Il Covid-19 non blocca gli investimenti digitali delle Pmi, e la dinamica è in crescita

Le Pmi continuano a investire nei processi di digitalizzazioni, e nel prossimo biennio lo faranno in misura sempre maggiore. La pandemia da Covid-19 infatti non ha bloccato gli investimenti digitali delle piccole e medie imprese italiane, tanto ce nel biennio 2020-21 un’azienda su due ha adottato almeno una nuova tecnologia. I settori con la maggiore spinta negli investimenti tecnologici sono Chimica-farmaceutica e sistema casa, con rispettivamente il 76% e 63% delle imprese che affermano di avere introdotto un’innovazione. A questi segue la tecnologia, con una quota pari al 60%. È quanto emerge da un’indagine dell’osservatorio Market watch Pmi di Banca Ifis, realizzata tra marzo e aprile 2021 insieme a Format research su un campione rappresentativo di 1.800 imprese italiane.

Aumenta del 6% la quota delle imprese che investiranno entro il 2023

Si tratta di una dinamica in crescita, e la stima dell’osservatorio è di un aumento del 6% per la quota delle Pmi che investiranno entro il 2023. Quanto agli utilizzi individuati per gli investimenti, salgono sul podio dotazione di macchinari (54%), formazione per aumentare le competenze del personale (38%), e infrastruttura digitale (26%). In ogni caso, nel prossimo biennio le aree in cui le aziende prevedono di investire maggiormente sono la digitalizzazione dei processi (34%) e la sostenibilità (32%). Quanto alle risorse, il 56% delle Pmi intervistate ha fatto ricorso all’autofinanziamento, mentre il 35% a finanziamenti bancari, e solo il 7% ha fatto ricorso a sostegni pubblici.

Tecnologie 4.0 più presenti in azienda, soprattutto cyber security, Crm e Cloud

Il ruolo delle tecnologie 4.0 è sempre più cruciale per le Pmi italiane. Il 73% degli intervistati dichiara infatti di utilizzarle già o di volerle adottare nel biennio 2022-2023. Al momento le tecnologie più presenti in azienda sono cyber security (31%), Crm (29%), e Cloud (25%). Segnalati però anche investimenti nell’industrial IoT, nell’internet delle cose (16%), la supply chain management (15%), la stampa 3d e la produzione additiva (8%), i big data e l’intelligenza artificiale (8%).

Le più innovative sono quelle con 50-249 dipendenti

Minori gli investimenti invece per robot collaborativi e interconnessi, riferisce Ansa, segnalati dal 7% degli intervistati nell’ultimo biennio, per la realtà aumentata (5%), e per le nanotecnologie e i materiali intelligenti, con un 1% di investimenti già realizzati, ma con un +6% di crescita prevista nel prossimo biennio. Tuttavia, segnala l’osservatorio, l’innovazione non riguarda nella stessa misura tutte le Pmi. Nelle imprese che contano tra 50 e 249 dipendenti la percentuale raggiunge il 70%, nelle piccole, con 20-49 addetti, il 55%, mentre nelle micro imprese, quelle sotto i 20 dipendenti, è pari al 47%.

Da icona nazionale a piatto globale: la pasta alla conquista del mondo

Buona, sana, “facile” e soprattutto interpretabile in mille e mille modi diversi. Alle tantissime valide ragioni per amare la pasta, nel 2020 e 2021 si è aggiunto l’elemento contingente dei lockdown, che ci hanno spinto a cucinare di più, meglio e con più fantasia. Il risultato, nel mondo, è un grande successo della nostra icona nazionale, trasformata ormai in piatto globale. Numeri alla mano, infatti, in media ogni consumatore mondiale mangia 7,7 kg di pasta, a fronte di una spesa di 16,30 dollari.

Italia in crescita fino al +40% nel 2020

Secondo i dati di Unione Italiana Food nel 2020 in Italia si sono vendute oltre 50 milioni di confezioni in più, con punte di circa il +40% a marzo e +10% tra ottobre e novembre. Ottimi i dati anche in arrivo dall’export. Durante lo scorso anno, infatti, le esportazioni sono cresciute del 16%, superando i 3,1 miliardi di euro. Particolarmente significativo l’incremento degli gli Stati Uniti (+40%) che rappresentano oggi il maggior consumatore mondiale di pasta italiana, dopo aver superato la Francia (+4,3%) e la Germania (+16%). In forte crescita, nonostante la Brexit, anche la Gran Bretagna, con il +19%.

