostri rispettivi cittadini, aziende e governi. I flussi di dati sono essenziali non solo per le aziende tecnologiche, ma anche per le aziende di ogni dimensione in ogni settore – ha aggiunto Ross -. Man mano che le nostre economie continuano il loro recupero post-Covid-19, è fondamentale che le aziende, inclusi gli oltre 5.300 attuali partecipanti allo scudo per la privacy, siano in grado di trasferire i dati senza interruzione, coerentemente con le forti protezioni offerte dal Privacy Shield”.

Una vittoria per gli attivisti della privacy 

Una sentenza, quella dell’istanza con sede a Lussemburgo, arrivata a sorpresa e che di fatto annulla un accordo di trasferimento dati ampiamente utilizzato dall’Ue e dagli Stati Uniti. Secondo la Corte Ue, “ai sensi del regolamento generale sulla protezione dei dati (Gdpr) il trasferimento dei suddetti dati verso un Paese terzo può avvenire, in linea di principio, solo se il Paese terzo considerato garantisce a tali dati un adeguato livello di protezione”, si legge nella decisione dei giudici. L’annullamento del Privacy Shield però è una vittoria per gli attivisti della privacy, che da tempo accusano gli Stati Uniti di pratiche invasive di sorveglianza inammissibili da applicare anche sui cittadini europei. 

Un duro colpo al business delle grandi aziende tecnologiche

La decisione dei giudici potrebbe creare diversi problemi alle multinazionali americane ed europee, soprattutto tecnologiche, che proprio sul trasferimento di questi dati, e sul loro utilizzo, fondano buona parte del loro business, riporta Agi. La sentenza, ad esempio, potrebbe costringere società come Facebook, Apple o Google a dover ripensare la propria strategia industriale, o ad affrontare costi notevoli per la creazione di centri per la raccolta dati in Europa. 

Italia leader per green jobs, Milano nella top 10 mondiale

Milano non è solo la capitale italiana della moda e del design ma, forse un po’ a sorpresa, lo è anche per quanto riguarda i cosiddetti green jobs, ovvero tutte le professioni legate alla sostenibilità. Un bel primato per il capoluogo lombardo, che si piazza al settimo posto nella Top 10 mondiale delle città con la più alta concentrazione di lavoratori nell’ambito della sostenibilità. Lo rilevano i nuovi dati di LinkedIn secondo i quali il numero di professionisti nel campo della sostenibilità aumenta anche in Europa con un +13% nell’ultimo anno, registrando un incremento maggiore della media globale del 7,5%. E anche la domanda di green jobs è cresciuta, con un aumento dei posti di lavoro legati alla sostenibilità in Europa pari al 49%.

L’analisi effettuata monitorando gli annunci di lavoro

Per arrivare a questi dati, LinkedIn – il principale social network professionale globale – ha analizzato il numero di annunci di lavoro legati alla sostenibilità sulla sua piattaforma, nonché i membri che hanno incluso in qualche modo la parola sostenibilità nella descrizione del loro ruolo aziendale. Da questa analisi sono emerse così le capitali delle professioni sostenibili, ovvero quelle con la più alta concentrazione di richieste e offerte di specialisti di questo specifico settore. Le 10 città più votate ai green jobs sono pertanto, nell’ordine: Stoccolma, Helsinki, Amsterdam, Zurigo, Vancouver, Londra, Milano, Auckland, Melbourne, Australia e Washington. Un bel successo per il nostro Paese.

Un effetto positivo della crisi sanitaria

Commentato l’ottima performance di Milano, Mariano Mamertino, Senior Economist di LinkedIn ha detto: “Guardando al futuro, una delle poche conseguenze positive legate all’attuale crisi sanitaria è da riscontrarsi nel settore della sostenibilità. La crisi ha contribuito a ridurre l’inquinamento, e ciò potrebbe dare una certa carica a iniziative relative alla sostenibilità ambientale, che erano necessarie da tempo. E da questo punto di vista, le amministrazioni locali di città come Milano, Manchester o Liverpool hanno già annunciato dei piani volti a ripensare le modalità con le quali queste città possono essere più rispettose dell’ambiente”. Per quanto riguarda invece l’analisi dei dati, Mamertino osserva che “abbiamo registrato un aumento del 13% del numero di professionisti della sostenibilità in tutta Europa, così come un +49% della domanda di lavori verdi nell’ultimo anno. Aldilà dei nostri dati, le iniziative recentemente annunciate da diverse amministrazioni pubbliche ci danno prova del peso e della particolare attenzione che ci aspettiamo sarà data al tema della sostenibilità anche in futuro”.

File malevoli per il mobile banking, il livello più alto degli ultimi 18 mesi

Nel primo trimestre del 2020 è stato rilevato un forte aumento nel volume di software malevoli che hanno come obiettivo il furto di credenziali e denaro dagli account bancari online degli utenti. Da gennaio a marzo 2020 sono stati infatti trovati 42.115 file di questo tipo di malware. Secondo il report Kaspersky’s IT threat evolution in Q1 2020, dedicato all’evoluzione delle minacce informatiche nel primo trimestre dell’anno, si tratta di un numero superiore più di due volte e mezzo rispetto a quello registrato nel quarto trimestre del 2019. In particolare, i trojan che operano nel mondo del mobile banking, detti anche banker, sono una minaccia ben nota nella cyber-community, e la motivazione che spinge questo tipo di attività è evidente.

Oltre 42.000 modifiche di varie famiglie di trojan bancari

I banker spesso vengono utilizzati per rubare fondi direttamente dagli account di mobile banking degli utenti. Questi programmi malevoli, di solito, hanno l’aspetto di applicazioni legittime, ma quando una vittima cerca di accedere alla propria app bancaria e di inserire le proprie credenziali di sicurezza gli aggressori riescono a ottenere l’accesso a questo tipo di informazioni private. Nel primo trimestre di quest’anno Kaspersky ha rilevato oltre 42.000 modifiche di varie famiglie di trojan bancari, il numero più alto mai registrato negli ultimi 18 mesi.

Italia al terzo posto dei Paesi più attaccati

“Nell’era del distanziamento sociale e dell’isolamento, utilizziamo sempre più spesso i nostri dispositivi mobili per accedere ai servizi finanziari, per comunicazioni da remoto, per effettuare pagamenti o per procedere con le transazioni”, spiega Victor Chebyshev, esperto di sicurezza di Kaspersky. Pertanto, secondo il report di Kaspersky anche il numero di banker presenti nel panorama di tutte le minacce mobile è aumentato nel corso del trimestre, arrivando al 3,65% e registrando una crescita del 2,1% rispetto a quanto rilevato nell’ultimo trimestre del 2019. Come dimostra il numero di utenti attaccati da trojan del mobile banking, il Paese più colpito al mondo è stato il Giappone (0,57%), seguito dalla Spagna (0,48%). L’Italia si posiziona al terzo posto (0,26%).

Come difendere il cellulare dall’attacco dei cybercriminali

I dispositivi mobile sono diventati uno dei principali strumenti a nostra disposizione, e “non dovremmo permettere ai cybercriminali di trarre alcun vantaggio dalla fiducia che riponiamo in loro”, aggiunge Chebyshev.

Ma come difendersi dall’attacco dei cybercriminali? Per ridurre il rischio che i dispositivi mobili vengano infettati dai trojan bancari, Kaspersky consiglia agli utenti di procedere con l’installazione delle app solo se provengono da fonti affidabili, come ad esempio l’app store ufficiale Google Play. Inoltre è sempre bene utilizzare una soluzione di sicurezza solida, ma soprattutto non eseguire mai la procedura di rooting, perché potrebbe fornire ai criminali informatici possibilità illimitate nell’eventuale sfruttamento di un dispositivo.

L’effetto smart working sull’ambiente urbano

Oltre ai benefici in termini di tempo personale liberato lo smart working libera anche l’ambiente urbano. Meno mobilità si traduce infatti in un taglio di emissioni, e a livello economico 4 milioni di euro risparmiati per il mancato acquisto di carburante. Lo dimostra l’indagine nazionale Il tempo dello Smart Working. La PA tra conciliazione, valorizzazione del lavoro e dell’ambiente, realizzata da Enea nel triennio 2015-2018. All’indagine hanno aderito 29 amministrazioni pubbliche e oltre 5.500 persone, di cui il 60% ha risposto a un sondaggio. Lo studio, spiega Enea in una nota, “evidenzia che esistono i presupposti per modifiche di comportamento stabili, su larga scala, in grado di incidere su livelli di congestione e di inquinamento e che è possibile impostare con successo policy urbane integrate, aprendo a una maggiore flessibilità nella scelta di luoghi e tempi di lavoro”.