La Cina guida la crescita dei prossimi 4 anni 

Dopo il balzo del 2020, il mercato della pasta dovrebbe proseguire la sua crescita e la Cina, in particolare, dovrebbe guidare la classifica. In base alle previsioni realizzate da Statista, infatti, nel 2021 il maggior mercato mondiale sarà la Cina che, da sola, vale quasi 25 miliardi di dollari. La passione per la pasta non sembra una moda passeggera. Secondo la stessa fonte, le vendite di pasta nel 2021 arriveranno a sfiorare 123 miliardi di dollari (122.925 milioni per l’esattezza) e continueranno a crescere del 2,35% l’anno nei prossimi quattro anni. 

Novità, che passione 

Diretta conseguenza della voglia di sperimentare ai fornelli durante i lockdown è l’aumento delle vendite registrato dai prodotti meno comuni. Tra i successi dell’ultimo periodo ci sono sicuramente gli gnocchi, a partire dalla ricetta classica a base di patate per arrivare a quelli ripieni. In crescita anche il mercato della pasta fresca surgelata, alternativa molto più pratica rispetto alla versione casalinga ed estremamente simile per aspetto, consistenza e sapore alla produzione artigianale. Grande attenzione, infine, al packaging. I consumatori hanno infatti dimostrato di preferire i prodotti confezionati e imballati nel modo più ecologico e sostenibile, per un mondo più buono in tutti i sensi.  

La riscoperta dell’agricoltura nella youth economy

Per i più giovani la sostenibilità ambientale e la lotta al riscaldamento globale rappresentano le priorità nell’agenda italiana del futuro prossimo e l’agricoltura, in particolare, è il settore che prima e meglio degli altri ha interpretato queste urgenze. Sono queste le risposte espresse dalle generazioni più giovani: si esprime così infatti il 60% della GenZ (composta dai 15-24enni), che ritiene che gli agricoltori abbiano operato per rendere la filiera del cibo sostenibile, e il 48% dei Millennial. Lo rivela il il 3° numero dell’Osservatorio del mondo agricolo, dal titolo “La riscoperta dell’agricoltura nella youth economy” realizzata dalla Fondazione Enpaia (l’Ente Nazionale di Previdenza per gli Addetti e per gli Impiegati in Agricoltura) e il Censis. Lo studio fotografa il nuovo rapporto dei giovani con la terra, con la produzione e il consumo del cibo, con l’impresa e il lavoro in agricoltura. E nell’Italia post pandemia sono proprio loro, i Millennial, nati tra metà degli anni Ottanta e metà del decennio successivo e la Generazione Z, nata tra metà degli anni Novanta e metà degli anni Zero, i più pronti a  rilanciare i valori di un’agricoltura sostenibile nel perimetro della youth economy.

Un’opportunità occupazionale

Oltre all’aspetto etico, c’è anche quello riferito alle opportunità lavorative. Per i giovani, infatti, l’agricoltura sostenibile rappresenta un’occasione occupazionale. L’88,7% degli intervistati ha infatti dichiarato che attraverso l’agricoltura sia possibile creare occupazione di qualità, con valori che arrivano all’89,5% tra i giovanissimi della GenZ. Per il 51,7% dei giovani il settore agricolo si rilancerà prima degli altri nel post Covid-19 e per l’82% – è l’l’85% nella GenZ – questa ripresa sarà decisiva in altri ambiti oggi in difficoltà, come il turismo e la filiera del food. 

Giovane è hi-tech, così è l’agricoltura “buona”

Sempre di più l’agricoltura in cui operano i giovani è un’industria caratterizzata da un’alta intensità tecnologica, e le aziende attive in questo comparto  hanno sfruttato tecnologie sempre più sofisticate. Pertanto, è necessario concentrarsi sull’innovazione tecnologica per aiutare lo sviluppo del mondo rurale. Per i giovani, la sostenibilità rimane lo standard a cui fare riferimento per l’eccellenza economica e sociale. Infatti, tenuto conto del Covid-19, il 62,8% degli intervistati presterà maggiore attenzione alla riduzione degli sprechi. Il rapporto tra GenZ (60,7%) e Millennial (63,5%) è simile; il 46,4% farà la raccolta differenziata, mentre il 32,2% acquisterà prodotti locali e a chilometro zero per limitare l’inquinamento. Infine, il 32,1% delle persone eviterà di acquistare prodotti in plastica (43,8% tra la GenZ e 27,9% tra i Millennial).

Le 10 caratteristiche del ceo di successo nel 2021

La pandemia ha introdotto nuovi stili di leadership e nuove modalità per guidare e gestire i team. Ha fatto emergere anche nuove esigenze per le aziende, che devono guardare oltre la crisi con scelte coraggiose e lungimiranti. In questo scenario, Keystone, linea di business di Randstad dedicata alla ricerca e selezione di profili executive, ha stilato il decalogo delle caratteristiche del ceo di successo nel 2021.

“L’esperienza della pandemia, da un lato ha accelerato alcune tendenze in atto da tempo in ambito organizzativo, dall’altro ha portato alla luce alcuni valori quasi inediti nelle aziende – afferma Sandro Sereni, founder e partner di Keystone executive search -. Il ceo di successo oggi è un leader riconosciuto, di comprovate capacità e competenze, che porta risultati con tutto il team, capace di delega e di fiducia, che valorizza il talento e sa apprendere dall’esperienza per guardare lontano”.

Conoscere il business, essere ispiratore e vicino alle persone

Ma quali sono le caratteristiche del ceo di successo nel 2021? Prima di tutto conoscere il business: la condizione imprescindibile per guidare un’azienda.

Oggi non basta più saper muovere le leve finanziarie, ma conoscere a fondo le regole che governano la produzione, la distribuzione e il marketing.

Il ceo deve essere anche ispiratore, coinvolgendo i collaboratori sui valori e la cultura aziendale. E deve essere vicino alle persone. Per essere riconosciuto come un leader, il ceo deve conoscere i suoi collaboratori e parlare il loro stesso linguaggio.

Portare visione, avere uno stile di leadership inclusivo, valorizzare il talento

Il ceo ha il dovere di guardare oltre l’esistente. Nella sfida della pandemia deve affrontare il presente e indirizzare l’azienda nel medio-lungo periodo con uno stile di leadership inclusivo. La sfida della pandemia ha rafforzato il concetto di alleanza per un progetto comune, e oggi il ceo di successo è quello che ottiene risultati grazie al lavoro dei suoi collaboratori, infondendo fiducia e sapendo delegare. E se a fare davvero la differenza è il team, il ceo deve valorizzare il talento che è in ogni persona e far sì che sia realmente messo a disposizione dell’organizzazione. Come? Stimolando la crescita individuale, promuovendo upskilling e reskilling a ogni livello aziendale.

Creatività, benessere, credibilità e sapersi mettersi in discussione

Il ceo deve impegnarsi a promuovere l’imprenditorialità attraverso le idee, la creatività e la passione. Deve anche curare il benessere e la sicurezza delle persone, ed è fondamentale che sia riconosciuto come guida dell’azienda. Questo, grazie a una credibilità fondata su autorevolezza, serietà, affidabilità e coerenza: la reputazione si costruisce nel tempo, tramite l’immagine, il racconto di sé e il curriculum. Una delle soft skills più importante per ogni manager però è la capacità di mettersi in discussione. Nella vita del ceo questo significa dimostrarsi aperto al cambiamento e disponibile ad apprendere nuove conoscenze, attraverso un continuo reskilling nel corso della carriera.

File malevoli per il mobile banking, il livello più alto degli ultimi 18 mesi

Nel primo trimestre del 2020 è stato rilevato un forte aumento nel volume di software malevoli che hanno come obiettivo il furto di credenziali e denaro dagli account bancari online degli utenti. Da gennaio a marzo 2020 sono stati infatti trovati 42.115 file di questo tipo di malware. Secondo il report Kaspersky’s IT threat evolution in Q1 2020, dedicato all’evoluzione delle minacce informatiche nel primo trimestre dell’anno, si tratta di un numero superiore più di due volte e mezzo rispetto a quello registrato nel quarto trimestre del 2019. In particolare, i trojan che operano nel mondo del mobile banking, detti anche banker, sono una minaccia ben nota nella cyber-community, e la motivazione che spinge questo tipo di attività è evidente.