46 milioni di km evitati e -8mila tonnellate di CO2 nell’aria

Sotto il profilo ambientale emerge che lo smart working ha ridotto la mobilità quotidiana di circa un’ora e mezza in media a persona, per un totale di 46 milioni di km evitati, pari a un risparmio di 4 milioni di euro di mancato acquisto di carburante, riporta Adnkronos. Da qui il duplice beneficio di tempo personale liberato e di traffico urbano evitato, con un taglio di emissioni e inquinanti che Enea stima in 8mila tonnellate di CO2, 1,75 di PM10 e 17,9 di ossidi di azoto. “I risultati assumono un particolare significato in questi giorni in cui circa il 75% dei dipendenti pubblici lavora in modalità smart working”, spiega Marina Penna, ricercatrice Enea.

Post Covid-19, il rimbalzo sui consumi di carburanti e sulle emissioni

“L’emergenza ci ha di fatto costretti a mettere in atto tali modifiche straordinarie e oggi siamo in grado di misurarne gli effetti – continua Penna -. Dal momento che il calo di emissioni non è strutturale, ma si lega a condizioni di emergenza il timore è l’effetto rimbalzo sui consumi di carburanti e sulle relative emissioni. Le conseguenze sarebbero pesanti sia per l’avvio di una fase di crescita, che allontanerà l’Italia sempre più dai target dell’accordo di Parigi sia per il repentino incremento dei costi dei carburanti, che aprirebbe il fianco a speculazioni estremamente penalizzanti per la nostra economia”.

Coordinare la domanda di spostamenti casa-lavoro con il trasporto pubblico locale

Per uscire da questa emergenza sanitaria lo smart working andrà mantenuto, potenziato e reso più efficace. “Soprattutto nelle grandi città, in assenza di misure si prospetta un massiccio ricorso al mezzo privato che offre una percezione di sicurezza dal contagio – osserva Penna -. Opportunamente governato a livello territoriale, il ricorso allo smart working consentirebbe infatti di moderare e modulare la domanda di spostamenti casa-lavoro in modo coordinato con la programmazione del trasporto pubblico locale, operazione particolarmente utile nella fase 2 dell’emergenza Covid-19, in cui dovremo trovare gli adattamenti per convivere con il coronavirus”.

Smart working, non è fare a distanza ciò che si fa in ufficio

In Italia si usa la definizione smart working per identificare concetti molto diversi tra loro, come telelavoro, lavoro in mobilità, lavoro agile e lavoro flessibile. In questi giorni, il termine smart working sale alla ribalta, e la confusione aumenta. Secondo Francesco Frugiuele, fondatore e Ceo di Kopernicana, società di consulenza specializzata nel settore, lo smart working non è fare a distanza le stesse cose nello stesso modo. Occorre sviluppare schemi di lavoro, routine giornaliere, modalità di comunicazione e interazione e pianificazione molto diversi da quelli utilizzati in un ambiente lavorativo tradizionale. Insomma, lo smart working non è la replica di un ufficio con lavoratori remoti.

“Inizia quando il lavoratore può iniziare a decidere quando e come lavora”

La prima credenza errata sullo smart working è che renda meno produttivi rispetto al lavoro in ufficio. Al contrario. “Se supportati da un po’ di disciplina e da adeguati modelli di gestione del lavoro per obiettivi da casa si è straordinariamente più efficaci – spiega Frugiuele all’Adnkronos -. Per non parlare del tempo di spostamento che viene azzerato”.

La seconda è che lo smart working riguardi sostanzialmente gli strumenti tecnologici. “Lo smart working è sicuramente dipendente da tecnologie e strumenti, ma ancora di più dipende dalla capacità di riorganizzarsi su due dimensioni, personale e aziendale – continua l’esperto -. Lo smart working inizia quando il lavoratore può iniziare a decidere quando e come lavora”.

Non basta dare un portatile e una connessione Internet ai dipendenti

Non è sufficiente, quindi, “dare un portatile e una connessione Internet ai nostri dipendenti – sottolinea – Frugiuele -. Ci sono organizzazioni che stanno sperimentando soluzioni di smart working a una dimensione mai provata prima. Pubbliche amministrazioni, grandi e piccole organizzazioni nel giro di 2 settimane hanno dato strumenti e possibilità a migliaia di dipendenti per attivarsi come smart workers. Questo pone, presto o tardi, tutti nelle condizioni di farsi la domanda ‘come possiamo fare in modo che i team di lavoratori distribuiti collaborino efficacemente? O come possiamo controllare la produttività?” Una prima risposta è: iniziando a fidarsi di loro. “I nostri collaboratori sono adulti – commenta Frugiuele – smettiamo di trattarli come se fossero bambini”.