Oltre 42.000 modifiche di varie famiglie di trojan bancari

I banker spesso vengono utilizzati per rubare fondi direttamente dagli account di mobile banking degli utenti. Questi programmi malevoli, di solito, hanno l’aspetto di applicazioni legittime, ma quando una vittima cerca di accedere alla propria app bancaria e di inserire le proprie credenziali di sicurezza gli aggressori riescono a ottenere l’accesso a questo tipo di informazioni private. Nel primo trimestre di quest’anno Kaspersky ha rilevato oltre 42.000 modifiche di varie famiglie di trojan bancari, il numero più alto mai registrato negli ultimi 18 mesi.

Italia al terzo posto dei Paesi più attaccati

“Nell’era del distanziamento sociale e dell’isolamento, utilizziamo sempre più spesso i nostri dispositivi mobili per accedere ai servizi finanziari, per comunicazioni da remoto, per effettuare pagamenti o per procedere con le transazioni”, spiega Victor Chebyshev, esperto di sicurezza di Kaspersky. Pertanto, secondo il report di Kaspersky anche il numero di banker presenti nel panorama di tutte le minacce mobile è aumentato nel corso del trimestre, arrivando al 3,65% e registrando una crescita del 2,1% rispetto a quanto rilevato nell’ultimo trimestre del 2019. Come dimostra il numero di utenti attaccati da trojan del mobile banking, il Paese più colpito al mondo è stato il Giappone (0,57%), seguito dalla Spagna (0,48%). L’Italia si posiziona al terzo posto (0,26%).

Come difendere il cellulare dall’attacco dei cybercriminali

I dispositivi mobile sono diventati uno dei principali strumenti a nostra disposizione, e “non dovremmo permettere ai cybercriminali di trarre alcun vantaggio dalla fiducia che riponiamo in loro”, aggiunge Chebyshev.

Ma come difendersi dall’attacco dei cybercriminali? Per ridurre il rischio che i dispositivi mobili vengano infettati dai trojan bancari, Kaspersky consiglia agli utenti di procedere con l’installazione delle app solo se provengono da fonti affidabili, come ad esempio l’app store ufficiale Google Play. Inoltre è sempre bene utilizzare una soluzione di sicurezza solida, ma soprattutto non eseguire mai la procedura di rooting, perché potrebbe fornire ai criminali informatici possibilità illimitate nell’eventuale sfruttamento di un dispositivo.

Italia medaglia di bronzo Ue per riciclo di imballaggi

L’Italia è sul terzo gradino del podio in Europa per il recupero degli imballaggi. Con un tasso di riciclo pari al 67% si posiziona dopo  Germania (71%) e Spagna (70%). Tra le filiere degli imballaggi molte hanno già superato, o sono a un passo dai nuovi obiettivi previsti a livello europeo per il 2025, mentre i Raee crescono più lentamente. Negli ultimi 10 anni in Italia i rifiuti totali prodotti sono passati da 155 a 164 milioni di tonnellate, e ogni anno dal riciclo l’Italia riceve 12 milioni di tonnellate di materie prime per l’industria nazionale.

Questi alcuni dati dello studio annuale L’Italia del Riciclo, promosso e realizzato dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile e da Fise Uunicircular, l’Unione Imprese Economia Circolare.

Il tasso di riciclo rispetto all’immesso al consumo è arrivato al 67%

In dici anni i rifiuti totali prodotti rifiuti sono cresciuti del +6%, e il riciclo è cresciuto da 76 a 108 milioni di tonnellate (+42%). I rifiuti di imballaggio hanno visto crescere del 27% l’avvio a riciclo, passando da 6,7 a 8,5 milioni di tonnellate, mentre il tasso di riciclo rispetto all’immesso al consumo è aumentato arrivato al 67%, in linea col dato europeo e con i nuovi obiettivi del 65% al 2025 e del 70% al 2030. Le singole filiere dei rifiuti di imballaggio in diversi casi hanno già superato gli obiettivi previsti per il 2025 e in alcuni anche quelli per il 2030. I tassi di riciclo delle singole filiere dei rifiuti d’imballaggio hanno raggiunto livelli di avanguardia: carta (81%, 3° posto in Europa), vetro (76% 3°), plastica (45%, 3°), legno (63%, 2°), alluminio (80%), acciaio (79%).

La raccolta degli oli minerali usati è vicina al 100%

In decisa crescita nei dieci anni anche la raccolta degli oli minerali usati, riporta Adnkronos, ormai vicina al 100% dell’olio raccoglibile. Nell’arco di un decennio la raccolta della frazione organica invece è passata da 3,3 milioni di tonnellate del 2008 a oltre 6,6 nel 2017 (+100%). Per quanto riguarda gli pneumatici fuori uso in 10 anni il recupero è passato dal 43% al 58%. Il nostro Paese sconta, invece, ancora un ritardo in termini di raccolta dei Raee (42% contro obiettivo del 65% del 2019) e delle pile (42%, ultimo posto in Europa) e per il reimpiego e riciclo dei veicoli fuori uso, passato solo dall’82% all’83%.

Una migliore prestazione nella lavorazione

La resa media delle attività di riciclo (il rapporto tra la quantità di materiali secondari prodotti e quella di rifiuti recuperati) oggi si attesta al 67%. E anche se i riciclatori trattano quantità più alte di rifiuti, a valle delle attività di riciclo resta una quantità di rifiuti pari a 2,6 milioni di tonnellate, equivalente a quella del 2014. Un dato che mostra una migliore prestazione nella lavorazione, favorita anche da una più elevata qualità della raccolta e della selezione dei rifiuti.

Entro il 2030, + 78,5% divorzi nel mondo

Un futuro con più single, coppie non tradizionali e figli unici. Entro il 2030 le separazioni nel mondo aumenteranno del 78,5%, e ci saranno sempre meno bambini, anche nei paesi in via di sviluppo. Secondo le stime di Euromonitor Intenational, la global market research company, entro il 2030 la maggior parte delle famiglie avrà solo un figlio. Nelle nazioni più ricche si assisterà infatti a una diminuzione del numero di figli per famiglia pari al 26,5%, e nei paesi in via di sviluppo del 33,8%. Inoltre, i genitori single cresceranno a ritmi tre volte superiori rispetto a quelli che vivono insieme, e i flussi migratori in entrata compenseranno la carenza di giovani solo in alcuni paesi.

Una trasformazione della società in atto dal 2000

La trasformazione della società è in atto già dal 2000, e oggi le famiglie sono formate sempre più da coppie non sposate, adulti dello stesso sesso, genitori single, o conviventi non sposati e senza figli. La definizione di famiglia tradizionale, composta da madre, padre e figli, si sta trasformando rapidamente, ma i governi sono lenti a percepire questo cambiamento.

Secondo gli analisti di Euromonitor, l’incremento dei divorzi sembra dipendere da alcuni elementi, fra i quali una maggiore indipendenza economica da parte delle donne. Inoltre, spesso i divorziati che si risposano si separano una seconda volta, e anche i figli dei divorziati sono più propensi a separarsi, riporta Ansa.

Meno figli significa invecchiamento della popolazione e più elevati costi per i governi

“Il calo delle nascite dipende da molti fattori, i principali sono la diminuzione del tasso di fertilità, l’evidente incremento dei divorzi, il declino delle famiglie multi-generazionali e il caro-vita”, si legge nel report dell’agenzia londinese. Meno figli però significa invecchiamento della popolazione, con sempre più elevati costi per i governi, mancanza di fondi per pensioni e sicurezza sociale, rallentamento della crescita economica e una sempre più accentuata carenza di giovani lavoratori.

I paesi con elevati flussi di migrazione in entrata, come il Regno Unito, o in quelli con ancora tassi di fertilità elevata, come l’Arabia Saudita, per ora possono compensare il cambiamento, mentre il Giappone è il primo paese che gli analisti definiscono una “bomba a orologeria demografica”.

Case sempre più piccole e mobili pieghevoli

Con il calo della natalità, l’aumento dei single e delle coppie senza figli, molte abitudini sono destinate a cambiare. Fra queste la misura delle dimensioni delle case, che nei prossimi anni presumibilmente subirà una riduzione, con l’arrivo sul mercato immobiliare di nuove soluzioni abitative. Il mercato immobiliare cinese, brasiliano e inglese, sta già studiando nuove soluzioni abitative modulari, come ad esempio, silos, container o micro-appartamenti. E mini case, con spazi ristretti, ma più economiche, sono già diffuse a Londra, Tokyo e Beijing.

Si tratta di una richiesta di nuove forme di alloggi destinata a crescere rapidamente in tutte le grandi città. Di conseguenza, anche il mercato dei beni domestici subirà una trasformazione radicale, con la diffusione di mini-elettrodomestici, mobili più piatti, impilabili o pieghevoli.