Il cambiamento sarà permanente

Un terzo punto fondamentale è che il cambiamento sarà permanente. “Questa epidemia ci sta costringendo a una trasformazione che assomiglia moltissimo a un ‘aggiornamento di sistema’- continua Frugiuele -. Non sarà né semplice né saggio provare a tornare indietro, anche quando crederemo che questo sia possibile”.

Per ognuno lavorare smart richiede disciplina, ordine, iniziativa, capacità di separare i tempi privati da quelli lavorativi. “Stiamo già migliorando noi stessi e le nostre organizzazioni – afferma ancora il Ceo di Kopernicana -. Le condizioni imposte dal distanziamento sociale necessario per uscire dalla crisi attuale stanno già producendo dei cambiamenti, in meglio. Dal punto di vista di chi, come me, studia le dinamiche organizzative, questa situazione critica sta agendo come fattore evolutivo per le organizzazioni”.

Il cybercrime si organizza in multinazionali, e fattura miliardi

Una lotta senza esclusione di colpi, che prende di mira infrastrutture, reti, server e client, ma anche smartphone, oggetti connessi a internet, social e app per chattare. Ma la minaccia non arriva più dai classici hacker, e nemmeno da gruppetti di “artigiani” del cybercrime. Ora gli attacchi arrivano da decine e decine di gruppi criminali organizzati transnazionali che fatturano miliardi. In pratica, multinazionali con mezzi illimitati, Stati nazionali con i relativi apparati militari e di intelligence, fornitori e contractors, gruppi civili o paramilitari e unità di mercenari. A tracciare il quadro è l’ultimo rapporto del Clusit, l’Associazione italiana per la sicurezza informatica. Secondo il quale nel corso del 2019 gli attacchi informatici gravi di cui si è venuti a conoscenza sono stati nel mondo 1.670, il 7,6% in più dell’anno precedente. E rispetto al 2014 (873 casi), il numero è quasi raddoppiato.

“Una situazione di inaudita gravità”

Si tratta di “una situazione di inaudita gravità – spiega l’esperto Andrea Zapparoli Manzoni, del comitato direttivo Clusit – che mette in discussione e a repentaglio tutti i presupposti sui quali si basa il buon funzionamento dell’Internet commerciale e di tutti i servizi, online e offline, che su di essa fanno affidamento”.

Il grosso degli attacchi (1.383, pari all’83%), rientra nella categoria del cybercrime, che cresce del 13,6%). Stabili risultano i casi di spionaggio e sabotaggio, a quota 204, mentre sono in diminuzione gli attacchi riconducibili ad attività di guerra cibernetica, a quota 35, riporta Ansa.

Una media di 139 attacchi registrati mensilmente

Si parla quindi di una media pari a 139 attacchi registrati mensilmente contro una media nel quinquennio 2014-2018 di 94 attacchi, con una variazione nel 2019 del +47,8%.

Il Clusit, tuttavia, fa notare che il dato non rappresenta affatto la situazione reale, visto che non tiene conto di tutti gli attacchi non andati a buon fine, bensì soltanto di quelli che sono andati a segno.

Una situazione in rapida evoluzione sul fronte della geopolitica internazionale, quindi, e che riguarda ormai interi Stati.

In Italia gli “attacchi gravi” sono il 54% del totale

E in Italia? Gli “attacchi gravi” rappresentano il 54% del totale (suddivisi in 28% con rischio Alto e 26% con rischio Critico). Nell’83% dei casi la causa dell’attacco è il Cybercrime, ovvero l’estorsione di denaro, che nell’ultimo anno è cresciuto del 12,3% rispetto al 2018 e del 162% rispetto al 2014, riporta Dday.it. Per quanto riguarda gli obiettivi, gli attacchi classificati in Attacchi a Obiettivo Multiplo, ovvero che colpiscono indiscriminatamente un ampio gruppo di popolazione con una logica industriale, sono il 24% del totale (+ 29,9% sul 2018). Ma il dato più eclatante riguarda i servizi online (l’11% del totale), cresciuti del 91,5%.

Il Clusit fa inoltre notare come la tendenza sia quella di utilizzare tecniche piuttosto semplici, ma declinate in moltissime varianti.