I settori delle imprese al femminile in Lombardia

In Lombardia sono 32 i settori dove le imprese sono guidate principalmente da donne. Secondo un’elaborazione Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati del registro imprese 2018 vedono la prevalenza di imprese femminili i servizi estetici, l’abbigliamento bimbi, gli asili, le erboristerie, le mercerie, le sartorie, le lavanderie, la cura per gli animali, il restauro di opere d’arte, la bigiotteria, le parafarmacie, l’organizzazione di feste, parrucchieri e massaggi.

In media nella regione una su cinque è un’impresa al femminile, 157mila su 818mila, cresciute dello 0,6% in un anno. Prima è Milano, con 53mila imprese di donne (+1,1% in un anno), seguita da Brescia, con 22mila imprese, Bergamo (17mila), Varese e Monza (12mila, e Pavia (9000). Crescono però anche a Como (8000, +1,5%) e Monza (12mila, +1,6%).

I numeri delle imprese “rosa”

Le più alte percentuali sul totale delle imprese presenti in Lombardia si registrano nelle manicure, che con 1.694 imprese a conduzione femminile rappresentano l’88,90% di tutte le imprese del settore in Lombardia. Seguono gli istituti di bellezza, con 31.357 imprese femminili, l’88,20% del totale, gli asili nido (3.134 imprese, 83,20%), riparazione vestiario (1.594, 77,90%), commercio di bomboniere (1.011, 77,80%), mercerie (5.062, 75,60%), lavanderie (1.782, 74,20%), negozi di vestiti per bambini (5.124, 73,80%), erboristerie (2.887, 71,10%), e psicologi (149, 70,60%).

A Milano organizzazione di feste e restauro di opere d’arte sono femminili

A Milano è femminile anche l’organizzazione di feste e il restauro di opere d’arte, a Brescia soprattutto la coltivazione di frutta, a Bergamo la bigiotteria, e a Monza i massaggi. Pavia si distingue invece per il numero di donne nelle imprese di elaborazione elettronica di dati contabili e nel commercio al dettaglio di pane, Sondrio per le donne che gestiscono B&B e Lodi per le fioriste.

A Cremona e Mantova, più donne nei servizi di pulizia, a Varese nella distribuzione di libri e giornali, a Lecco e Como nei servizi per la bellezza. Questi ultimi, circa l’80% su tutto il territorio lombardo, se “rosa” sono numerosi anche a Mantova, Lecco, Cremona, Sondrio, Pavia, Varese e Como.

“Occorre puntare anche sui settori tecnologici e innovativi”

Per le donne lombarde l’impresa rappresenta un’opportunità concreta di sviluppo, e un contributo indispensabile per l’economia e l’affermazione delle proprie capacità. “Occorre partire dai settori in cui le donne sono la maggioranza – dichiara Marzia Maiorano, presidente del Comitato Imprenditoria Femminile della Camera di commercio di Milano, Monza Brianza Lodi – per una rapida diffusione in quelli tecnologici e innovativi, dove può essere maggiore il contributo a vantaggio della crescita economica”.

Bonus caldaia, confermato anche per il 2019

L’Ecobonus è stato confermato anche per il 2019. Lo strumento introdotto da alcuni anni per incentivare l’efficienza energetica delle abitazioni e degli edifici riguarda anche le caldaie. Gli incentivi vengono erogati sotto forma di detrazione dalle tasse delle spese sostenute per effettuare i lavori di miglioramento termico degli edifici, come coibentazioni, posa di finestre e infissi più isolanti, l’installazione di pannelli solari, ma anche per i sistemi di domotica e la sostituzione degli impianti di riscaldamento e di produzione di acqua calda. Come, appunto, le caldaie. Quest’ultimo punto, viene infatti definito bonus caldaia.

Una caldaia a condensazione consente la riduzione dei consumi di circa il 20%…

“L’Ecobonus è un’occasione unica per sostituire le vecchie caldaie con modelli nuovi e più performanti. A giovarne sarà sia l’ambiente che il portafoglio – spiega Giovanni Fontana, responsabile della consulenza tecnica di Italtherm, azienda attiva nella produzione di impianti di riscaldamento -. La sostituzione di una caldaia tradizionale con una a condensazione può consentire infatti di ridurre i consumi di gas di circa il 20%, percentuale che aumenta nel caso di utilizzo di un sistema di termoregolazione evoluto, arrivando in alcuni casi fino al 30% di risparmio”.

…e del 66% di emissioni di gas inquinanti

“In più, sostituire la caldaia permette di ridurre di circa il 66% le emissioni di gas inquinanti – prosegue – I fumi emessi dalle caldaie contengono principalmente vapore acqueo, anidride carbonica e ossidi di azoto: questi ultimi, in particolare, consentono di capire se una caldaia ha, o meno, un basso impatto sulle emissioni inquinanti”.

Se la caldaia nuova è un modello a condensazione in classe A l’Ecobonus, riporta Adnkronos, prevede uno sgravio fiscale del 50% nella dichiarazioni dei redditi. L’aliquota potrà salire fino al 65% se, contestualmente alla nuova caldaia, verrà installato anche un sistema di termoregolazione evoluto. Nel caso in cui vengano eseguiti lavori condominiali le agevolazioni arriveranno anche al 75%.

Detrazioni Irpef o Ires per lavori edili e prestazioni professionali

A essere detraibili saranno le imposte Irpef o Ires relative ai costi sia dei lavori edili che delle prestazioni professionali. Possono usufruire dell’Ecobonus 2019 persone fisiche, professionisti e società, nonché associazioni, enti pubblici e privati nel caso in cui non svolgano attività commerciale.

Per accedere all’Ecobonus sarà necessario registrarsi sul sito Enea nell’apposita sezione dedicata agli incentivi per l’efficienza energetica, e compilare il form che sarà disponibile non appena saranno rilasciati i decreti attuativi.

Alternativa all’Ecobonus è il conto termico, ma nel caso delle caldaie riguarda solo gli enti pubblici. Non prevede un’aliquota di detrazione fiscale, ma un premio in denaro, riconosciuto direttamente sul conto corrente del richiedente.

Occupazione in aumento, a livelli pre-crisi

In uno scenario economico nazionale che non sempre appare roseo, per fortuna arriva anche qualche buona notizia. Questa volta si tratta del delicato tema del lavoro. La good news degli ultimi tempi rivela che pare essere tornati in tema occupazione ai tempi pre-crisi. Il mercato del lavoro, in progressivo miglioramento soprattutto nel secondo trimestre 2018, sembra proprio in fase di ripresa. A rilevarlo sono i dati che emergono dall’ottava Nota Trimestrale che l’Istat, il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, l’Inps, l’Inail e l’Anpal hanno appena pubblicato sui rispettivi siti web.

Crescono le domande per tutte le tipologie professionali

L’analisi relativa al mondo del lavoro, recentemente diffusa dall’agenzia di stampa AdnKronos, evidenzia che, fortunatamente, aumentano i tassi di occupazione in tutti i settori. Sono in crescita sia i dipendenti a tempo indeterminato (+ 34 mila) sia a tempo determinato (+53 mila). Sempre l’Istat rileva che questo sviluppo riguarda uomini e donne di ogni categoria professionale, con un positivo annullamento delle differenze di genere. Inoltre, bisogna sottolineare un altro dato significativo: l’impennata occupazionale sta conoscendo un momento di potenziamento in un contesto di lieve rallentamento della crescita del Pil rispetto al ritmo registrato nei due trimestri precedenti (+0,2% in termini congiunturali e +1,2% su base annua). Dati che fanno ben sperare per il mercato del lavoro in generale e per una accelerazione dell’aumento del Pil.

Il trend dello sviluppo del mercato del lavoro

Un altro dato significativo da evidenziare è rappresentato dal fatto che il lavoro dipendente a tempo determinato è in fase di crescita per il nono trimestre consecutivo (+361 mila). Le posizioni a tempo indeterminato sono in fase ascendente per il secondo trimestre consecutivo, seguendo ritmi più accentuati per un aumento delle trasformazioni: le posizioni lavorative a tempo indeterminato presentano una crescita nei dati sia delle CO (+64 mila posizioni) sia dell’Inps (+57 mila posizioni). Per quanto riguarda le posizioni a termine, queste sono in crescita ininterrotta dal secondo trimestre 2016. Le aperture di posizione a tempo determinato sono pari all’80,3%, in aumento rispetto al 78,2% registrato nel secondo trimestre del 2017. Secondo la fonte Inps-Uniemens che include il lavoro in somministrazione e a chiamata, si conferma un ulteriore incremento del tempo determinato (+335 mila su base annua); le posizioni lavorative a tempo indeterminato presentano una crescita nei dati sia delle Comunicazioni Obbligatorie (+64 mila posizioni) sia dell’Inps (+57 mila posizioni).